Salvo Reitano

CATANIA – Domani sarà il giorno della verità. Domani sapremo se il patron del quotidiano “La Sicilia” sarà rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non si tratta di uno qualunque, si tratta di Mario Ciancio, uno degli uomini più potenti dell’Isola, editore tra i più noti d’Italia, con partecipazioni azionarie nel Giornale di Sicilia e nella Gazzetta del Mezzogiorno, già presidente Fieg, la federazione degli editori di giornali, e vicepresidente dell’ Ansa,  la redazione della quale si trova ubicata da sempre nei locali del suo giornale.
Certo il rinvio a giudizio di domani, se ci sarà, non rappresenta certo condanna. Ci vorrà un processo con tutti i suoi gradi. Però, comunque vadano le cose, la richiesta di rinvio a giudizio della Procura distrettuale antimafia di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa non c’è dubbio che ha rotto gli argini del silenzio. Si è sbriciolato un muro e il mondo dell’informazione in Sicilia, non sarà più lo stesso.
Appare però inverosimile come in tutti questi anni, nessuno aveva mai pensato di puntare i riflettori sul deus dell’informazione, sul suo sistema di potere, sulle sue relazioni, sul lievitare della sua ricchezza. C’è chi ricorda il suo motto: “Io non vendo, compro”. E per comprare ci vuole un bel gruzzolo. Da dove arrivava tutta quella fortuna?, si chiedono ora i giudici. Non bastano le eredità familiari a giustificare quel fiume di denaro, dicono quasi con irriverenza, le carte che compongono l’istruttoria. Non è un caso che gli inquirenti hanno rintracciato  52 milioni di euro nelle sue disponibilità depositati su conti svizzeri, mettendone 12 sotto sequestro.
Non sappiamo cosa i giudici decideranno domani, ma una cosa è certa: cala definitivamente il sipario sul suo potere. Un potere che, in combine con altri personaggi eccellenti della politica e dell’imprenditoria, dagli ultimi 60 anni ha condizionato pesantemente lo sviluppo di Catania.
In maniera subdola  ha soffocato ogni iniziativa editoriale che in qualche modo potesse non solo recare danno alla sua impresa ma far sì che i catanesi potessero formarsi una libera opinione.
Impossibile, a questo proposito, dimenticare i giornalisti di Telecolor imbavagliati davanti alle telecamere poco prima del licenziamento. Ha monopolizzato l’informazione in Sicilia, dalla carta stampata alle televisioni, che ora chiude mettendo sulla strada decine lavoratori come vessillo del suo potere. Il suo studio è stato il crocevia dal quale nessun politico, da destra a sinistra, o del cosiddetto arco costituzionale come si diceva una volta, poteva esimersi dal passare.
Ma cosa accadrà al giornalismo siciliano dopo Ciancio? Perché non basta lo stato di crisi a giustificare la chiusura delle grandi emittenti televisive locali che ci hanno accompagnato negli ultimi trent’anni, da Telecolor a Telejoinica a Antenna Sicilia.
Siamo sicuri che la loro chiusura in qualche modo non ha a che fare con le vicende giudiziarie del padre-padrone dell’editoria isolana?. La sensazione è che ci troviamo di fronte alla fine di un impero che frana e inevitabilmente trascina con se posti di lavoro e il futuro di intere famiglie.
Domani ne sapremo di più. Oggi non è chiaro quale sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni l’apporto dell’informazione a un rilancio della città di Catania e dell’intera Isola. Forse si potrebbe tentare al grande interrogativo una modesta risposta: speriamo che  i media continuino liberamente a pubblicare notizie.

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