Da un dibattito sulla didattica all’università di Catania al quale ho partecipato ho appreso dell’esistenza di un nuovo ente che si aggira nell’universo della didattica e delle metodologie della valutazione: il “prodotto dell’apprendimento” (learning outcome). Vengono subito alla mente quelli che sono in un qualche modo il loro analogo in altro campo: i “prodotti della ricerca”, a cui fa da controcanto il fatto che ormai all’università non ci sono più studenti, ma “clienti” che devono essere soddisfatti nelle loro esigenze, perché essa è, e deve essere concepita, non più come una comunità di studio, ricerca e insegnamento, ma come una “azienda” che deve stare sul mercato, in competizione con altre aziende, e che deve fornire dei beni da acquistare.

In questa deriva aziendalistica e produttivistica può leggersi la cifra di come si sia trasformata l’università negli ultimi anni, da quando ci si è messi in testa che essa deve soddisfare sostanzialmente due esigenze: creare delle professioni spendibili sul mercato e remunerative per chi investe in esse; costituire un centro di ricerca socialmente utile, che cioè possa servire per l’innovazione tecnologica ed economica. Sembrano scomparsi dai suoi obiettivi altri fini che prima sembravano le dovessero appartenere: la formazione delle nuove generazioni, l’acquisizione di una cultura critica, l’innalzamento della qualità umana che non necessariamente si traduce in una professione più remunerativa, la formazione di un essere umano libero, autonomo, creativo. A ricordarci questi e altri fini giunge assai opportuno un articolo di Nuccio Ordine sull’ultimo numero di “Sette”, l’inserto del Corriere della sera (che si può leggere a questo link), che denunzia tante altre magagne dell’università italiana, frutto di una sciagurata politica di interventi che avrebbero dovuto migliorarla, a cominciare dalla “riforma epocale” della legge Gelmini. Nel denunziare le “follie burocratiche e manageriali”, Ordine sottolinea come si corra il rischio di un impoverimento dell’università, definanziata, priva di ricambio, con docenti sempre più vecchi, caricata di commissioni, sottocommissioni, riunioni e adempimenti che distolgono i docenti dalla ricerca e dalla didattica e nella quale – non ultimo – rischiano di scomparire fondamentali discipline umanistiche, non ritenute “utili”.

Ma viene spontanea la domanda: tutto ciò succede a caso? Possibile che la classe politica (e industriale) non si accorga che tale mortificazione vada a discapito della stessa possibilità che l’università possa servire da volano per l’innovazione e lo svuluppo economico? E allora nasce un sospetto: che ciò sia voluto, che si dia per scontato che l’Italia sia ormai un paese di seconda categoria, destinato a un sistema produttivo consegnato alla media e bassa tecnologia, in cui non sia possibile l’innovazione e quindi che sia inutile spendere soldi per essa. Insomma che l’Italia sia un paese destinato a un solo avvenire: quello turistico, per cui oggi servono non laureati di alta qualità (che emigrano ormai sempre più all’estero), ma pizzaioli, guide turistiche e albergatori.

Tuttavia se Ordine può scrivere quello che scrive su un organo di stampa come il “Corriere”, che in passato non s’è certo distinto per la difesa della cultura umanistica e dell’università, forse può significare che per esse c’è ancora qualche speranza in Italia.

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