Ma come, non sei andato a vedere “La mafia uccide solo d’estate”? Non sai che ti sei perso: intelligente, divertente, commovente…

Me lo sento dire da quest’inverno. E perciò, nel pieno di quell’estate invocata e paventata dal titolo di quel film, ne pesco una tardiva replica in un’arena catanese.

Ma non mi diverto affatto. Né mi commuovo. Anzi ne esco decisamente irritato. Perché? È presto detto.

Il film di Pif mi indigna perché ritengo che non si possano mischiare sketch da Bagaglino con tragedie, con i filmati delle stragi di mafia. E non si possono mettere insieme attori che incarnano con bonaria ironia Totò Riina o Provenzano con altri che impersonano, altrettanto bonariamente, Chinnici o Dalla Chiesa, e peggio con le immagini di Falcone e Borsellino in carne e ossa, di Capaci, di via D’Amelio.

Non si può tollerare lo sketch su Riina che non sa usare il telecomando del condizionatore d’aria ma la voce fuori campo ti dice che poi imparò e lo vedi azionare il telecomando della bomba di Capaci! (E i detriti dell’esplosione piovono, guarda un po’, sull’auto del rivale in amore del protagonista.)

E che dire del protagonista? Un cretino integrale: un bambino col mito di Andreotti, un giovanotto felice di suonare la pianola in una TV privata scalcinata e paramafiosa; ma poi lo vediamo, sposato e con prole, miracolosamente trasformato in didatta dell’Antimafia.
Lo confesso: non sapevo chi fosse Pif. Perciò l’ho cercato su Wikipedia e ho appreso che è amico di Renzi e assiduo della Leopolda e che i suoi meriti artistico-giornalistici consistono nell’aver fatto l’inviato de “Le iene”. Ora capisco: lo stile è quello, da Cabibbo Mediaset che ammicca a sinistra. E chiude con un fervorino edificante e un tour delle lapidi per procacciarsi i finanziamenti del ministero.

Non si può ridere della mafia? Certo che si può. “Tano da morire” (e l’intero club Ciprì-Maresco-Torre) virava sul grottesco con esiti di esilarante espressionismo. E “Johnny Stecchino” faceva ridere, perché non sgarrava dal registro d’una comicità “pura”, iperbolica, farsesca, senza mischiarla con nomi, figure, eventi di ben altro e solo tragico spessore.

Che dire, invece, di Pif il piacione? Quel che disse un personaggio di Vitaliano Brancati: “non confondiamo la minchia col padrenostro”.

A proposito dell'autore

Docente di italiano nell'Università di Catania

Antonio Di Grado è professore ordinario di letteratura italiana nella facoltà di lettere dell’università di Catania e direttore letterario della fondazione “Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Ha dedicato le sue ricerche e le sue pubblicazioni al Quattrocento di Alberti e al Cinquecento di Gelli, al Seicento di Bartoli e al Settecento di Tempio, ma si è prevalentemente occupato dell’Ottocento della narrativa verista e del Novecento delle riviste e delle avanguardie, della narrativa tra le due guerre e infine di scrittori come Brancati, Vittorini, Sciascia e numerosi altri. Da Leonardo Sciascia è stato nominato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa; negli anni Novanta è stato assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato diversi volumi di storia e critica letteraria: tra gli ultimi ci sono Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta”. Per Sciascia, dieci anni dopo (Sciascia, 1999), La lotta con l’angelo. Gli scrittori e le fedi (Liguori, 2002) e infine Giuda l'oscuro. Letteratura e tradimento (Claudiana, 2007). Inoltre ha curato l’edizione di opere di Leon Battista Alberti, di De Roberto, di Rosso di San Secondo, di Piero Jahier, di Giorgio Spini e di Brancati.

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