Katya Maugeri

CATANIA – Estorsioni e usura sono due tra i filoni più redditizi degli “affari” delle cosche catanesi. Lo rileva la sintesi dell’attività della Direzione investigativa antimafia in Sicilia, inserita nella Relazione del ministro dell’Interno presentata al Parlamento. “È endemico il fenomeno estorsivo che colpisce tutte le aree economicamente più esposte in particolar modo piccole e medie imprese, ma anche comuni cittadini vittime dei furti d’auto e in abitazioni, spesso col sistema del “cavalo di ritorno”. L’usura, spesso correlata alle pratiche estorsive, alimenta il sistema parallelo di finanziamento e di riciclaggio dei capitali illeciti”. Negli ultimi anni, anche in relazione alla pesante crisi economica che ha portato gran parte delle attività economiche ai limiti della sopravvivenza, sembra essere estesa la tecnica delle richieste di “pizzo” con “tariffe” più ridotte, ma al contempo estese anche a piccole attività, in modo da ridurre la pressione e sconsigliare il ricorso alla denuncia agli organi di polizia. Insomma, la criminalità organizzata ha esteso a tutte le proprie attività il basso profilo, per non destare allarme sociale e, quindi costringere, le istituzioni ad attività di prevenzione e repressione più accurate e presenti sul territorio.

La guerra di mafia che ha insanguinato la Sicilia tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, particolarmente cruenta a Palermo, Catania e nel comprensorio gelese, con centinaia gli omicidi l’anno, e la strategia stagista sono un lontano ricordo. Ma la pax mafiosa non è assolutamente un segnale di difficoltà di Cosa nostra, tutt’altro. La Direzione investigativa antimafia, infatti, “fotografa” una realtà che in Sicilia orientale è particolarmente articolata e di tipo trasversale, caratterizzata dalla contemporanea presenza di diverse organizzazioni, anche non di matrice mafiosa, strutturate su più livelli. Questi schieramenti, non in lotta tra di loro, sono riassumibili nel clan Santapaola, Ercolano, Mazzei e La Rocca, da quello Cappello-Bonaccorsi (nel quale sono confluiti i reduci dei gruppi Sciuto, Pillera, Cursoti, Piacenti e Nicotra, e Laudani, presenti in aree geografiche ben definite, con propaggini anche nell’Ennese e nella fascia peloritana-nebroidea. Ovunque è applicata la “strategia dell’inabissamento” per non suscitare allarme sociale e per limitare gli interventi repressivi sul territorio”. Ma i clan hanno anche, ormai da tempo, rivolto la loro attenzione all’imprenditoria, insinuandosi nei circuiti economico-finanziaria locali, nazionali e internazionali al fine di intercettare risorse pubbliche e investendo capitali per incrementarli e riciclarli. Sono documentati interessi diretti nella gestione di enti comunali.
“L’estorsione porta liquidità e afferma il potere ed il controllo del territorio, ecco che le vittime – per evitare danni importanti nelle loro aziende – accettano di pagare il pizzo” –  a dichiararlo è Gabriella Guerini, presidente dell’associazione Antiracket Antiusura Etnea – ASAAE –. “I costi sono diventati più alti e molti imprenditori, dato che le banche sono restie a dare denaro a chi è indebitato, si rivolgono agli usurai, ma dopo poco gli imprenditori si trovano in una situazione dalla quale non si può uscire: qualcuno si suicida, altri diventano schiavi sottomessi ai mafiosi”.

Negli anni ‘90 qualcuno ha cominciato a denunciare e ad aiutare altri e da quel momento sono nate le associazioni antiracket-antiusura, la spinta maggiore si è avuta a Palermo, a Catania con tutta la provincia, la maggioranza degli imprenditori ha preferito continuare a pagare. “I cittadini preferiscono tacere nonostante sappiano che non potranno più uscirne” –  continua la Guerini –  “perché a loro volta dovranno accettare il contratto dell’usuraio e non ci sarà più possibilità di riscossa”. 
E infatti, un recente studio sul fenomeno estorsivo in provincia etnea, condotto dall’Università degli Studi di Catania, ha evidenziato che l’estorsione rappresenta ancora oggi per la criminalità mafiosa un introito notevole e sicuro rispetto a quello degli altri mercati cosiddetti “illegali”. Tale fenomeno presenta un forte radicamento in alcun contesti territoriali specifici ove si riscontra uno stretto legame tra i gruppi criminali e le aree circostanti.
Nella città di Catania tale legame simbiotico si ritrova nei quartieri più antichi e periferici dove è maggiore il disagio sociale, il degrado e la microcriminalità. Per quanto riguarda le forme dell’attività estorsiva, il pagamento mensile di una certa somma di denaro, il tradizionale “pizzo” non è che una delle tante modalità di sottrazione delle risorse all’azienda trovandosi ormai consolidate altre tecniche di estorsione quali ad esempio l’offerta dell’imprenditore estorto di prestazioni o di merci a titolo gratuito, la cessione di contratti di appalto ad imprese “sporche”,  l’assunzione di dipendenti su segnalazione dei mafiosi, cambi di assegni postdatati.

pizzoI dati raccolti per il periodo 2009 – 2013, hanno evidenziato che in Sicilia in media ogni anno si registrano 548 casi (circa il 9,5% dei reati della stessa fattispecie denunciati a livello nazionale) e in provincia di Catania 157 casi (circa il 29% dello stesso reato registrato a livello regionale)”, dichiara Maria Luisa Barrera – componente del direttivo di Libera e dell’associazione Antimafia  e Legalità di Belpasso -, “a fronte di una diminuzione percentuale nel quinquennio 2009-2013 delle estorsioni denunciate a livello nazionale di circa il 10%, in Sicilia e a Catania si registrerebbe invece un aumento delle denunce per questo reato, rispettivamente del +3,8% e del +9,2%. Guardando all’incidenza delle denunce ogni 100.000 abitanti si evidenzia un leggera diminuzione a livello regionale, in particolare tra il 2007 e il 2009, passando da 17 a 11,5 (grafico 4). Dopo il 2009, si registra invece un lieve incremento con valori nel 2013 leggermente superiori, pari 11,8 reati ogni 100.000 abitanti. A livello provinciale si riscontra una maggiore stabilità dell’incidenza nel tempo rispetto a quanto riscontrato a livello regionale, anche in questo caso con una ripresa del fenomeno dopo il 2009, passando dal 17,6 reati del 2007 al 15,6 del 2009, fino a concludere il 2013 con 16,7 reati ogni 100.000 abitanti”.
I dati sull’estorsione vanno infine comparati con quelli sull’usura. “I dati DIA sul fenomeno dell’usura in Italia evidenziano un numero di reati denunciati assai più basso rispetto a quelli di estorsione, in media 355 denunce ogni anno” –  continua la Barrera –  “i casi di usura a livello nazionale sembrano in diminuzione nel periodo 2007-2013 e ancora più limitato risulta il numero di denunce registrato in Sicilia e a Catania. Circa 34 reati di usura in media denunciati ogni anno nella regione e circa 5,85 nella provincia etnea”, Catania è comunque tra le realtà locali in cui si registra un aumento delle denunce di usura.

Con questo articolo diamo inizio a una inchiesta sul fenomeno dell’usura e del racket in provincia di Catania.


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