Apprendiamo dai giornali che Marianna Madia (la “Mariannina”) ha dovuto inserire nel decreto Pa quattro emendamenti soppressivi a seguito di altrettanti appunti mossi dalla Ragioneria dello Stato, due dei quali riguardano le coperture da assicurare in merito al pensionamento del personale docente della scuola (“quota 96”) e dell’università (pensionamento a 68 anni). Il motivo è semplice: non si sono fatti i conti su quanto costavano queste misure. Falso allarme, dunque, e tutta indietro, con sospiro di sollievo dei molti docenti universitari che si vedevano già in poltrona e pantofole a rigirarsi le dita della mano.

Di sicuro la Mariannina, che ha portato in politica il valore della sua inesperienza – come ebbe a dichiarare lei stessa con simpatica autoironia – ha dei titoli indiscussi per ricoprire il ruolo di ministro della Pubblica amministrazione. E infatti, con una laurea con lode in scienze politiche all’Università La Sapienza di Roma, un dottorato di ricerca in economia del lavoro all’Istituto di Studi Avanzati di Lucca; dopo la collaborazione con l’ufficio studi dell’AREL, l’Agenzia di ricerche e legislazione di Enrico Letta, dove ha coordinato la redazione della rivista mensile telematica ELE (Europa Lavoro Economia); dopo tutte queste indiscusse competenze acquisite sul campo può ben occupare il posto di Ministro della Pubblica amministrazione e proporre norme che non hanno né capo né coda, al punto di essere bocciate da un organo tecnico come la Ragioneria dello Stato. Ma non si poteva far avvertir prima? Ma si sa i “ggiovani” sono un po’ irruenti…

Eppure la Mariannina – oltre a cercare lumi a Medjugorie – è, come tutti attestano, una “secchiona”, una che ce la mette tutta e studia. Infatti, entra in parlamento a 27 anni grazie a Vetroni, scelta di sicuro per le sue indiscusse competenze di secchiona e mica per essere figlia di Stefano, giornalista, attore e consigliere comunale a Roma eletto nella sua lista; e neanche per aver lavorato con Enrico Letta all’Arel o collaborato con Minoli o aver frequentato altri ambienti giusti. Ma, entrata in parlamento, si è poi messa di buzzo buono per studiare: si sa, lei c’è abituata. Come membro della Commissione Lavoro pubblico e privato ha messo a frutto le sue competenze, testimoniate in più volumi e scritti, sul lavoro precario e sul welfare (come si legge nel suo autoprofilo in rete). Era naturale quindi che, con queste competenze acquisite in questi campi, diventasse ipso facto anche esperta in pubblica amministrazione. Come si sa, infatti, nei politici le competenze sono osmotiche: l’esperienza acquisita ad organizzare sagre del ficodindia naturalmente trasmigra in esperienza in ingegneria nucleare; e basta un fiat per essere nominati esperti di questo settore. Questo ovviamente nel mondo della politica, nel quale valgono leggi naturali che nel mondo dei comuni mortali non hanno imperio.

Ma sarebbe ingiusto sostenere che la Mariannina è una raccomandata di ferro, come insinua quella malelingua di Odifreddi, scrivendo che ha «un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni». No, la Mariannina è una ragazza a posto, sgobbona, seria che prende a cuore le questioni e quando riceve un incarico si mette seriamente al lavoro per informarsi sulle questioni delle quali si prende cura. E così, di certo, quando ha saputo o intuito che doveva prima o poi occuparsi della pubblica amministrazione e della sua riforma digitale, si è data cura di approfondire l’argomento: tra un impegno ministeriale e l’altro, tra una votazione in parlamento e una manifestazione pubblica, tra un pannolino cambiato al figlio minore e una puntata di Peppa pig alla televisione col figlio maggiore, tra una minestra somministrata al marito (mica si è ministra invano!) e una riunione al Consiglio dei Ministri, ha trascorso notti insonni a studiare dossier, volumi e articoli sul problema della riorganizzazione amministrativa. Da una secchiona come lei ci si può aspettare questo e altro. Mica è una qualunque!

Sarebbe insulso fare ancora una volta la polemica contro le scarse qualità della Mariannina, così come lo è stato farle contro la figlia della Fornero, perché docente universitaria per supposte ragioni nepotiste. Sarebbe infatti da stupidi non accorgersi del carattere sistemico della questione: di certo – e non lo dico per celia – la Mariannina è una ragazza per bene, intelligente, studiosa, seria, con un sorriso tra incantato e svagato e un’espressione che sembra dire “che ci faccio io qui”? Fa persino simpatia, diversamente da altre sue colleghe che hanno già il cipiglio e l’aria dell’arroganza al potere, dopo averne solo annusato l’aroma. Ma la domanda è: quanti altri ragazzi altrettanto bravi e intelligenti sono invece costretti a sfangare in un lavoro precario, destinati all’emigrazione, alla disoccupazione, alla sottoutilizzazione dei propri talenti? Perché qui non è importante decidere o sottolineare che il tal politico sia un Razzi, ma che ormai esiste da tempo una sorta di selettore sociale per cui tra i tanti ragazzi di talento, hanno la possibilità di far fortuna solo (o per lo più) coloro che partono in posizione avvantaggiata, che hanno le amicizie giuste, che si trovano a vivere nell’ambiente adatto.

È la società aperta, amici, è la meritocrazia. E infatti chi può sostenere che la Mariannina non “meriti” il successo sinora avuto? Giusto. Ma perché tanti altri, che di meriti ne hanno a iosa, anche di più, non riescono a cavare un ragno dal buco? È questo il vero dramma dell’Italia: una nazione che del talento non sa che farsene perché è diventata progressivamente una società a intensità qualitativa, tecnologica, scientifica sempre più bassa; sempre più in giù verso la deindustrializzazione, verso il disinvestimento scientifico e tecnologico, verso una qualità umana sempre più scadente. Ed ecco allora che ha ragione chi dice che abbiamo troppi laureati, troppe persone competenti e che bisogna ridurne il numero; che bisogna avere solo una ventina di università eccellenti, perché di tutta questa ricerca non abbiamo che farcene. Che se ne fa di dottori di ricerca e di persone di talento una società la cui naturale collocazione sembra essere ormai quella di rimorchio delle nazioni tecnologicamente e scientificamente più sviluppate e che al massimo, quando occorra, può sempre comprare i brevetti all’estero?

E allora giovani di talento, con competenze specialistiche e di punta, siete avvertiti: o trovate le amicizie giuste o andate all’estero. Per voi in Italia non c’è posto. Mariannina docet.

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