di  Cinzia Zerbini

SANTIAGO DE COMPOSTELA – Mai più. Due parole che ti guidano passo dopo passo. Dici che se torni viva a casa magari con la signora che quando innaffia ti bagna la biancheria ci fai amicizia.

Ribadisci “mai più” dormire in una camerata di letti a castello con 100 persone e “mai più” nella branda di sotto col rischio che il venezuelano obeso che di notte russa ed emette rumori molto fastidiosi, ti caschi addosso.

Ti ripeti “mai più” e invece c’è quasi sempre una seconda volta. Perché il Cammino di Santiago è come quelle cose che entrano a far parte di te senza che tu te ne accorga. Come i tarli. O come l’amore,  se si è romantici.

Una volta non ti basta. La seconda forse. C’è gente che l’ha percorso anche per 7 anni di seguito. I puristi a piedi, gli altri con la bici per alimentare una diatriba sul chi compie il vero cammino. In ogni caso si  riparte.

Chiunque abbia percorso 800 chilometri o l’abbia intrapreso a metà ci ritorna perché diventa un modo per ritrovarsi, dicono. Io invece,  mi sono persa un po’ di volte nonostante il cammino francese, quello che da Saint Jean-Pied-de-Port a a Santiago sia perfettamente segnato da quelle frecce gialle che diventano le tue migliori amiche. Mi sono ritrovata anche con delle persone che ho incontrato per caso con cui ho camminato per 40 chilometri in un giorno e con alcune di queste riparto perché il legame che si crea nella sofferenza diventa per sempre. Non ci  credevo e invece è vero: con alcuni si diventa proprio familiari.

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Camminando a piedi  ho visto il perché la Spagna è mille anni avanti. Perché se in un bosco anziché il venditore ambulante c’è la macchinetta che distribuisce l’acqua e le bibite a 1 euro e questa macchinetta funziona allora capisci che sei davvero in presenza di un miracolo. Ti immagini la stessa macchinetta nella villa comunale di qualsiasi altra città in Sicilia e ridi.

Ridi e cammini. Nonostante la stanchezza. Ridi, cammini  e spesso ti ritrovi a guardare la gente che scrive.

Al cammino scrivono tutti con la penna e con su un quaderno riscoprendo e coccolando la calligrafia.

Perché scrivere pare faccia emergere il meglio di te. Invece durante quei giorni esce il peggio.

Esce come sei: con i peli, con il sudore che ti brucia le ascelle, con le piaghe nei piedi che sanguinano, con i tendini che stridono, con lo stomaco che urla se hai preso l’antinfiammatorio e non hai il protettore gastrico. Con la ricrescita dei capelli che non si come coprire e in fondo chi se ne frega.  Il peggio è quando la sera puzzi e tutte le fisime che avevi sul valore assoluto dell’intimità confluiscono tutti nell’altrettanto intimo bisogno di andare in un bagno che non sia a cielo aperto e anche se questo bagno è in un corridoio che confina con la camerata improvvisamente sembra un bagno di re.

Ma la domanda è: se  non lo fai per una causa religiosa perché lo fai?

Perché si torna all’essenza. Camminare, raggiungere una tappa, mangiare, lavarsi e soddisfare i bisogni primari. E perché lo si fa non una ma due volte? Perché con l’esperienza del primo anno magari è diverso.

Così se prima hai portato nello zaino ben 4 chili tra shampoo, creme antirughe, idratanti, pantaloni vari l’’anno successivo parti con delle bustine di creme giusto per non farti cadere la pelle, 3 paia di mutande e altrettante magliettine. E basta. Con l’esperienza acquisita potrai apprezzare di più il paesaggio, potrai scegliere la compagnia e gli alberghi migliori. Avrai la consapevolezza della tua forza. O la scoprirai e magari al rientro non ti servirà a nulla.

C’è gente che una volta tornata a casa s’è licenziata, è scappata con l’amante, si è data all’alpinismo. Io mi sono immersa in una vasca piena di acqua calda, mi sono fatta una domanda e la risposta è stata solo una:  “mai più”.

 

 

 

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