di Agnese Maugeri

Catania: “L’ultimo metro di pellicola” è il documentario di Elio Sofio realizzato con lo Studio Gazzoli 11062007_1613241522287810_5981011629297840944_npresentato alla sala cinematografica Odeon di Catania. Un film che parla della pellicola, la vera diva che ha generato il cinema e che oggi sta, quasi in sordina, uscendo di scena, ma non solo, il film racconta anche la via De Felice, una strada nota come la Via Del Cinema. Infatti fino agli anni ’70 Catania era famosa per essere un nodo nevralgico della distribuzione filmica nazionale. Nel documentario sono le voci degli ex protezionisti, proprietari di sale, distributori e lavoratori della SAC (servizi ausiliari cinema) a narrarci la storia del cinema e della pellicola, fatta di emozioni, duro lavoro, ma soprattutto passione e amore per quel mondo fantastico che ha affascinato grandi e piccini. La luce che usciva da quella finestrella posta in fondo alla sala, il rumore del rullo nel proiettore, l’odore12119066_10205251179694758_6903710791288339204_n della pellicola, i molteplici fotogrammi, tutto questo generava quella magia che rendeva unica la visione del film. Un incantesimo che si ripeteva ogni qual volta ci si sedeva nelle poltroncine di un cinema, dove persone sconosciute si trovavano per intraprendere un viaggio di fantasia, un gioco di illusioni che donava alcune, tra le più belle e vere emozioni provate. Nel documentario vi sono anche tre importanti partecipazioni: Daniele Ciprì, Leo Gullotta e Tea Falco che hanno contribuito a rendere ancor più pregnante il senso sociale e culturale del film.

Abbiamo incontrato Elio Sofia che ci ha raccontato “l’ultimo metro di pellicola” la sua opera prima, il passaggio epocale dalla pellicola al digitale ma non solo, un puro atto d’amore che Elio ha voluto omaggiare al cinema, a Catania e alla memoria di un tempo che non si deve dimenticare.

“L’ultimo metro di pellicola” l’abbiamo conosciuto al Taormina Film Fest, dove ti sei Sofiaaggiudicato il premio Cariddi come miglior documentario per la sezione Filmaker Sicilia. Il tuo primo riconoscimento per un lavoro così intenso, poi ne sono seguiti anche altri, ma cosa ricordi di quel momento?

«Vincere a Taormina è stato emozionante, ma forse ancor di più lo è stato far colpo sui critici lì presenti che hanno visto il documentario. Questo non era per nulla scontato e mi ha veramente sorpreso, del resto io lì in quel contesto non ero nessuno, un semplice esordiente che quando leggeva nel cartellino di qualcuno “stampa” andava a invitarlo a vedere il proprio lavoro».

Un documentario incentrato sulla pellicola, la sua storia e ora la sua scomparsa, ma non solo, il tuo film racconta anche di una particolare strada del centro di Catania la via De Felice chiamata Via Del Cinema, raccontaci il perché?

«Ho una casa in via De Felice, orami diventata la via dove c’è Zaccà, ma in principio questo noto negozio di sport era una mosca bianca. La strada era conosciuta ai tanti coma “La via del cinema”. Questa casa i miei genitori la affittavano, quando ero piccolo e insieme a mio padre andavamo a riscuotere la mensilità, lui mi ripeteva sempre che quella era “la via del cinema”. Crescendo ho iniziato a far teatro, a recitare, a studiare, un pochino, per fare cinema e, nel frattempo sono riuscito a mettere piede in questa casa, ad abitarci, e mi è nata l’idea di raccontare ciò che accadeva sotto il mio balcone. Parlando con il proprietario del bar vicino,12141617_10205251182134819_2106865459980390396_n dove ogni lunedì si riunivano i vecchi proiezionisti della zona, ho progettato una serie di interviste e quasi per gioco ho iniziato, finché un giorno mi sono reso conto di possedere davvero del materiale bellissimo. Non essendoci un produttore ho pensato o di spendere i miei soldi per andare alla ricerca di una figura che si occupasse di tutto, rischiando di perder tempo, oppure continuare a raccogliere quelle interessanti testimonianze e realizzare il film da soli. Abbiamo iniziato a riprendere subito anche perché nel giro di un paio di mesi ogni cosa è velocemente mutata, per esempio il noto locale in via De Felice dedicato ai manifesti e alle locandine cinematografiche è diventato un centro massaggi cinesi, testimonianza del capovolgimento culturale che vive oggi Catania».

Il titolo “L’ultimo metro di pellicola” non è stato scelto casualmente, spiegaci il senso?

