Katya Maugeri

PALERMO – La vita di tutti i giorni, se vogliamo, è lo strumento con il quale possiamo manifestare la nostra personale lotta alla criminalità: la legalità risiede nelle scelte e  si concretizza  attraverso le azioni che molto spesso diventano libri, manifestazioni o film. È il caso dell’ultimo lavoro del regista Salvo Cuccia, “Lo scambio”, film presentato al Torino Film Festival, attestandosi come il più interessante dei titoli italiani in concorso e vincitore dell’Ortigia Film Festival, l’autore siciliano si prende una pausa dal documentario e realizza un dramma, non il solito e comune mafia movie: si tratta di un’opera “cupa” nella quale nulla è lasciato al caso, in cui si tenta di comprendere i comportamenti criminosi cercando di affondare sino alle origini, analizzandole partendo dalle dinamiche quotidiane.

La realtà mafiosa cambia assetto, volti, si evolve e continua a operare senza timore, rimane l’omertà che dinanzi a tanto cambiamento mantiene l’eco assordante del silenzio.

L’antimafia del passato ha lasciato spazio a un’antimafia attuale capace di proporsi attivamente?

«L’antimafia che si propone oggi sicuramente è prima di tutto quella delle forze di polizia, l’antimafia attiva dei magistrati. A Palermo persiste un controllo del territorio – in certi quartieri– da parte della criminalità, ma c’è un altrettanto intervento continuo ed energico da parte delle forze dell’ordine».

736990-salvo-cucciaIn che modo dovremmo spiegare ai giovani chi sono realmente i mafiosi?

«Dovremmo spiegarlo non solo dal punto di vista proposto dalla televisione che lo fa attraverso le serie tv con storie basate su spiegazione meccanicistica,  la cosa importante secondo me – ed ho cercato di realizzarlo nel mio film – è l’esternazione del male dell’uomo in tutti i sensi, andando a scavare nel profondo del fenomeno criminale in tutta la sua potenza. Occorre andare, al di là di  ironie varie, direttamente al cuore del problema indagando nelle viscere e nel profondo, evitando di esaltare la mafia. Si dovrebbe arrivare alla radice del male e indagare sulle motivazioni profonde. “Lo scambio” ha avuto un effetto prorompente sul pubblico che ha assistito al film: non si parla di pistole, ho cercato di dare delle spiegazioni sul piano interiore dei personaggi».

Quanto è importante parlare di mafia in maniera diversa, deviando le tecniche comuni, affrontando questa piaga sociale da una visione introspettiva?

«Tempo fa scrissi un racconto, mai pubblicato, e in un capitolo parlavo di cosa potesse significare per me l’omertà, che non è solo l’avere paura di parlare ma e’ anche la consapevolezza di sapere come stanno realmente le cose perché sin dalla tua infanzia, i codici comportamentali di determinate persone ti fanno capire chi detiene il potere, sia quello legale sia quello illegale. Ed ho realizzato che l’immagine è più forte della parola.

loscambioL’omertà diventa così un marchio che ci portiamo addosso, bisognerebbe raccontarne l’essenza profonda?

«Sì, esattamente, ed io lo faccio nel mio film. Per esempio per eccesso di omertà e portarne all’estremo l’essenza, i personaggi non hanno nomi, nessuno chiama nessuno per nome”.

L’organizzazione criminale sanguinaria lascia le strade per trasferirsi ai piani alti?

«I tempi sono cambiati, il ciclo dei corleonesi si è trasformato in altro. La violenza lascia le pistole per dedicarsi al controllo territorio quando dovrebbe essere al business internazionale non c’è più l’attacco frontale allo Stato né quella guerra continua, quella del ciclo dei corleonesi  che va dagli anni 60 in poi».

Prende così il sopravvento, cambiando volto, una mafia imprenditrice?

«Sì, ed ha in qualche modo sottratto la propria immagine fisica dedicandosi ad altri interessi che sono quelli della finanza internazionale e anche localmente su vari investimenti».

Giovanni Falcone sosteneva che la mafia fosse “un fatto umano”, quindi con un inizio e destinata a una fine.

«Era un modo per non mettere la mafia su un piano divino come molti la consideravano, presumo fosse anche una lezione per istruire la gente che non c’è un dio negativo a cui rivolgere le proprie preghiere. Una fine – relativa a quel tipo di mafia che lui ha conosciuto – c’è stata, è avvenuta una trasformazione.
Non una fine, solo una trasformazione».

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A proposito dell'autore

Katya Maugeri

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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