Frange suggestive di tulle bianco compongono una scena essenziale, dove l’umanità si interroga sul perché del dolore, tra oscurità dell’animo e bagliori di luce che alimentano la speranza. Sono i quattro personaggi dell’Oratorio di Resurrezione, novità assoluta di Renato Pennisi,  regìa e impianto scenico di Salvo Nicotra, rappresentato alla Sala Magma di Catania in via Adua, con aiuto regìa e costumi di Antonio Caruso, consulenza e direzione musicale di Salvo Disca, direttore di scena Orazio Indelicato, organizzazione Alfio Guzzetta (servizio stampa Roman H. Clarke, collaborazioni Emanuele Disca e Francesca Foti).

Graditissima la produzione del centro culturale e teatrale Magma (in collaborazione con l’associazione Terreforti  e la cooperativa La terra del sole), che ha riscosso il vivo plauso degli spettatori.

Poeta e romanziere alquanto apprezzato, nonché avvocato, Pennisi fonde sulla scena le inquietudini e le angosce che da sempre rendono travagliato il percorso dell’uomo, con un “work in progress”, come l’autore lo definisce, intrapreso negli anni Ottanta e suscettibile di ulteriori sviluppi. Tutto ciò a partire dal testo in endecasillabi, che inquadra “laicamente” l’essere umano nella sua complessità: incredulo e confuso di fronte all’origine della vita, dal caos primordiale dell’apertura, allo smarrimento sul perché della morte che si centellina via via tra sprazzi di fede, prendendo corpo nei bravissimi attori, ovvero Antonio Caruso, Francesca Fichera, Antonio Starrantino e Sabrina Tellico.

Con voce stentorea Simone di Cirene interpretato da Caruso, “uomo distratto e con poca fede”, riconosce in Cristo un fratello di piaghe tremante, difeso dalla frusta da una croce ancora più salvifica, nella metafora di una scala di legno che la evoca, tra pezzi di lenzuola impregnate di unguenti che avvolgeranno “l’oggetto del mistero” fino alla sua deposizione nel sepolcro. Perché è proprio sul mistero che punta l’accurata regìa di Nicotra, tra grida e sussurri, nell’espressione accorata di Maria e della pia donna (..vita eterna lui diceva sta marcendo sulla croce), fino al canto della Maddalena che è d’amore e di desolazione a un tempo ( Non tornerà lo sento questo legno umido inchioda la mia anima), o alla testimonianza di Giuseppe D’Arimatea, quasi asettico, ma confortato dal dolcissimo pianto delle donne che si prendono cura del Signore come di “un bambino già preso dal sonno”, avvolgendolo nel “candido sudario dell’addio”.

O ancora il dialogo “I due di Emmaus”, dove noi tutti siamo senza luce e pace… “ma il crocifisso ha vinto la morte”. I piccoli cori inseriti in funzione collettiva e la scelta intrigante dei brani musicali, selezionati da Britten, Stravinskij (La sagra della Primavera) e Gluck (da “Orfeo ed Euridice”), oltre ai commenti sonori di Disca, completano  una stesura originalissima,  che si ispira alla struttura dell’Oratorio drammatico-musicale nato nel Seicento, su soggetto sacro, nella Roma della Controriforma, tra parti corali cantate e recitazione su leggìo del testo.

Lo spirito di quest’ultimo è stato colto da Nicotra con tutto il  pathos racchiuso dal mistero nei luoghi più segreti dell’anima, col suo anelito verso il trascendente reso anche nel candore del bianco simbolo di purezza, che adorna la scena, e nel credere senza vedere, con “l’abilità emotiva” dell’attore che diventa il personaggio, come dice Caruso, tra giochi di luce accennati e fasci generosi che rappresentano “un passo avanti” fatto dall’uomo nella sua affannosa ricerca.

Anna Rita Fontana

Scrivi