PALERMO − Un uomo di età matura, con una folta barba e una corona sul capo, protegge la città di Palermo. Chi sia esattamente quest’uomo, quale il suo nome e la sua discendenza non ci è dato saperlo. Un po’ sapiente, un po’ burbero lo troviamo in diversi punti della città, in rappresentazioni scultoree e pittoriche, e con lui è sempre presente un serpente, talvolta lo abbraccia, nutrendosi del suo sangue e diffondendo dentro di lui il suo terribile o magico veleno.

Un misterioso nume tutelare, la sua simbologia è incerta, ma affascinante. Il Genio personifica la città. Il serpente ha un significato polivalente. È il sistema che risucchia la linfa vitale della città; è la gente, siano gli abitanti autoctoni, siano gli stranieri che si sono radicati e che continuano ancor oggi a farlo. Ma il potere del veleno è anche quello di guarire, di donare una coscienza espansa. La pelle del serpente periodicamente cambia, diventando simbolo di rinascita, trasformazione e rinnovamento.

Due dei Geni si trovano molto vicini, in zone protagoniste della movida palermitana serale. Uno è in Vucciria, posto in un’ edicola in piazzetta Garaffo, l’altro lo si trova a coronamento della fontana di piazza Rivoluzione. Sul volto di queste due statue per tre giorni, in concomitanza con gli ultimi giorni del Carnevale, è stata posta una mascherina rosso scarlatto e sul loro petto una chiazza di sangue.

Perché questo bizzarro gesto? Chi è stato? Incuriositi, abbiamo voluto seguire la vicenda!

Non un gesto insensato, né un’operazione fine a se stessa. Non uno stupido atto vandalico. Le statue dei Geni infatti non sono state minimante lesionate, colorate o modificate nel loro aspetto. Abbiamo scoperto che l’artista autore di questo temporaneo cambio di look delle due statue è Frillo, classe 1983, palermitano che, dopo alcune esperienze all’estero, è tornato in Sicilia. Un’arte delicata la sua, una grande manualità stimolata da una forte propensione per il riciclo nelle sue diverse varianti. Nella sua piccola e deliziosa casa-laboratorio tutto, ogni oggetto, dal piccolissimo al grande, ha una storia da raccontare e un valore aggiunto che sta nella trasformazione del prodotto di scarto, grande risorsa di creatività.

Ispirato dal racconto “La maschera della morte rossa” di Poe , Frillo ha dato così inizio ad un progetto molto articolato nel quale le installazioni dei Geni sono solo l’inizio: un inizio che parte dalla fine.

Sette “maschere”, sette come le stanze del castello nel racconto dello scrittore statunitense, contenitori in cui la società si adagia, si nasconde: nobiltà, religione cattolica, spazzatura, giustizia, mafia, immigrati, morte. Dei compartimenti stagni privi di connessioni, degli ambienti purtroppo incomunicabili.  Frillo parte dall’ultimo, la maschera della morte, e ci spiega il perché: “Palermo sta morendo, c’ è tanta violenza e viviamo sotto il livello di guardia…. Solo la gente che è stata un po’ fuori da questo posto, la “metagente”, capisce che quello che si vive qui non è la normalità… il cambiamento può e deve esserci”.

Una città piena di contraddizioni, in difficoltà, oggi più di ieri. Una città sporca, povera, chiusa e allo stesso tempo tanto ricca, luccicante, bigotta, snob, e poi anche corrotta, rassegnata, immobile, ma in cui vive un fermento, un’energia vibrante che fatica ad uscire, solo perché a impedirlo è un sistema vecchio e rigido.

“Eppure il Genio si difende, quel serpente lo ha morso e la sua ferita è aperta, il sangue fuoriesce… un’esplosione di vita!”. “È necessaria molta cooperazione”, dice Frillo che, insieme ad altre persone, è impegnato in questo progetto strutturato e concettualmente elaborato, di cui abbiamo visto solo l’inizio. Le altre maschere sono pronte per essere rappresentate, saranno accostate con mezzi differenti, e tutto culminerà con una mostra nazionale.

Nessuna volontà di sconvolgere paragonabile all’acqua rosso sangue della Fontana di Trevi di qualche anno fa, ma una semplice e rispettosa operazione che è servita ad attirare l’attenzione della gente, stupita e incuriosita, sui numi tutelari della città.

Mariasanta Buscemi

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