Non hanno dubbi i commentatori politici: l’unico vero vincitore di queste elezioni presidenziali è Matteo Renzi. Per chi invece veda la questione da fuori, senza lasciarsi invischiare nelle alchimie politiche e nei sotterranei accordi e complotti, a risultare vincitori sono gli italiani. E innanzi tutto per avere evitato il peggio, cioè che a quel delicato ruolo potesse andare chi si era caratterizzato sinora come “un uomo (o donna) per tutte le stagioni”. Così sarebbe accaduto con Giuliano Amato, o con Casini o anche con la nostra concittadina Anna Finocchiaro, abili slalomisti di tutte le legislature e di tutte le leadership, esperti solo a garantire la propria presenza politica al centro della scena e privi di qualsiasi rapporto col territorio. Come è appunto il caso della Finocchiaro, che ormai con Catania e la Sicilia ha la stessa relazione di un marziano con Canicattì, venendo ricambiata con la stessa simpatia che i terricoli hanno per gli alieni.

Mattarella no. Lui – s’è detto a ragione – ha saputo tenere la schiena dritta, ad esempio avendo anche il coraggio di dimettersi, E poi perché è uno che non ama stare sopra le righe e che i propri valori li coltiva nell’impegno quotidiano e non usandoli come clave per darli in testa ai nemici. Certo, è un democristiano, ma rispetto alla classe politica che è uscita fuori dalla seconda repubblica potrebbe essere un elogio; certo, non è particolarmente brillante e “forte” di personalità, ma dopo la stagione di Napolitano, un po’ di sobrietà potrebbe anche far bene. Di sicuro è una persona per bene, e di questi tempi è già tanto, anzi più di quanto ci si aspetta di solito da un politico.

Ma se non è solo Renzi il vincitore, ci sono sicuramente degli sconfitti che hanno fatto tutto da soli; si potrebbe dire che si sono sparati alla tempia ancora una volta. Con la scelta di un plebiscitarismo acefalo – come l’ho altrove definito – i pentastellati hanno ancora una volta sancito la propria nullità politica, la propria marginalità. Perché fare politica non significa solo testimoniare nobili utopie – proponendo un Imposimato – ma cercare di coniugare fedeltà a una serie di elevati princìpi, mai da dimenticare, e situazione contestuale, tenendo conto della quale bisogna fare la scelta che meno sia lontana da essi, tenuti sempre fermi. E per far ciò ci vuole un vero gruppo dirigente, non la finta democrazia della rete. E da questo punto di vista Mattarella poteva non essere il presidente ideale, quello che ciascuno si sogna la notte, ma di certo è “la scelta migliore nelle condizioni date”.

E ne esce sconfitto anche Berlusconi: il primo perché s’è fatto infinocchiare dal migliore tra i suoi “allievi”, da chi ha esattamente la cifra caratteriale e la costituzione mentale atte a batterlo. Infatti, Renzi è il classico politico post-ideologico, che non ha una visione del mondo rigida, statica, consolidata verso la quale muovere. Ha una serie di pulsioni ed esigenze allo stato fluido che di volta in volta riveste dei contenuti ideologici che gli sono più utili per vincere, scegliendo gli intellettuali più idonei e performanti del momento: lo scopo è ottenere il consenso, mantenere il potere, perché per lui il mezzo è tutto, il fine conta molto meno. Andare in cerca del “credo politico” di Renzi – come si poteva fare per un politico dell’era delle ideologie e delle visioni del mondo – sarebbe tempo sprecato, una vana ricerca del Graal. Ed è appunto questo il tratto che più lo accomuna a Berlusconi e che gli ha permesso di sconfiggerlo. Ed è sconfitto anche Salvini (con la Meloni); ma in questo caso la sconfitta è voluta, cercata e serve come marcatore politico, per lanciare un messaggio: io sono l’altro, l’aldilà della politica, colui che ausculta il bassi mormorii del ventre della nazione e che se ne fa interprete; l’unico autentico leader della destra che unifica l’Italia in nome della difesa della sua identità (e non dei propri interessi, come sinora ha fatto il cavaliere) contro tutto ciò che è diverso: Europa, extra-europei, zingari, islamici e così via escludendo.

A noi semplici cittadini non resta ora che augurarci una stagione politica più tranquilla, meno gridata, con un capo dello stato che sia autentico garante delle regole democratiche e della Costituzione uscita dalla Resistenza, e che non serva solo da sgabello o da complice delle spericolate avventure del premier di turno o degli avventurieri della politica. E’ in questa ottica che indirizziamo a Sergio Mattarella un auspicio di buon lavoro.

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