Katya Maugeri

Cosa nostra continua ad avere una grande capacità di riorganizzarsi, nonostante arresti e processi: la trasferta della commissione parlamentare antimafia ha sancito questa certezza. «Non è più la Cosa nostra delle stragi – ha detto il presidente Rosy Bindi – ma la Cosa nostra degli affari».
Affari realizzati grazie a insospettabili complicità. Il giornalista del quotidiano la Repubblica Salvo Palazzolo ha raccontato la cronaca e i retroscena dell’evoluzione della realtà mafiosa in vari libri, l’ultimo con il pm palermitano Nino Di Matteo, “Collusi”.

Gli abbiamo chiesto quanto pesano le parole pronunciate da magistrati e investigatori davanti all’Antimafia.

Il comandante della Guardia di Finanza di Palermo, il generale Giancarlo Trotta, ha denunciato che i professionisti siciliani fanno ancora troppo poche segnalazioni per operazioni sospette. Il segnale di una nuova omertà intellettuale?

«Persino le banche, negli anni scorsi nel mirino di feroci critiche da parte dei magistrati, si sono messe in regola con le segnalazioni di operazioni sospette. Per i professionisti palermitani, invece, la mafia sembra non esistere. Questo dice l’analisi della Finanza, uno spunto di riflessione allarmante, che però non ha aperto un adeguato dibattito. Per legge, dottori commercialisti, ragionieri, avvocati, notai e consulenti del lavoro, sono tutti ormai obbligati per legge a segnalare i clienti in odor di riciclaggio. Proprio come le banche. E, invece, nel 2015, solo 17 professionisti palermitani si sono mossi».

Davvero pochi. Chi sono?

«Sedici segnalazioni sono arrivate dai notai, si è mosso anche un ragioniere. Onore al merito. Ma è ancora troppo poco. Nel 2014, i professionisti palermitani non avevano fatto alcuna segnalazione; nel 2013 ne hanno trasmesse quattro».

Strada tutta in salita. E gli ordini professionali che fanno?

«Il più solerte è stato l’ordine dei notai, che ha organizzato un convegno con magistrati e con il comandante del nucleo di polizia valutaria di Palermo. Poi, sono state inviate anche delle linee guida a tutti i notai, per chiarire esattamente quando si deve denunciare. Indicazioni semplici, ma a Palermo troppi professionisti sembrano non conoscerle».

Beh, i mafiosi e i loro complici non portano certo il cartellino di riconoscimento al petto. E anche i magistrati oggi parlano di una mafia sempre più insidiosa, perché invisibile.  

«È vero, oggi l’organizzazione mafiosa è sempre meno riconoscibile nelle sue infiltrazioni. Ma se il cliente che si presenta in uno studio professionale per stipulare atti di acquisto di palazzi o aziende è un disoccupato, allora c’è chiaramente qualcosa che non va. E, invece, negli anni Ottanta e Novanta, decine di disoccupati sono diventati improvvisamente ricchi dopo aver firmato atti negli studi di alcuni blasonati notai. Ma anche di recente è finito un notaio negli accertamenti della polizia valutaria che indagava sugli affari dell’insospettabile avvocato Marcello Marcatajo, arrestato con l’accusa di essere il riciclatore dei costruttori Graziano. Nessun professionista si era accorto della sua girandola di società rette da prestanome, fra cui c’erano pure due operai».

12633475_10208823080477563_6569096256873253675_oIl silenzio dei professionisti è lo specchio della nuova omertà intellettuale che attraversa la società siciliana?

«A Palermo, persino le denunce dei commercianti sono diminuite esponenzialmente. Nonostante l’impegno delle associazioni antiracket, Addiopizzo in prima fila, che continua a fare un lavoro straordinario. Sia in città che in provincia. Ma i numeri delle denunce sono rimaste poche. E Palermo resta un’isola felice, tante altre realtà sono ancora molto più indietro».

È il silenzio su cui punta l’organizzazione mafiosa per riorganizzarsi?

«La Cosa nostra degli affari e dei delitti eccellenti può contare ancora su tanti segreti, sono la forza del capomafia che lo Stato non riesce ad arrestare dal 1993, quel Matteo Messina Denaro che non avrà più eserciti di killer, perché sono stati arrestati, ma conserva ancora intatto il patrimonio delle sue relazioni con gli insospettabili».

In questo scenario, chi porta davvero avanti l’impegno per una vera cultura della legalità?

«Il dibattito sull’antimafia è ormai aperto, anche se da tempo bisognava iniziare a riflettere sui troppi soldi che girano attorno a convegni e manifestazioni passerella. Per fortuna, c’è l’antimafia che opera quotidianamente lontano dai riflettori: penso all’impegno di tanti volontari nelle periferie, all’impegno del movimento degli studenti, e poi di tanti sacerdoti. Questa è l’antimafia che infastidisce davvero i mafiosi, quella che opera sul territorio. Lo diceva qualche mese fa Totò Riina in carcere, intercettato all’ora d’aria se la prendeva con don Pino Puglisi, il parroco del quartiere palermitano di Brancaccio ucciso nel 1993. Riina continua ad accusarlo di non aver fatto il suo mestiere: secondo lui, il prete deve limitarsi a stare in chiesa, e non impegnarsi a risolvere i problemi della città. Chi l’avrebbe detto che la miglior definizione di antimafia – l’impegno sul territorio – l’avrebbe data il capomafia per eccellenza?».

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A proposito dell'autore

Katya Maugeri

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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