In tutti i progetti di “riforma” della scuola degli ultimi vent’anni, vi sono state due costanti: l’assenza di un asse culturale intorno a cui far ruotare l’educazione, e la presenza sempre più massiccia della tecnologia. Lavagne interattive, registri elettronici, strumenti multimediali, hanno in maniera crescente occupato il posto dei contenuti, divenendo le parole d’ordine con cui i vari “riformatori” hanno ritenuto di rendere la scuola più “moderna” (le altre parole d’ordine sono state “autonomia”, “apertura al mercato”, “meritocrazia”; mi concentrerò in questa sede, però, solo sul tema della tecnologia).

In merito a tale argomento, la prima cosa da capire è che questi strumenti, nella loro essenza, sono strumenti, e dunque non possiedono intrinsecamente una potenzialità educativa. Per valutarli in tal senso, occorre appunto verificare quanto essi favoriscano realmente il fine della educazione, da intendere come trasmissione di cultura rivolta alla formazione della umanità della persona. Ebbene: per molti aspetti, come hanno evidenziato diversi studiosi, questi strumenti non favoriscono il processo educativo. Ciò nonostante, l’ideologia della modernizzazione – cui chi si oppone viene duramente stigmatizzato – procede a ritmo serrato, forse in quanto questi strumenti possiedono un’altra caratteristica, probabile causa della loro massiva introduzione: costituiscono un business. Oltre al costo dell’acquisto essi richiedono infatti formazione permanente, manutenzione costante e sostituzione frequente. Quello che si dovrebbe spendere per il fine di favorire l’educazione, si spende, moltiplicato più volte, per il fine di mantenere efficienti strumenti che talvolta addirittura sfavoriscono l’educazione.

Gli strumenti sono infatti funzionali, ossia efficaci, se consentono la realizzazione del fine per cui sono utilizzati. Il fine primario della scuola è, come detto, l’educazione. Per una buona educazione occorre però in primo luogo un buon docente, che conosca la propria materia, che sappia insegnarla, e soprattutto che desideri formare bene (dargli cioè una “buona forma” di umanità) i giovani. In questo compito, l’utilizzo eccessivo delle tecnologie rischia di innalzare una barriera nella relazione educativa. Il computer è in effetti in primo luogo creatore di immagini, schemi, rimandi, ma i significati, i discorsi, le teorie non possono essere sostituite, pena appunto un radicale impoverimento qualitativo dell’insegnamento.

L’utilizzo degli strumenti multimediali, che favoriscono testi brevi e sintesi superficiali, allontanano gli studenti dalle letture approfondite, dalla scrittura ragionata, e per conseguenza dalla vera riflessione. Tale utilizzo, a lungo andare, passivizza, in quanto non agevola una autonoma capacità di elaborazione, favorita invece dalla relazione dialettica, ossia dal dialogo continuo con il docente. L’utilizzo dei computer sfavorisce la capacità critica dei giovani, il che conduce a far prevalere – come molti fatti di cronaca dimostrano – l’emotività incontrollata sulla ragione etica. L’utilizzo eccessivo degli strumenti multimediali nel processo educativo conduce a sfavorire nei giovani sia la capacità introspettiva, sia la capacità argomentativa. Come emerge sempre più anche in sede di tesi di laurea, molti studenti hanno introiettato l’opinione che una buona ricerca sia costituita soprattutto da un laborioso copia-incolla, non da una autonoma elaborazione concettuale. In realtà, la ricerca richiede letture, metodo, passione. Non esistono scorciatoie per acquisire una buona cultura, ed ancor meno per ottenere una buona educazione. I computer pongono a disposizione una quantità sempre più elevata di dati, ma, senza una capacità di selezionare questi dati, l’effetto che si produce è solo quello della confusione.

Occorrerebbe allora chiedere agli ideologi della modernizzazione: siamo proprio sicuri che, sfavorendo la educazione classica, si favorisce una scuola migliore? Gli strumenti tecnologici possono essere molto utili, ma occorre essere attenti – come per i farmaci – agli effetti collaterali che producono. Un insegnamento sempre meno teoretico e sempre più descrittivo, come se lo studente dovesse solo ascoltare dei fatti senza riflettere sulle loro cause, non educa. Esso non aiuta inoltre ad impadronirsi di quegli apparati concettuali che soli possono consentirgli di progettare in modo sensato la propria vita, e per conseguenza di partecipare in modo buono alla totalità sociale. L’esito pressoché inevitabile, andando avanti con questo processo di “modernizzazione”, sarà quello di rendere i giovani sempre meno autonomi, dunque meno liberi, poiché la vera libertà, come scrisse Platone, si fonda principalmente su una buona conoscenza e su una adeguata educazione.

Limitando da un lato la cultura filosofica, sempre più marginalizzata, e dall’altro la cultura scientifica, sempre più destrutturata, viene meno la possibilità della teoria di fondare la prassi in modo insieme razionale ed etico. La scuola “moderna” formerà forse insonni consumatori e remissivi lavoratori, ma, senza la cultura classica, farà smarrire ai giovani la possibilità di realizzarsi compiutamente come persone, quindi di costruire un mondo migliore, e, pertanto, di essere felici.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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