«I cristiani perseguitati nel mondo sono i nostri martiri di oggi e sono tanti, possiamo dire che siano più numerosi che i primi secoli». È questa la recentissima denuncia di Papa Francesco a proposito dei cristiani uccisi e decapitati in Kenya che abbiamo potuto sentire in TV e leggere nei mass media cartacei e on line. Così per es. in “Avvenire.it.” o in “Fatto Quotidiano.it” (7 aprile). Non pochi giornali cartacei (per es. il “Corriere della Sera” 7 aprile, p. 2) e on line (“Corriere della Sera.it”; “la Repubblica.it”; “Il Sole 24 Ore.it”, ecc.) hanno tuttavia riportato le parole del Pontefice mutate all’indicativo: «possiamo dire che sono più numerosi che i primi secoli».

La correzione o “normalizzazione” è invero ingiustificata e inaccettabile per più motivi: filologici e deontologici. Si tratta di una citazione testuale, e per di più di un autore come il Papa. La correzione (tacita) presuppone che il testo del Papa sia “scorretto”, “sbagliato”. In fatto di lingua, invero ogni uso, per quanto apparentemente strano, ha le sue ragioni semantiche, che vanno attentamente indagate, anziché essere sbrigativamente banalizzate.

I correttori trovando tale uso in bocca a un parlante non nativo e diverso dal proprio avranno immaginato che tale congiuntivo era dovuto a un sottostante congiuntivo spagnolo. Insomma, il Papa avrebbe pensato (in spagnolo): «podemos decir que los mártires de hoy SEAN más numerosos que los de los primeros siglos de la Iglesia». E quindi trasferito il congiuntivo dallo spagnolo all’italiano. Lo scrupolo “filologico” ci ha fatto controllare presso ispanofoni nativi la normalità di tale congiuntivo. Ma l’esito è stato negativo. Anche l’ispanofono nativo direbbe: «podemos decir que los mártires de hoy SON más numerosos que los de los primeros siglos de la Iglesia». E quindi è più che ragionevole escludere lo zampino dello spagnolo nella frase italiana.

Stando così le cose, si potrebbe pensare a un eccesso di preoccupazione grammaticale dell’illustre locutore. Tecnicamente, potrebbe trattarsi in italiano di un “iper-correttismo”. Un ipercorrettismo analogo a quello di un italofono nativo, trovato sul quotidiano “Il Garantista” nella penna di un coltissimo giornalista: «Tarquinio fa bene a fare ciò che fa, a scrivere ciò che ritenga [= ‘ritiene’] giusto scrivere». Un altro esempio è quello che si legge in un recentissimo saggio ‘popolareggiante’ di uno storico: «questo diffuso sentire degli Africani è stigmatizzato [= ‘evidenziato’] in alcune iscrizioni[,] dalle quali si evince che la speranza di un ‘risorgimento’ del paganesimo fosse [= ‘era’] diventata certezza».

Ma l’esempio del Pontefice, non solo a chi scrive, ma ad altri colleghi, è risultato linguisticamente accettabile, rispetto all’indicativo. La ragione potrebbe allora dipendere dal fatto che il verbo della reggente “possiamo dire” ha assunto la sfumatura semantica di “possiamo sostenere” che giustifica la presenta del più elegante congiuntivo: «possiamo dire [‘sostenere’] che siano più numerosi che i primi secoli».

Ogni normalizzazione, in conclusione, è indizio di una rinuncia a capire gli altri, alterandone il pensiero, quando non lo si depotenzia o tradisce.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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