«“L’ultimo metro di pellicola” è una frase idiomatica che veniva detta dai distributori agli esercenti quando non pagavano “se non paghi non ti do più, manco un metro di pellicola”. Se consideriamo che un secondo di pellicola è fatto da 25 fotogrammi un metro vuol dire neanche un paio di secondi di film. La stessa frase veniva anche detta dai produttori ai registi quando si dilungavano troppo nelle riprese facendo lievitare i costi. Per questi motivi è stato il primo e l’unico titolo che mi è venuto in mente. In inglese lo abbiamo tradotto “The last reel” perché loro la pellicola la chiamano film, reel sarebbe il rullo che noi invece chiamiamo pizza data la forma».

Tu racconti il passaggio epocale dalla pellicola al digitale, un lento mutamento che ha portato a una forte crisi e alla chiusura di tante sale cinematografiche. Nel documentario un proiezionista dice: per far questo mestiere bisogna amare la pellicola, se non si ama si farà un mestiere dietro pagamento soltanto. Pensi che oggi è questo ciò che sta accadendo?

«Non ho dato un mio personale punto di vista nel documentario, anche se ovviamente il pensiero trapela, ho lasciato dire ai protagonisti ciò che veramente volevano. Sono pillole di storia del cinema che fanno comprendere l’importanza del ricordare per capire dove siamo arrivati. Il digitale per esempio, come dice 533472429_640Daniele Ciprì nel documentario, presentato come innovazione tecnologica è solo legato a un fattore economico, dal punto di vista autoriale sarà una scelta, girare in pellicola sarà più dispendioso ma di qualità, il digitale sarà alla portata di tutti. I distributori nel mondo cinematografico sono quelli che dettano i tempi, sicuramente per loro il digitale è un enorme risparmio perché con una sola copia si può andare ovunque mentre prima bisognava stampare un film in non meno di sei rulli, che poi andava spedito e successivamente fatto rientrare per distruggerlo, tutti costi oggi annientati da un semplice hard-disk. Sono aumentati i costi di distribuzione, la digitalizzazione delle sale è una spesa enorme che ha ucciso tante realtà soprattutto in città, inoltre sono cresciute le tasse sul cinema è gli spettatori sono diminuiti tutto questo ha generato una vera crisi del settore. I multiplex hanno portato via molte persone dalle sale cittadine e in particolare nei piccoli paesi questo fenomeno ha generato la morte di molti cinema. Però devo raccontarti con gioia che ho avuto la soddisfazione di inaugurare la riapertura della sala cinematografica “Grifeo” di Petralia Sottana che ha 150 anni, chiusa da due anni e riattivata digitalizzandosi, e la prima visione fatta è stata proprio il mio documentario, tra la banda, il prete, il sindaco con la fascia tricolore, un “Nuovo cinema paradiso” con un finale positivo. Spero che questo accada anche altrove. Ho scelto di presentarlo all’Odeon perché è l’unica mono sala rimasta a Catania, con una struttura meravigliosa e spero fortemente che resista e che non venga presto trasformata in una sala bingo, un ristorante o che venga sventrato per farne un multisala come è accaduto a molti cinema».

Nel tuo documentario vi sono tre illustri professionisti, l’attore Leo Gullotta, il direttore alla fotografia Daniele Ciprì e la giovane stella del cinema italiano Tea Falco. Come hanno preso parte al progetto?

«Con un entusiasmo che mi ha spiazzato, chiedere a dei veri artisti come Ciprì o Gullotta di partecipare a un progetto di uno sconosciuto tutto a low budget e abbracciarlo in pieno è stato stupendo. Leo Gullotta, dodiciimages anni fa ha inaugurato una struttura comunale a San Cristoforo che era l’ex cinema Concordia, mia madre la dirige per conto del comune, all’apertura Leo Gullotta si fece una foto con me davanti alla sala. Quindici anni dopo l’ho rincontrato per parlare proprio di quel luogo, il cinema Concordia dove lui andava da bambino. Con Tea Falco siamo amici da tantissimo tempo prima che lei diventasse una musa di Bertolucci, anzi una volta da ragazzini durante una festa di carnevale a casa di un amico lei mi disse serissima che sarebbe diventata un’attrice e io le risposi allora io farò il regista. Lei c’è riuscita in pieno, esordire come protagonista con Bertolucci è il massimo, io ci sto provando, però il bello è stato ritrovarsi a lavorare in un progetto comune, insieme. Sono strani giochi che la vita mi fa e che mi lasciano stupefatto».

Tea falco nel documentario ha un ruolo molto particolare e, attraverso il suo personaggio porti alla luce un gioiello prezioso di Catania, il Museo del Cinema, sconosciuto ai tanti e dimenticato dalle istituzioni.

