PALERMO – Era la vigilia di Natale del 1991 quando scrissi una lettera a Giovanni Falcone manifestandogli il mio supporto e la mia stima sul lavoro antimafia che stava conducendo a Palermo. In quella missiva lo “rimproveravo” di lasciare Palermo per andare a Ministero di Grazie e Giustizia con il ruolo di direttore generale degli affari penali. Nonostante il periodo “buio” che Falcone stava attraversando il 5 febbraio del 1992, mi rispose, con una lettera a dir poco meravigliosa, nella quale mi scriveva che lasciare Palermo per andare a Roma non era un abbandono ma un tentativo di rafforzare a livello nazionale la lotta alle mafie. A distanza di oltre ventisei anni per il pm Antonino Di Matteo è stato richiesto il trasferimento d’urgenza a Roma dopo la comunicazione del procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Lo Voi, riguardo ai nuovi rischi di attentato. L’ultimo allarme è stato intercettato poco più di un mese fa. Di Matteo ha rifiutato la proposta di trasferimento. “Non sono disponibile al trasferimento d’ufficio per motivi di sicurezza” così il magistrato palermitano avrebbe motivato il suo rifiuto. A mio giudizio ha fatto bene, anche se comprendo che per lui possa essere un grosso sacrificio, perché allontanarsi da Palermo significherebbe, di fatto, abbandonare il processo sulla trattativa e le inchieste che sta portando avanti.  Dirò di più. Non condivido neanche il fatto che in futuro vada alla Direzione Nazionale Antimafia. Di Matteo dovrebbe restare a Palermo e lo Stato dovrebbe dimostrare che uomini come lui non sono abbandonati o peggio lasciati soli. Questo si che sarebbe un segnale forte da parte di uno Stato che non si piega di fronte alle minacce della mafia perché è in grado di assicurare la sicurezza dei suoi servitori. Mi raccontava Antonino Caponnetto che in passato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono costretti a una “reclusione” forzata all’Asinara, nel 1985, sempre per motivi di sicurezza. Da li venne fuori il maxiprocesso che ancor oggi segna la più grande vittoria dello Stato nei confronti della mafia. Io sono contento che Di Matteo abbia preso questa decisione e mi auguro che il magistrato non lasci Palermo e termini tutte le sue indagini contro la mafia con l’entusiasmo e la voglia di restare ancora in Sicilia nella certezza che lo Stato lo supporterà e proteggerà con tutte le sue forze. Falcone sosteneva: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Sempre parafrasando Falcone, credo che, oggi più che mai, occorra impegnare nella lotta alla mafia tutte le forze migliori delle istituzioni, solo così facendo possiamo provare a sconfiggerla. Tra queste forze migliori senza dubbio vi è Nino Di Matteo e per questo motivi deve restare a Palermo.

 

(Vincenzo Musacchio – giurista, direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise)


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