Come noto, l’8 agosto scorso la proposta di riforma costituzionale formulata dal Governo ha ricevuto la prima approvazione da parte del Senato, in un contesto di forte polemica con le opposizioni. Archiviato questo passaggio parlamentare, ora l’attenzione della politica si è rivolta altrove, dalle crisi internazionali alle annunciate riforme della giustizia, della scuola etc.

Il momento sembra, quindi, favorevole per una piccola riflessione su pregi e difetti di questo tentativo di riforma, lontana sia dalla propaganda dei favorevoli sia da quella dei contrari.

La proposta Renzi presenta alcune linee guida fondamentali: a) Trasformazione del Senato in una camera di rappresentanza dei consigli regionali; b) Riorganizzazione delle autonomie, con l’abolizione delle Province; c) Rafforzamento del ruolo del Governo rispetto al Parlamento.

L’intervento sul Senato é giustificato dall’esigenza di evitare che le proposte di legge vadano avanti e indietro tra le due camere, con conseguenti perdite di tempo, in attesa dell’approvazione definitiva.

Epperò, se questo era lo scopo, sarebbe stato più semplice abolire del tutto il Senato (con conseguenti risparmi di spesa) e lasciare alla sola Camera dei deputati l’esercizio dei poteri parlamentari.

Invece, la sopravvivenza del Senato come luogo di rappresentanza delle Regioni costringe la riforma a distinguere alcune materie nelle quali il Senato ha gli stessi poteri legislativi della Camera, ed altre materie nelle quali ha poteri inferiori, regolati da varie procedure legislative differenti. Questa soluzione presenta almeno un grave rischio: di intasare la Corte Costituzionale. Infatti, già nel 2013 la Consulta è stata occupata più dai conflitti di competenza tra Stato e Regioni che da quelli tra i cittadini, vedendosi costretta a decidere un conflitto tra Stato e Regioni ogni due giorni e mezzo. Se si creano competenze differenziate anche tra Camera e Senato, si rischia un aumento enorme dei conflitti tra i due rami del Parlamento, che si aggiungerebbero a quelli con le Regioni, ingolfando il Giudice costituzionale con grave danno per i cittadini.

In tema di semplificazione delle autonomie territoriali, ci sembra che sarebbe ragionevole abolire le Regioni e mantenere, invece, le Province, con organi eletti direttamente dalla popolazione locale. E’ noto, infatti, che proprio le Regioni sono state il luogo dei maggiori scandali degli ultimi anni riguardanti la spesa pubblica. Esse, inoltre, sono troppo piccole per legiferare al di sopra degli interessi particolari e troppo grandi per rappresentare le singole realtà territoriali o per intervenire adeguatamente su di esse.

Al contrario, se valorizzate, le Province potrebbero rappresentare il luogo di rappresentanza della diversità territoriale che è una delle ricchezze dell’Italia e di gestione di molte questioni amministrative che i singoli Comuni sono spesso troppo piccoli per affrontare.

Infine, in tema di rafforzamento del ruolo del Governo, va detto che il testo Renzi finisce con il consegnare all’esecutivo il potere di decidere di cosa e quando debba discutere la Camera dei deputati e, perfino, il potere di imporre alla Camera di votare “sì” o “no” – senza poterlo modificare – su un disegno di legge approvato dal Governo stesso. In sostanza una forte riduzione dell’autonomia decisionale dell’organo che rappresenta il popolo (la Camera dei deputati) a vantaggio di un organo non direttamente eletto (il Governo).

Ci sembra, quindi, che la riforma costituzionale attualmente in discussione andrebbe complessivamente rivista.

Ciò senza dimenticare, però, alcuni punti molto positivi come, per esempio, la modernizzazione delle regole in tema di referendum e proposta di legge d’iniziativa popolare, la limitazione dei decreti legge, il controllo preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali. Un sistema, quest’ultimo, che, se introdotto, eviterebbe il paradosso nel quale ci troviamo oggi, con un Parlamento eletto in base a una legge elettorale successivamente dichiarata incostituzionale e che, però, continuerà a funzionare come se nulla fosse fino a nuove elezioni.

Luci e ombre, quindi; e, soprattutto, tanto su cui riflettere, considerata anche l’importanza della Costituzione nella vita di uno Stato e di un popolo.

A proposito dell'autore

Avvocato in Catania

Giuseppe Auletta, è nato a Catania il 25 maggio 1983. Dopo studi classici presso il Liceo “M. Cutelli”, nel 2006 consegue la laurea triennale in Scienze Giuridiche presso l’Università di Catania, con voti 110/110 e la lode. Nel 2008, sempre a Catania, consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza con voti 110/110 e la lode. Nel 2013 diviene Dottore di Ricerca presso l’Ateneo catanese all’interno del corso di Dottorato in “Scienza, Tecnologia & Diritto”. Avvocato dal 2011, è iscritto all’Ordine forense di Catania ed esercita la professione con particolare attenzione alle tematiche del diritto civile e del diritto del lavoro. Dal 2013 è componente del Consiglio d’Amministrazione dell’Istituto “Servizio Cristiano” di Riesi (CL). Sposato con Angela Castiglione.

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