Mettete insieme un bravo fisico e un teologo di cultura e di notevole apertura, shakerateli ben bene, conditeli con un giornalista che sa porre qualche domanda sensata e fateli parlare di luce. Che ne uscirà fuori?

È stato questo l’esperimento che si è posto in essere l’altro giorno nella sede della Chiesa di p.zza Dante, organizzato nell’ambito di una “tappa” del “Cortile dei Gentili”, manifestazione promossa dall’Università di Catania e dal Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi. Si trattava di far dialogare scienza e fede; a dare loro voce erano lo stesso Ravasi – che impersonava la fede – e Carlo Rovelli, fisico italiano tra i più noti e apprezzati, che si è distinto per alcuni libri divulgativi che parlano di fisica (come le sue Sette lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, che tutti dovrebbero leggere).

Appunto, fisico brillante che ha scritto ottimi libri divulgativi di fisica. E sorge subito la domanda spontanea: ma un fisico, per quanto eccellente e intelligente, che si è solo occupato di fisica ha qualcosa da dire su un argomento come quello della luce, nell’orizzonte del dialogo tra scienza e fede? Una domanda, questa, che egli stesso sicuramente si è posta, tanto da non nascondere il suo imbarazzo iniziale ad essere lì presente a parlare di qualcosa che certo non era fino a quel momento stata al centro delle sue riflessioni: «Solo due parole per… non parlare solo della luce, per non cominciare subito a parlare della luce, per dire anche come mi sento perché… io mi sento un po’ fuori casa; e anche un po’ imbarazzato, lo dico subito. Io vengo da un mondo molto diverso… siamo in una chiesa, sono vicino a un principe della chiesa, mi permetta [risatina], a un moderatore cattolicissimo, se mi permette, pure vedo prelati in… in… in prima fila. Non è il mio mondo, non è assolutamente il mio mondo.» E difatti, non volendo e non potendo subito parlare di luce, ecco che spiega il perché dell’essere lì: il suo professato ateismo, che certamente costituisce una cartina di tornasole per la fede del suo interlocutore. E cosa fare, innanzi tutto se non esporne le ragioni? Ecco allora che Rovelli le enumera in un suggestivo brano che legge (e che si può trovare su Facebook sulla sua pagina), nella quale esprime il “sentimento” che sta alla base del suo ateismo e che si esplicita nello elencare tutta una serie di “mi piace… non mi piace”: «A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene. A me non piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni. Non mi piace rispettare i miei simili perché sono figli di Dio. Mi piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione per la gente.» E così via, come ognuno può leggere al link indicato.

Dopo questa sorta di mozione degli affetti – che ovviamente nulla dice sulle “ragioni” dell’essere ateo o meno – non poteva mancare ad un Ravasi la facile risposta: «[…] io ho scoperto, ascoltando questa sua pagina molto suggestiva, ho scoperto una buona parte… allora anche del mio ateismo; anch’io sono ateo in molte delle riflessioni che lei ha proposto.» E già, perché a un profondo conoscitore della religione, della teologia e delle forme molteplici in cui l’ateismo e il sacro possono essere vissuti, non può sfuggire come molti dei “non mi piace” di Rovelli di fatto coincidano o vanno nella stessa direzione di una religione vissuta in modo adulto, non superstizioso, non dogmatico e non consolatorio. Vi sono innumerevoli pensatori religiosi che hanno rifiutato quella forma di religiosità che viene rigettata da Rovelli e che tuttavia non per questo sono obbligati a sposare una prospettiva atea. Anche perché se l’essere o meno atei fosse tutto depositato in un “sentire”, in un “mi piace”, si potrebbero riempire i posti vuoti di questi termini con tante altre situazioni che vanno esattamente nella direzione opposta e che possono essere altrettanto suggestive. Tutto sarà allora consegnato alla tempra del senziente: c’è colui a  cui piace “sentirsi in comunione con altre persone e condividere un medesimo rito” e c’è chi (come Rovelli) preferisce invece “sentirsi in comunione con un gruppo di persone guardandole negli occhi, parlando con loro, e guardando il loro sorriso”. Chi potrà mai dire che l’una condizione è migliore dell’altra? Chi potrà mai sostenere che l’una sia legittima, più adulta, meno superstiziosa o più razionale dell’altra?

Ma che il fisico – in quanto fisico – ha poco o nulla da dire al religioso (e viceversa), lo si è visto con chiarezza quando si è venuti a parlare della luce. Cosa poteva dire un fisico in merito? Spiegare ovviamente in cosa consiste il fenomeno della luce e quindi parlare di molecole vibranti, di campi elettromagnetici, di Faraday e Maxwell e alla fine accennare alla inquietudine che ci arreca il buio, spiegata con la storia evolutiva dell’uomo: «[…] perché milioni di anni di evoluzione ci hanno insegnato che nel buio è pericoloso perché non vediamo cosa succede… arriva il leone e ci mangia… Quindi la mancanza di luce ci inquieta, agita i nostri neu[roni]… abbiamo bisogno di sapere cosa succede per sopravvivere». Ecco, tutto qui: la dimensione metaforica, simbolica della luce riportata a un sano positivismo ottocentesco, a una circostanza evolutiva, ad una caratteristica della nostra storia, del nostro essere uomini, fragili e sperduti in un mondo pericoloso.

