Diciamo subito che l’errore linguistico è: a) un “uso” della lingua, b) “ritenuto/giudicato sbagliato“. Si tratta cioè di una nozione complessa, che indica: a) una forma linguistica spesso diffusa all’interno di una comunità linguistica, b) che è oggetto di un “giudizio di valore” negativo, di condanna.

In quanto “uso” esistente e diffuso, esso va innanzi tutto spiegato (a) strutturalmente, com’è formato, da chi è adoperato, in quali circostanze, e magari quando è nato e qual’è [sic] la sua etimologia. Domande alle quali non è sempre facile dare una risposta sul versante scientifico. E poi vanno individuate (b) le ragioni del giudizio di condanna di tale uso, individuando i giudici di tale proscrizione, magari non sempre unanimi, e le ragioni di tale sanzione (negativa), spesso apodittiche e non sempre peraltro esplicitate. Anche in questo caso, le risposte non sono sempre agevoli o scontate.

La “norma“, in quanto il contrario di “errore”, indica invece l’uso che è stato approvato. Anche qui occorre chiedersi chi è l’autore dell’approvazione, e in base a quali espliciti criteri si giudica “normale” un certo uso, escludendone altri.

Quali gli esempi con cui si potrebbe illustrare lo schema argomentativo di cui sopra? È di qualche giorno fa la articolata risposta dell’Accademia della Crusca al quesito se il nome dell’attuale ministro dell’Economia si debba pronunciare “Pàdoan” (cioè sdrucciolo) o “Padoàn” (cioè tronco). Ora, trattandosi di un cognome, che attribuisce identità all’interessato, l'”uso corretto” ovvero riconosciuto, ufficiale, in termini di “norma”, non può che essere quello stabilito dallo stesso interessato, come riconosce la Crusca. E il ministro si è dichiarato per la pronuncia sdrucciola. Il che significa anche che altre persone con tale cognome possano optare per la pronuncia tronca “Padoàn”. Che sarebbe quindi non meno corretta. Si presuppone di conseguenza che la pronuncia tronca sia ortograficamente supportata dal segnaccento, obbligatorio nella lingua scritta, quindi “Padoàn“. E non si può neppure escludere l’esistenza di una terza possibilità, che cioè l’interessato chiami sé stesso (e lasci liberi gli altri di chiamarlo) sia “Pàdoan” che “Padoàn”.

Se questa è l’analisi sul versante normativo del cognome “Padoan/Padoàn”, c’è da chiedersi quale ne sia l’etimo e il perché strutturale delle due pronunce (entrambe, ripetiamo, “corrette”). L’etimo del cognome è indubbiamente dialettale: si tratta infatti del veneto padoàn (letteralmente ‘padovano’). La pronuncia Padoàn si rivela quindi un dialettalismo doppiamente marcato: in quanto parola a un tempo tronca e terminante in consonante (non più peraltro velarizzata). La pronuncia sdrucciola [Pàdoan] Padoan è invece indizio di maggiore adattamento (e quindi dialettalismo meno marcato) perché, pur terminando in consonante nasale non-velarizzata, è sdrucciola. E l’italiano tende a non avere parole tronche in consonante.

A conclusione, il ritenere “errata” la pronuncia sdrucciola [Pàdoan] perché non etimologica sarebbe indizio di una concezione puristica del funzionamento e del mutamento linguistico. Significherebbe non tener conto né della struttura delle lingue in contatto, né del fatto che le lingue cambiano in funzione dei bisogni dei parlanti e del ruolo che essi occupano nella società.

Su un altro versante, che Giorgio Meletti su “Il fatto quotidiano” (14 gennaio) bolli l’economia come “scienza triste” (p. 20) perché retta dal ministro renziano Pier Carlo Padoan rivela solo una preoccupante confusione di giudizio sul piano scientifico e sul piano politico. Che poi l’anti-renzismo del giornalista lo faccia perseverare in tale confusione con la domanda “Qual è la scienza più triste?”, riferita alla linguistica, “scienza tristissima”, che con l’Accademia della Crusca aveva solo proposto un’analisi scientifica del problema della pronuncia del cognome del ministro, fa sorgere un’altra domanda: “A cosa serve un giornalismo del genere?”.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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