don-cash “C come casa, A come aria, T come ti tengo fra le mani Catania, A come ami, N come noi, I come immenso e Ancora se lo vuoi”: oltre 64 mila visualizzazione per la nuova hit di Don Cash

di Martina Strano

CATANIA – Rapper, coreografo, ballerino, presentatore, speaker, questo è molto altro è il catanese Danilo Coci, in arte Don Cash, classe 1982. Il suo percorso inizia a seguito di un brutto incidente stradale nel 1995 e al risveglio dal coma nasce il suo alter ego Don Cash.

–         Com’ è iniziata la passione per la musica e per lo spettacolo? E come nasce Catania?

«Ho iniziato tantissimi anni fa come ballerino. Sono sempre stato vicino al palco da quando sono nato perché mio fratello Oscar Coci è un’eminenza dell’organizzazione siciliana. Sono sempre stato dietro il palco, prima l’ho montato chiodo dopo chiodo, poi mi sono occupato della musica, ho fatto il dj, e infine, guardando lui, ho preso il microfono. Nel frattempo, verso i 9-10 anni ho iniziato a ballare e ho fatto delle esperienze in giro per il mondo, Inghilterra, Francia, America Latina per poi tornare al nord Italia e riscendere giù in Sicilia. Ballavo salsa, ma verso i 13-14 anni mi è nata la passione per l’hip hop. Ero un po’ anomalo perché troppo b-boy per stare con i salseri e troppo salsero per stare con i b-boy. Ero un po’ fuor d’acqua, tutta la mia vita è stata sempre un po’ così. Ho imparato lo spagnolo e l’inglese e sette anni fa ho incontrato il dj/producer Baudo. Ho iniziato a fare freestyle sulla musica house, lui mi ha sentito e tre anni fa mi ha richiamato per propormi un pezzo. Aveva una buona base e gli serviva un rapper che cantasse in inglese e spagnolo, un po’ come Pitbull. Quel pezzo era Mojito e da lì è nata la mia carriera. È iniziata la collaborazione con l’etichetta discografica Dance and Love e ringrazio Paolo Caputo e Gabry Ponte che hanno creduto in me. Dopo è nata anche Ahi Na Mah insieme al mio fraterno amico Baudo e ho avuto l’onore di collaborare con personaggi davvero bravi come Fabri Fibra, Vacca e i Two Fingers a cui ho aperto i concerti al sud Italia ma anche in giro. Da Mojito la carriera è stata incentrata sulla lingua estera fino ad arrivare a M2O insieme a Provenzano: quest’anno infatti ho avuto i jingles sul suo programma che ha vinto il premio come “Miglior programma radiofonico italiano”. Ho conosciuto Marcello Balestra ex direttore della Warner, si è interessato a me e mi ha messo il pallino di ricominciare a parlare la mia lingua ed oggi è il mio maner, socio e amico. Mi ricordavo di avere questo testo che portavo in giro live nell’entourage catanese. Conoscevo la forza reale, l’impatto emotivo che questo pezzo aveva sulla gente. L’ho scritto con il cuore in un momento di disperazione, sapendo che questa terra è tanto una dote quanto una malattia. Come dico nel testo è terra di nessuno, nelle mani di nessuno, dove non parla nessuno e alla fine tutto quanto è di qualcuno. È talmente bella che non vorresti mai lasciarla, ma lo sai meglio di me no? Per fare qualsiasi cosa se sei a Milano ci stai un giorno, mentre qui da noi devi spingere mille volte di più e c’è sempre da aspettare, c’è qualcuno che ti passa avanti. Ci sono delle logistiche legate a tante cose del nostro passato che si frappongono con la fattività. È questo che volevo esprimere nel testo quando l’ho scritto sette anni fa. Essendo un pezzo locale non pensavo potesse piacere; lo presento alla redazione e ricevo i complimenti. Ho deciso quindi di iniziare con ciò che ho nel cuore, il posto da dove provengo. Ho trovato il regista messinese Antonio Grasso e insieme ci siamo messi a girare per la città. Io mi metto in giacca e cravatta e la gente neanche mi riconosce. Dico solo che stiamo realizzando un pezzo per Catania. Il video non è incentrato su di me, è incentrato su quello che è la nostra realtà. La cosa più figa è stata il terzo commento sul video “sono torinese, ma mi sento catanese”. Li ho capito che c’è qualcosa di forte nella canzone. Ho deciso così di incentrare tutta la campagna sulla sicilianità, infatti tra tre settimane esce il nuovo pezzo che si chiama “The Island”, ovviamente parliamo della Sicilia ma stavolta in inglese».

 

–         Cosa ti lega a Catania? Dopo le esperienze all’estero cosa pensi manchi alla città e cosa ti manca quando sei fuori?

