La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro”.

Bruno Contrada, 84 anni, napoletano ma palermitano d’adozione, all’inizio degli anni novanta era ai vertici degli apparati investigativi italiani, numero tre del Sisde, dopo aver percorso tutte le tappe dell’ investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell’ arco di un trentennio.

Nel ’92, l’anno delle stragi palermitane, venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, e condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile ’96. Ma la storia non finisce qui: la sentenza è stata ribaltata in Corte d’appello il 4 maggio 2001 con l’assoluzione. La Cassazione ha poi rinviato gli atti a Palermo, e successivamente ecco la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana, e la conferma della Cassazione l’anno successivo. Da qui il carcere, i domiciliari e poi la fine della pena nell’ottobre 2012. Lo Stato italiano dovrà versare all’ex numero due del Sisde 10 mila euro per danni morali.

Duro il primo commento di Bruno Contrada: “Ventitre anni di vita devastati non potrà restituirmeli nessuno. Così come i 10 anni trascorsi in carcere. In questi anni, terribili per me e per le persone che mi vogliono bene, c’è stata sofferenza incredibile – ha aggiunto – che si è manifestata in qualsiasi forma: fisica, morale, professionale e familiare”.

Numerosi i tentativi di revisione presentati nel corso degli ultimi anni, come spiega il legale dell’ex numero 2 del Sisde, l’avvocato Giuseppe Lipera: “Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione del processo a Bruno Contrada e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l’udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna. Ora capisco perchè nonostante le sofferenze quest’uomo a 84 anni continui a vivere”.

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