Pina Mazzaglia

…Non pianger più. Torna il diletto figlio a la tua casa. È stanco di mentire. Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire. Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio. Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato serba ancora per noi qualche sentiero. Ti dirò come sia dolce il mistero che vela certe cose del passato. Ancóra qualche rosa è ne’ rosai, ancóra qualche timida erba odora. Ne l’abbandono il caro luogo ancóra sorriderà, se tu sorriderai…

                                                                                                                                         (Consolazione – Gabriele D’Annunzio)

Le parole del Vate aprono questa mia riflessione sull’otto maggio, una giornata che celebra la donna nel suo aspetto più profondo e più intimo: quello della maternità. Essere madre e donna non sempre coincidono allo stesso modo sul piano emozionale. Sensazione miste a tristezza per la perdita delle sicurezze precedenti, spaesamento dato dallo scenario che improvvisamente cambia, l’ansia per il senso di inadeguatezza, la paura del nuovo. Stati emozionali con i quali interagire, con i quali imparare a convivere, a progettare e anche sognare. Un momento quello della maternità che ci obbliga a confrontarci con la parte più intima di noi stesse, quella dell’essere femmine, contrassegnata geneticamente dalle lettere XX.

Le parole di D’Annunzio mi riportano alla mente un sentimento di pace, di dolcezza, che unitamente alla sonorità della poiesis invitano a una riflessione pacata colma di aspettative e di benessere: roba d’altri tempi verrebbe da dire, e non ha torto.

L’essere madre oggi implica anche dell’altro: non sembra essere solo colei che mette al mondo un figlio, o colei che con amore lo cresce e lo prepara alla vita. Esistono “nuove madri” nei tempi che stiamo vivendo con significati e valori diversi. Mi riferisco alla cultura occidentale e ai modelli con i quali le donne di oggi si confrontano: donne in carriera, lontane dai cliché di mamma, angelo del focolare, donne che in testa hanno un imperativo assoluto e cioè quello di riuscire a conciliare famiglia e lavoro. Essere donna oggi vuol dire confrontarsi con le richieste di una società che ti vuole emancipata, realizzata e in perfetta sintonia all’interno della sfera professionale, come del sentimento attraverso i canali del matrimonio, dei figli e di una famiglia felice. Sono le stesse donne che fanno i conti con retaggi culturali profondamente radicati nel modello Italia che conserva stereotipi culturali coi quali confrontarsi, modelli sostenuti ancora da sottoculture difficili da sfidare per dare un esempio di equa parità soprattutto alle generazioni future.

Modelli di donna moderna che si sono evoluti, modificando il ruolo e il potere dell’universo maschile.

Decaduto il machismo e la segregazione sessuale, l’uomo ha dovuto fare i conti con un’antagonista, ostile e ragionevolmente opposta alla società passata che lo metteva al centro di tutto: i modelli si evolvono e in molti casi manca una presa di coscienza che scatena vere lotte intestine che sfociano nella violenza.

                                                              L’altra faccia della raggiunta parità fa i conti con sentimenti nascosti come la paura di dire e di raccontare. Donne mute, silenzartemisia_gentileschi_013_susanna_e_vecchioniiose vittime di uomini con i quali spartiscono il cibo quotidiano. Sul fronte dei maltrattamenti, una donna su tre ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.

Non c’è da meravigliarsi se la condizione femminile oggi è allarmante. Mancano tutti i presupposti per una parità di genere e manca l’elemento fondamentale: il rispetto. Parolona grossa che di questi tempi riecheggia sulla bocca di tutti per una mera figura estetica ma, in realtà, d’importanza basilare per ricostruire quello che chiaramente è andato in pezzi: il concetto di dignità e di libertà.

La parità dei sessi è stata raggiunta solamente sulla carta nonostante anni di lotta e rivendicazioni.

È doveroso, in questa sede, ricordare il lavoro fatto dalle generazioni femminili venute prima di noi per permetterci, oggi, di godere di libertà e diritti che fino a un secolo fa non esistevano, che abbiamo raggiunto e che spesso si ignorano.

Come il diritto al voto.  Il 2 giugno 2016 saranno 70 anni di Repubblica italiana. E ricorre quest’anno, contestualmente, anche il settantesimo anniversario del voto alle donne in Italia. Fino al 1946, infatti, alle donne non era consentito di partecipare alle elezioni, né da candidate né da elettrici. Il suffragio universale con il diritto di voto alle donne, infatti, fu fissato con un decreto il 31 gennaio 1945 mentre il diritto di essere elette risale al 10 marzo del 1946.

Nel 1948 entrò in vigore la Costituzione con la partecipazione di diverse donne che concorsero alla sua scrittura. Il loro contributo fu rappresentato e sancito dell’importantissimo articolo 3 di cui tutti conosciamo il contenuto ma che per correttezza riporto di seguito: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Concludo con una citazione di Simone de Beauvoir: C’è una strana malafede nel conciliare il disprezzo per le donne con il rispetto di cui si circondano le madri.

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