Per quanto le anime belle del PD si affannino ad allontanare dal partito il male, additando SEL e quegli scapestrati del M5S come responsabili della definitiva caduta di Marino, la verità è sempre la stessa: il partito che fu di Gramsci e Togliatti e Berlinguer preferisce tenersi dentro uno come Verdini ed estromettere uno come il sindaco (uscente?) di Roma, un vero marziano che ha fatto “landing” a piazza del Popolo e ha preteso di governare l’umanità furba, corrotta, melmosa che gli si è stretta intorno.

L’hanno detto in tanti: il capo di un governo non eletto, che viene fuori dagli intrighi di un palazzo costituito grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, sfiducia un sindaco eletto da una cospicua maggioranza dei romani.

Intorno alla vicenda di Marino si addensano, in movimenti turbinosi e caotici, i soliti elementi chimici che compongono la “sinistra” nella sua declinazione turbo-democristiana: la vergogna per l’antico patrimonio comunista, letteralmente buttato nella pattumiera della storia; la ridente e chiassosa adesione ai principi neo-liberisti, che impongono la priorità di voci lessicali come “spending review” rispetto a voci come “diritti”; la totale amnesia della questione, mai superata, della lotta di classe, che non solo non è finita ma che è addirittura più feroce e crudele di quanto non lo fosse negli anni ’60 dello scorso secolo; e infine – last but not leastla questione morale, trasformata in una risibile pantomima di definizioni formali che si arenano sistematicamente nella sostanza quotidiana della politica.

La tabella dei valori oggi à la page prescrive la preferibilità di un’efficiente e pragmatica deroga dall’etica alla risibile, ingenua, presuntuosa volontà di attenersi ai principi di un’etica politica, sempre più considerata alla stregua di una malattia dell’infanzia. In questo quadro composto da una mutazione epocale, uno come Razzi può apparire perfino più “umile” di uno come il sindaco-chirurgo, che ha progressivamente battuto ogni record di antipatia procurata, a destra e a sinistra, sopra e sotto.

Il trionfo definitivo del pensiero (dell’agito?) circolante nel PD si ha quando si affronta la questione dell’aspirazione alla subalternità che caratterizzerebbe la storia della cosiddetta sinistra radicale (come se esistesse un modo di essere della sinistra, quella vera, che non sia “radicale”….): vincere, andare al governo, mantenere le posizioni operando una sostanziale mutazione genetica del partito appare, a quel pensiero, cosa buone a giusta. E i vari Civati, Fassina, Cofferati si rassegnino: il loro destino è quello di una eterna opposizione.

Certo, l’Italia non è la Spagna. Ma non si sa mai……..

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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