«Quando sono fuori da Catania mi manca il fatto che è una città disegnata a misura d’uomo. È una metropoli con la forma di un paese. Pur offrendoti tutto, non è dispersiva. Mentre qualsiasi altra metropoli lo è. Dispersivo diventa sinonimo di non conoscenza perché la gente non lega o è più diffidente. Quando sono a Catania mi manca il senso della velocità e del coraggio che c’è fuori. Ci sono delle realtà che ogni tanto si fanno avanti e provano ad aiutarci, però capisco che trovano talmente tanti di quei bastoni fra le ruote, sempre per quella piovra che abbiamo sulla testa, che tutto resta uguale. Come diceva mio nonno restiamo “con una mano davanti e una dietro”»

–         Una carriera di successo senza andar via da Catania è quasi impensabile?

«oggi abbiamo un’immensa fortuna che è il web. Il web ti permette di essere ovunque in qualsiasi momento. Vent’anni fa era impensabile. Tutti i grandi della nostra terrasono partiti da qui ma sono emigrati: Pippo Baudo, Fiorello, Carmen Consoli, Mario Biondi. Tutti hanno avuto successo quando sono andati fuori. Certo, il contro è che il web ha totalmente distrutto gli introiti della musica e il valore etico e morale della nuova generazione. È tanto veloce come il web, ma è anche altrettanto vuota».

–         A chi ti rivolgi con la tua musica?

«Non so se ho un target o un genere. C’è chi mi definisce produttore di musica dance altri rapper. Io cerco di fare musica, di fare show. Quando creo show non metto mai un ballerino che balla hip hop su un pezzo hip hop: metto un ballerino che balla hip hop su un pezzo grunge o una ballerina di danza classica su  un brano hip hop. Cerco di trovare la contaminazione che possa essere più adatta. Nella mia cultura, nell’hip hop si dice che bisogna inventare e che l’originalità è il 90% del lavoro. Quello che ho cercato di fare ad esempio con “Catania” è rendere quanto più universale il messaggio. È un pezzo rap ma ho utilizzato una base che può ascoltare chiunque. Il ritornello l’ho fatto fare in gospel e la ragazza è americana, perché volevo avesse una caratura più internazionale. Non volevo fosse un pezzo solo dei catanesi. Volevo che la gente ascoltandolo pensasse “Minchia, sta città ne ha da dare, da vedere, da sentire”: non è una semplice città della Sicilia con abitanti con il fazzoletto in testa come ci immaginano ancora all’estero. Se avessi fatto un rap dicendo a Catania non ci sono soldi, a Catania non c’è lavoro, a Catania manca tutto, sarei stato l’ennesimo rapper che fa l’ennesimo pezzo di protesta. Invece di dire esiste la mafia, dico questa terra è di nessuno, nelle mani di nessuno, dove non parla nessuno e tutto quanto è di qualcuno. Io vengo dal liceo classico, ho studiato al Cutelli e il mio professore Ugo Meli, che tanto amo e adoro e porterò per sempre nel mio cuore, mi ha aperto  alla letteratura e alla mitologia greca, mi ha aperto alla cultura latina e mi ha sempre fatto vedere da Saffo in avanti tutta la strumentazione poetica che ci può stare dietro un qualsiasi messaggio. Quindi ho sempre cercato di fare poesia anche se faccio rap. Facendolo in italiano non credo possa esistere in un altro modo, devo rispettare l’origine. Se canto in inglese, le cose vanno facili quindi metto insieme cash blash. Sono semplici parole, ma in italiano no: abbiamo una musicalità diversa, è una lingua molto complessa, sarebbe stato sputtanarlo dire “mi fai ridere come boldi perché qui non ci sono soldi”, era facile, ti rimane in testa però non sarebbe stato il messaggio che volevo dare».

 

–         Da dove nasce “Don Cash”?

«Come tutti i nomi dati in cultura, è una cosa che ti arriva, che non ti scegli, che non puoi scegliere, ma che ti danno le altre persone. Tanti anni fa ero a Paternò, insegnavo in una scuola di danza. Avevamo tutta la scenografia dello spettacolo che avremmo fatto poi in teatro e c’era una poltrona antica. Io mi siedo e inizio a dividere ai miei amici i soldi che avevamo guadagnato con lo show. Il mio nome era Danilo Cash. Entra un tizio che doveva chiedere qualcosa e un ragazzo gli dice di rivolgersi a me “a quello seduto nella poltrona come un boss”. Questo si avvicina e mi chiama Don Cash. Da li in poi io sono Don Cash. I ragazzi mi hanno sempre detto che er anche il mio modo di fare: se ho qualcosa la divido con tutti, se ho un lavoro mi  porto dietro le persone che mi stanno vicino. Poi porto in giro la pace, più Don di questo?»

–         Cosa stai preparando per l’estate?

«Con l’uscita di nuovi pezzi, ovvero tre nell’arco di due settimane, “Batuka” che è un ballo estivo, “Swang” e “The Island”, ci sono delle date legate a queste uscite. In Sicilia ho già fissato il 10 agosto al Rifugio Sapienza un concerto che abbiamo già fatto l’anno scorso dove c’erano dieci mila persone. E giorno 1 giugno sono alle Capannine come ospite ad una manifestazione di danza hip hop. Ovviamente le date sono tantissime ed è possibile trovarle tutte sulla mia pagina facebook».

Il suo pezzo “Catania” ha in breve tempo superato le 69 mila visualizzazioni su Youtube perché “Minchia Catania è Catania”.

Martina Strano

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