di Agnese Maugeri

Una platea colma di persone di cui molti giovani facenti parte della scuola di cinema, ha accolto l’attore e regista americano Matt Dillon alla Tao Class a lui dedicata.

matt-dillon-taormina-film-fest--zcVYnplgPUxu4cab57SxuDjAEfygvDVXwO1ZGeyrQzc=Cinquant’anni da poco compiuti, pantaloni avana, maglia e giacca scuri, un viso da duro come i divi del cinema di una volta; ciò che ha caratterizzato l’incontro sorprendendo tutti è stato il bel sorriso spiazzante di Matt e il suo carattere gentile e disponibile tanto da farlo soffermare a lungo finito l’incontro per firmare autografi e scattare fotografie.

Dillon si è raccontato con sottigliezza ripercorrendo la sua carriera sin dagli inizi con il famoso registra Francis Ford Coppola che lo volle per il film “i ragazzi della 56a strada” e in seguito in “Rusty il selvaggio” «nel 1982 Coppola era una divinità tutti volevano lavorare con lui. Mi ha insegnato ad avere fiducia in me stesso nelle mie capacità; è un persona spontanea e ha un grandissimo rispetto per la storia del cinema».

Ripercorrendo i ruoli che ha interpretato nelle commedie leggere si è arrivato anche al ruolo complesso e drammatico nel bellissimo film “Crash” con il quale ha sfiorato l’Oscar.

Eppure Matt Dillon ha ammesso davanti al numeroso pubblico di non aver mai sognato di fare l’attore, per lui nel suo mestiere è fondamentale il concetto di “verosimiglianza” come approssimazione della verità, i personaggi devono avvicinarsi il più possibile alla realtà così che il pubblico possa ritrovarsi almeno il parte nella storia «il mio obbiettivo è girare lo specchio verso gli spettatori e mostrargli il riflesso della vita».

Appassionato dei film che trattano la condizione umana, dopo il suo esordito come regista nel film “City of ghost”, si è rimesso dietro le telecamere per dirigere le riprese di un documentario, da poco concluso, che racconta il talento di un cantante cubano di Città del Messico. Grande cultore di jazz, Dillon è ben contento di questo progetto perché sostiene che la vita di una persona è sempre un’ottima sceneggiatura. L’attore sta inoltre girando una mini serie TV dal titolo “Wyward Pinas” diretto da M. Night Shyamalan.

Cerca sempre ruoli che lo catturano e coinvolgono sia come interprete che come spettatore, per questo quando dal pubblico gli chiedono un consiglio per iniziare la carriera artistica lui risponde «io ormai sono un veterano anche se non mi piace pensarmi così, ho iniziato da giovane e ho imparato moltissimo. Ai ragazzi dico sempre di essere creativi, non bisogna fermarsi solo alla recitazione ma mirare verso altri linguaggi. Se aspirate a fare i registri iniziate a imparando a recitare, se invece volete fare gli attori incominciate a scrivere e leggere, questo vi farà avvicinare alla verità».

Matt Dillon parla anche del cinema Italiano che trova particolarmente interessante perché tratta quella condizione umana che tanto lo affascina, la sua ammirazione va ripetutamente a Fellini. Ammette di aver visto anche “La grande bellezza” di Sorrentino, un film particolare che non parla solo di Roma e dell’Italia ma tratta la storia di ognuno di noi che arrivati ad un certo punto della nostra vita ci ritroviamo ad una svolta dove, come accade a Jep Gambardella, non vogliamo più perder tempo a far cose che non ci interessano.

A fine incontro Matt racconta di essere già venuto altre due volte al Taormina Film Fest, la prima nel 1999 quando ad occuparsi dell’organizzazione dell’evento c’era Enrico Ghezzi, ha deciso quest’anno di tornare proprio in onore della sessantesima edizione perché è molto affezionato a questa manifestazione.

Taormina è un luogo suggestivo con la sua bellezza e l’arte, Dillon trova incantevoli le proiezioni al teatro greco dove la storia antica fa da cornice unica alla kermesse «la Sicilia merita di avere un festival così importante che la mette in luce e la fa conoscere in tutto il mondo».

Agnese Maugeri

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