«Tea Falco, è la musa silente. Ho voluto fortemente girare nel bellissimo Museo del Cinema e lì ho visto nei 9d6a436bb08c217a5c8423e14bb8d9c4367dipendenti un senso di frustrazione nel non avere visite, non essere promossi, essere messi in condizione di non poter lavorare. Grazie a Tea ho mostrato questo luogo, realizzato dall’architetto e scenografo François Confino, lo stesso che ha progettato il museo del cinema di Torino all’interno della Mole Antonelliana. Il museo ha del materiale unico, concepito in un modo interessante per grandi e bambini, bisogna promuoverlo ai singoli cittadini, spero che questo documentario possa servire anche a riaccendere l’attenzione, purtroppo spesso l’orecchio comunicativo da parte della politica è colpito da una forte otite. Durante le riprese ho visto molti turisti smarriti e poi quasi entusiasti per averlo scoperto, abbiamo turisti pionieri che vivono abbandonati a loro stessi la nostra città e che, malgrado tutto, la scoprono con occhi stupiti».

Fellini e Tornatore molti loro elementi, silentemente, possono ritrovarsi all’interno del tuo documentario. Sono due grandi maestri a cui ti ispiri, cosa ti accomuna con loro?

«Fellini è la mia passione, mi lega a lui la dimensione onirica, coricarmi con l’idea di vedere cosa proiettano stanotte nella mia mente, condivido la sua poetica sognante dove tutti i ricordi devono essere sfumati non precisi. La cosa bella di Tornatore è che raccontando una storia ha parlato di tutti. Questo è ciò che ho voluto far io con il mio documentario, non potendo riportare ogni racconto fattomi, ho cercato di dare diversi input12072775_1640018902943405_9167131832939001021_n attraverso le sensazione, cosi da accendere i ricordi di chi lo guarda. Non ho voluto citare nel documentario ne Tornatore ne “Nuovo cinema paradiso” semplicemente per il troppo rispetto che nutro per lui. Ho questo bellissimo ricordo che ti racconto, quando avevo vent’anni al Taormina Film Fest davano la proiezione di “Nuovo cinema paradiso” alle 8.30 del mattino con Tornatore in sala intervistato da Franco Cicero, suo biografo e critico cinematografico. Io sono partito da Sant’Agata Li Battiati in vespa alle sette del mattino per assistere a questo incontro, è stata un’esperienza stupenda, vivere Taormina di mattina presto silenziosa e bella e poi godermi quel film indimenticabile e ascoltare Tornatore. Poi mentre giravo il documentario parlando con degli ex distributori mi raccontarono che Tornatore da ragazzino quando aveva il suo cineforum a Bagheria, prendeva la corriera per venire a Catania proprio in Via De Felice per comprare dei film; un giorno voleva un film di Visconti ma i soldi non gli bastavano così torno l’indomani con un pacco di monetine, avevano fatto una colletta per avere quel film e portarlo a Bagheria. Quindi forse azzardo a dire che anche Tornatore deve molto alla Via De Felice perché lì trovo le prime pellicole. Fellini e Tornatore sono stati i due elementi che mi hanno assistito e guidato lungo tutta la realizzazione del documentario».

L’ultima scena è caratterizzata dalle note di Vincenzo Bellini e della sua Casta Diva, questa scelta è un omaggio al grande compositore catanese?

«Il piano sequenza finale io l’avevo sognato sulle note di Casta Diva, e ho pensato che Vincenzo Bellini ha scritto questo celebre brano e che era un abbinamento perfetto da fare con la pellicola. Lei è l’unica Casta Diva del mondo cinematografico, da lei tutto ha avuto inizio e pian piano in punta di piedi sta uscendo di scena. Inoltre volevo fare un omaggio alla mia città che amo follemente, ho cercato di farlo con estremo amore, è una scena che mi continua a emozionare ogni volta che la vedo».

Hai lavorato tre anni per realizzare il tuo documentario intervistando professionisti illustri e altri sconosciuti che con il loro lavoro hanno reso unico il cinema e la pellicola. Cosa ti è rimasto dei tanti incontri, che sensazioni ti hanno suscitato?