Pubblico

Non era certo questo il piano su cui rotola senza attrito la rotonda parola di Ravasi che – a differenza dell’eloquio frammentato di un pensiero che si costruisce nel dubbio e nell’incertezza, come quello di Rovelli – si esprime in un eloquio ricco, pieno, dotto, sapiente e a tratti un po’ sornione. Per Ravasi la luce è un simbolo che, come tale, «vuol dire mettere insieme estremi, unisce, cerca di unire sempre una realtà fisica, un dato sperimentale, e una componente meta-fisica». Cioè rimanda a un oltre, così come sapientemente illustra con tutta una serie di colte citazioni e di dotti riferimenti a religioni e personaggi del mondo. Ed è facile far vedere come la tematica della luce sia stata centrale non solo nel cristianesimo, ma anche nell’antica religione egizia, nell’induismo e così via; persino nel buddhismo, dove la vetta della realizzazione è appunto detta “illuminazione” e Buddha significa l’illuminato. Ma a parte qualche piccolo scivolone – come ad es. lasciar intendere che nel buddhismo esista un rapporto con Dio e che la luce venga da lì, quando è ben noto che esso è una “religione” (se proprio così lo si vuol definire) del tutto atea – in cosa consiste la tecnica di Ravasi, che esibisce tutto in modo di rapportarsi a questi problemi? È quella di appoggiarsi su testi sacri – di varia provenienza – e facendosi forza su di essi puntellare la tesi circa il necessario rapporto tra trascendenza e immanenza, che si esprimerebbe nella luce (ma anche nelle tenebre). Un discorso che – anche questo – convince solo nella misura in cui può presupporre in chi ascolta un forte sentimento, e cioè la fede, l’adesione a una nozione di rivelazione consegnata in libri sacri che sono di per sé autorevoli, in quanto li “sentiamo” tali. Ravasi – anche lui dunque – non fornisce alcuna argomentazione del perché il tremendum e fascinosum – di cui ci ha parlato Rudolf Otto – sia di per sé una prova, una ragione per credere in Dio.

Ecco dunque il senso del dialogo: al ripetuto tentativo di Rovelli di portare il discorso sul terreno della spiegazione naturalistica e di insistere sulla complessità del mondo (un tema che continuamente ricorre nei suoi interventi), che deve essere studiata in quanto tale, «senza bisogno di andarci ad aggiungere un qualcosa d’altro», fa da contraltare la posizione di Ravasi, il quale a una realtà che si è “auto-costituita”, e cioè trova in sé stessa la propria ragione, contrappone una causalità del reale che «non è soltanto quella auto-producente, ma è anche una causalità trascendente». Su queste due contrastanti visioni, e senza una possibilità di mediazione che non sia soltanto consegnata ad opposti “sentimenti”, si snoda il dialogo. Che dialogo non è, ma solo il rotolare sul piano inclinato dell’inutilità di due discorsi paralleli che non riescono mai veramente a incontrarsi, cioè che non riescono mai a entrare ciascuno nelle ragioni dell’altro.

E qui ritorniamo all’equivoco di fondo che di solito regge simili confronti: la convinzione (errata) che un uomo di scienza – per quanto bravo e brillante – possa in quanto tale avere delle ragioni o degli argomenti che possano entrare nel merito delle ragioni della fede. Ovviamente si può anche dire il viceversa, quando i teologi vogliono dire la loro in questioni di scienza: ma sono stati abbastanza scottati in passato (e giustamente Ravasi cita il caso Galileo), per non esser cauti nell’avventurarsi su questo terreno. V’è in effetti chi, partendo da una “scienza dura”, si è avventurato nel campo della religione: Piergiorgio Odifreddi ha scritto molti libri sulla fede e la religione, ma a tal fine (al di là della valutazione che se ne vuole dare) ha dovuto studiare e approfondire tutto un campo della cultura umana (filosofia, teologia, letteratura, esegesi biblica e così via) che nulla ha a che fare con la matematica da lui praticata come sua competenza specifica. Insomma ha dovuto dismettere l’abito del matematico e arredarsi con quelle “humanities” che lui di solito disprezza: s’è dovuto fare teologo, filosofo ecc. Qualcosa che i medievali già avevano diagnosticato quando affermavano che “purus logicus, purus asinus”: sapevano bene che una struttura formale deve – per poter dire qualcosa sul mondo e sul significato di esso – essere “interpretata” cioè essere “accoppiata” a realtà, eventi, concetti, significati. Ed è questo “accoppiamento” la cosa più delicata. La logica ci può dare solo il rigore formale del ragionamento, metterci al sicuro dalle sue fallacie, non certo fornire i contenuti su cui ragionare (già lo aveva detto Aristotele, per non andare lontani, ma lo si è ribadito nella logica contemporanea, quando si è sottolineata l’importanza della “semantica”). E così la matematica a Odifreddi – come la fisica a Rovelli – possono fornire l’abito logico, razionale che meglio li mette in grado – una volta che si attrezzano con i contenuti di ciò di cui vogliono discutere – di avere delle performance superiori a quelle medie. E visto che sono uomini di brillante intelligenza, si può sperare che da essi possano giungere delle illuminazioni che magari altri non sono in grado di fornire. Ma affinché questo accada non è sufficiente essere “puri fisici” o “puri matematici”, ma bisogna essere uomini di cultura a tutto tondo, cioè essersi cimentati con la letteratura, gli argomenti, le discussioni delle discipline su cui voglio discutere. Altrimenti non si potrà far altro che illustrare spezzoni del proprio sapere specialistico e dare sfogo all’ottativo del cuore.

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