L’uomo, l’ambiente, la storia: la ricerca di Pietro Ruffo nell’antologica alla Fondazione Puglisi Cosentino

Pina Mazzaglia

Foto Servizio di Vincenzo Musumeci

CATANIA – Difficilmente si ritrova una così profonda identificazione tra un artista e la propria opera. O meglio, a conoscere di persona Pietro Ruffo, si avverte una spontaneità, una schiettezza ma anche semplicità e riservatezza: doti che abitano un animo puro benché travagliato e innegabilmente tormentato delle cui cose di primo acchito non ci si accorge. “Breve storia del resto del mondo”, rassegna allestita negli spazi museali della Fondazione Puglisi Cosentino, con la collaborazione di Terzo Pilastro, è la mostra antologica che rende omaggio all’artista romano e che per la prima volta riunisce ed evoca l’intero lavoro di ricerca storico politica, antropologica, filosofica, e paesaggistica, dove con diversi linguaggi artistici si può ammirare il lavoro svolto dall’artista nell’arco di dieci anni.

Bisogna guardare a fondo per capire. Non basta cogliere e lasciarsi trasportare da quel lirismo inaspettato, tanto coinvolgente che c’è dietro sì da essere memoria di leggenda e poesia, ma avere il coraggio di riappropriarsi dell’amnesia del passato, come rilancio di un’avvenuta libertà, forse, utilizzando una chiave ermeneutica di interpretazione: una legata all’azione, l’altra alla volontà, per avere ed entrare in una visione che racchiude in sé le complesse dinamiche dell’esistenza umana alla ricerca della felicità.  Secondo il pensiero del filosofo Isaiah Berlin, cui la ricerca di Ruffo si ispira, alla prima chiave appartiene l’individuo, con le sue innumerevoli richieste, alla seconda la società che è rappresentata dal popolo intero: “l’una (liberta “negativa”) concerne l’azione, l’altra (quella “positiva”) la volontà” (cit. I.B.). Al dialogo di libertà declinato nelle diverse libertà, come espressione tipica dell’umano tendere, che dirige l’opera di Ruffo, cui affida alla “libellula”, simbolo di leggerezza, il messaggio veicolante di libertà.VMM_2288

Concentrato attraverso i secoli con approfondita dovizia e ricerca, non tralascia le diverse condizioni politiche che hanno condizionato l’uomo, l’ambiente, la storia, le Nazioni. Cos’è un “popolo”, nella visione del mondo? Per Pietro Ruffo, giovane architetto e studioso delle tante sinergie geo-politiche che hanno influenzato il mondo, è una comunità umana che ha il diritto di vivere un territorio, una nazione, secondo le proprie tradizioni, mantenendo le proprie specificità culturali, libero da ingerenze ed imposizioni di modelli estranei. Pertanto la sua ricerca muove dall’ideale di rispetto per il genere umano e impone alle coscienze di appoggiare le battaglie identitarie, di sostenerne l’identità e le ideologie, di preservarne la propria storia e cultura e ciò significa, oggi come ieri, che il vero servizio all’umanità è quello di non sradicare le diverse tradizioni dalle proprie origini.

Anche negli studi sul paesaggio, scosso da fragili vibrazioni, la natura appare paradossalmente immobile, ovattata, forse vittima di un incantesimo che ne ha congelato i respiri, prima di esserne investita, inesorabile e fatale. La sua è poetica dell’attesa, dell’emozione, contratta nell’aspettativa, della tensione spasmodica della paura che si stempera nella speranza: scorci di un’intatta natura primordiale come nella Liberty House che aprono e invitano alla riflessione. Se vi si scorge traccia di umanità, si tratta di un’umanità più evocata che reale. Ombre fantasmatiche, forse solamente illusioni ottiche pronte a scomparire al prossimo battito di ciglia. O magari dell’umanità rimangono Illusioni e delusioni che l’essere umano porta con sé, vecchie e nuove nello stesso tempo, come vecchie e nuove sono le sintesi di materia che l’artista realizza sulle carte, dove i rimandi alla ricerca dello sfumato antico si combinano con le immagini che escono dalla materia delle carte geografiche, latenti quanto basta per fare amare il luogo narrato, ma tanto oscure “dentro” da far temere l’irreparabile. Sono i contrasti formali messi in campo e scavati dall’autore nel comporre i suoi ritratti o i paesaggi probabili, fatti di assonanze fra territorio e collettività, tra il vivibile e l’invivibile, tra cose ed esseri umani, composti nella loro essenzialità così da dare un’idea di forma, ma nel contempo da comprendere altre possibili forme, spesso appena accennate nella loro “piccolezza”, esposte alle metamorfosi della natura, come nei numerosi ritagli: alternanze sovrapposti chiaroscurali, coreutici, quasi maniacali, di parti scurali, proiezioni, sì da rendere plastico l’alternarsi della stessa ombra.

Il discorso sulle opere si declina su un piano specificamente esperienziale dove il bello o l’artisticità interessano non tanto in quanto rivelatori di una qualche verità dell’oggetto, ma nel loro farsi massimamente rivelatori di un’esperienza che sembra riguardare, “in primis”, il soggetto stesso che l’ha vissuta.

Viene da chiedersi, qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto – una persona o un gruppo di persone – di fare o di essere ciò che è capace di fare e di essere, senza interferenza da parte di altre persone? Che cosa, o chi, è la fonte del controllo o dell’ingerenza, che può indurre qualcuno a fare, o ad essere, questo invece di quello? È un lavoro il suo, che impone alla riflessione, alla necessità di sostenere quegli uomini, anche nelle culture altre dalla nostra Tradizione, che si battono per difendere la loro specificità, dove si colgono vita e speranza, come quanto visto nell’installazione “Le madri del mar di Sicilia”, omaggio al coraggio e alla forza che solo da una “madre” può sgorgare.

Per quanto le sue opere, stillate da una voglia di denunciare le piaghe della società, siano espressione di una flagrante contemporaneità, una nostalgia quasi romantica, della quale egli non può prescindere si manifesta sotto forma di un lirismo provocatorio che invita tutti a una silenziosa meditazione.

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