«Quando ho intervistato Daniele Ciprì abbiamo avuto poco tempo per realizzarla, ci diede appuntamento a fine riprese, perché lui stava lavorando a un set a Nicosia. Abbiamo realizzato un’intervista audio nelle 503210d73e467c5ea0ead6f39c82728440campagne limitrofe dentro la mia macchina, e siamo rimasti lì fino alle 3.30 di notte e ci diede una lezione di cinema meravigliosa intrisa di amore e passione che ci catturò ad ascoltarlo per ore. Con gli anziani, proiezionisti, direttori di sala, lavoratori della SAC, ho avvertito la loro esigenza di parlare di quei tempi, del loro amato lavoro era come se ci fossimo dati un appuntamento non so quando e attendevano proprio di rispolverare quei ricordi e raccontarli. All’inizio era strano che qualcuno gli chiedesse, perché svolgevano un lavoro normale che però aveva in loro un’accezione diversa, persone che non sono attori e che si commuovevano nel parlare, mi hanno lasciato emozioni uniche, vere, pensare che con loro finisce un’epoca e non poter far nulla per riportare indietro il tempo, fa riflettere».

“L’ultimo metro di pellicola” è un documentario tuo realizzato con un gruppo di giovani, avete lavorato per anni senza l’aiuto di nessuno, qual è il vostro obbiettivo?

«Fare un bel lavoro professionale con il cuore e l’emozione, ho atteso anni senza aggrapparmi a promesse o finanziamenti assenti, abbiamo girato con la povertà dei mezzi puntando proprio su questo. Noi siamo un gruppo di giovani, ci chiamiamo Studio Gazzoli ed è composto da me, dal direttore alla fotografia Daniele Gangemi, il fonico Carmelo Sfogliano e l’operatore Ottavio Durso. Noi quattro abbiamo avuto l’idea primordiale poi si sono uniti Fino La Leggia come aiuto regia e il montatore Alessandro La Fauci, le musiche originali sono di Andrea Marino con un brano composto da Mario Filetti e Dario Aiello».

Il documentario ha girato molto quest’estate nei tanti festival presenti nel nostro territorio ma è stato portato anche fuori i confini siciliani, raccontaci questa esperienza?

Mi ha contattato un ragazzo per invitarmi a una rassegna sulla pellicola che organizzava in un bellissimo castello medioevale in provincia di Cuneo a Bagnasco, un luogo meraviglioso gestito da un gruppo di ragazzi che svolgono al suo interno diverse attività artistiche. Sono andato lì insieme a Daniele Ciprì, hanno proiettato il mio documentario e subito dopo lo straordinario film di Fellini “8 ½” in pellicola, un’esperienza unica. Mi hanno chiamato anche da Verona, il proprietario di una sala cinematografica, che vorrebbe proiettare il docu-film. Il potere, o fortuna, o disgrazia di non avere un produttore è che chi vuole la mia opera, mi sta contattando privatamente e soprattutto grazie ai social-network, un passa parola bellissimo che spero cresca sempre più, è interessante anche vedere le reazione che il documentario suscita fuori da Catania, dalla Sicilia dal luogo in cui è stato concepito.

Ultima domanda, cosa speri che la visione del tuo documentario “L’ultimo metro di pellicola” susciti e lasci nell’animo dello spettatore?

«La consapevolezza della memoria per affrontare il futuro perché ti da le basi, le radici che ti consentano di andare avanti. Sapere che via De Felice era uno dei centro più importanti del cinema per la Sicilia e la Calabria e che Catania ha giocato un ruolo principale nella storia della distribuzione nazionale è qualcosa che rende orgogliosi e che deve essere conosciuta per incentivare questa memoria. Mi piacerebbe che unultimo-metro-di-pellicola giorno si mettesse anche una targa in Via De Felice in ricordo dei tanti che hanno lavorato lì. Quando durante le riprese ho cercato di promuovere il documentario alla stampa nazionale mi è stato detto: bel lavoro però si svolge a Catania se fosse stato a Torino o Roma sarebbe stato diverso. Eppure il cinema nasce in Italia a Torino e a Catania che sono state le due città che hanno dato i natali alla più grande produzione di cinema muto italiano, il più grande attore italiano al mondo è ritenuto essere Giovanni Grasso l’attore comico preferito da Benito Mussolini era Angelo Musco, uno dei primi registi della storia del cinema italiano è Nino Martoglio, uno dei primi sceneggiatori del cinema italiano che anche sotto pseudonomio vende i suoi testi è Giovanni Verga; tutti catanesi. Quindi c’è qualcosa che non va nel processo della memoria e se noi viviamo oggi delle difficoltà, sociali, culturali ed economiche in questa città è perché forse non abbiamo curato e rispettato la memoria come strumento per il futuro. Questo documentario è il mio regalo alla città se messo nelle mani di chi lo fa valere può volare, se messo da parte allora tra cinquant’anni ci sarà qualcuno che in un archivio polveroso scoprirà questo documentario che raccontava della pellicola»

Agnese Maugeri

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