(Intervista a Franco Battiato – Da Vanity Fair)

Franco Battiato lo fa da 35 anni. Due volte al giorno. Che si trovi nella sua Catania o dall’altra parte del mondo. Destinazione: «L’unica zona dell’universo dove le raccomandazioni non funzionano».

Testo di Caterina Soffici – redatto on line da Gianfranco Bertagni

«Medito tutti i giorni, all’alba e all’imbrunire». Dice proprio così, all’imbrunire, usando questo termine arcaico che trasmette un senso di calma e al tempo stesso di malinconia. Una parola svincolata dall’orologio frettoloso degli uomini, ma legata al trascorrere del tempo solare, delle stagioni, del vento, della pioggia e del mare che Franco Battiato vede in lontananza dalla sua casa sulle pendici dell’Etna dove migra in primavera fino all’autunno. Il resto dell’anno lo passa a Catania, con qualche puntata a Milano e Londra, per lavoro e per prendere una boccata di aria metropolitana. Perché Franco Battiato è un mistico ma non un eremita. È uno che del mondo moderno ha deciso di prendere solo la parte che gli interessa. Lo vorremmo fare tutti, direte voi. Ebbene sì, ma non è così semplice. Spiritualità, ascesi, visioni, purezze interiori, tutti gli spunti mistici che ritroviamo nella sua musica non sono lì per caso. Il percorso di ricerca interiore di Battiato, adesso cinquantanovenne, diventato famoso con La voce del padrone (1981), primo Lp in Italia a toccare il milione di copie, affonda le sue radici lontano.

Quando?

«Direi trentacinque anni fa. Io sono nato nel 1945, ma la mia vita ha iniziato a definirsi tale quando ho scoperto la meditazione, nei primi anni Settanta. La pratico due volte al giorno, come gli egizi. Cambio orario a seconda della stagione. Comunque, non sono regole fisse, se ho degli impegni la sposto. Ma mai rinuncerei, per me è diventata una cosa indispensabile, non potrei vivere senza».

Adesso l’esoterismo va molto di moda. Ci sono scuole di meditazione yoga, sufi, addirittura Spa che mettono a disposizione pacchetti di massaggi anticiccia e meditazione antistress. Lei che meditazione pratica?

«La mia è una meditazione personale. Negli anni ho letto e raccolto tutte le indicazioni possibili. Poi ho scelto la mia linea personale. Medito dai quaranta ai cinquanta minuti. Quando ho iniziato, negli anni ’70, impiegavo mezz’ora a rilassare tutto il corpo. Oggi in una frazione di secondo riesco a ricollegarmi con tutto il lavoro che ho già fatto. Se ci sono alcune parti che si devono sciogliere, se sei pieno di nodi, è difficile cogliere qualcosa. È l’eterna lotta tra il sì e il no. All’inizio il corpo, non essendo ammaestrato, ha le sue necessità, non vuole stare fermo in quella posizione, ti suggerisce scuse di tutti i tipi, impegni immaginari, impegni che non si possono rimandare. Invece, è tutto rimandabile».

Perché ha cominciato?

«Ho iniziato per necessità, per problemi esistenziali. Una persona a un certo punto della vita si ferma e cerca di capire: perché fai così? Avevo 24 anni. La politica non mi ha mai interessato. Con il movimento non ho mai avuto contatti. Ho ancora un senso di notevole sgradevolezza se ripenso alle occupazioni, alle aule magne con molti che poi ho scoperto terroristi. Già allora avevo capito che si impegnano molte più energie nelle faccende effimere che in quelle serie».

Per lei il sociale non esiste?

«Con il tempo ho scoperto che aumentando un certo tipo di sensibilità si è più vicini alla gente, ma da lontano. È una strada che anche mostrandoti che sei – miserabile – ti porta ad accettarti e correggerti. Fin da giovane ho sempre avuto grandi sospetti verso quelli che se la prendono sempre con qualcun altro e mai guardano a se stessi».

Lei in che cosa crede?

«Come scrisse Rumi: “Io non sono musulmano, né induista né cattolico. Non credo né al cielo né alla terra”. Dopo un certo numero di esistenze (credo nella reincarnazione) si spera di entrare nel mondo del non ritorno».

Anche il protagonista del suo film Perduto Amor, scritto insieme con il filosofo e amico inseparabile Manlio Sgalambro, scopre un certo tipo di letteratura esoterica. Come è arrivato a queste coincidenze?

«Scoprii per primi i mistici indiani: Yogananda, Aurobindo. Poi sono passato al buddhismo, ai sufi, e soprattutto, fondamentale, al sistema di Gurdjieff. Maestri ne ho avuti tanti. Tra i nostri occidentali Santa Teresa D’Avila, Giovanni della Croce e poi tutti i padri del deserto, Sant’Agostino. Ho iniziato da autodidatta. Ho imparato a ordinare il disordine, a non disperdermi. Dice Gurdjieff: “Il tempo è prezioso, non sprecarlo per cose che non siano in rapporto con la tua meta”».

Autodidatta, come in tutte le altre cose che lei ha fatto. Dalla musica alla pittura, al cinema.

«Sì, anche con la musica ero un orecchiante. Poi ho incontrato Stockhausen, che mi ha proposto di interpretare una sua opera e non poteva credere che non sapessi leggere la partitura. Così ho iniziato a studiare la notazione classica. Anche con i testi sacri, sono come uno che va per mare come praticante e poi trova le carte nautiche».

Che cosa è il sacro per lei?

«Tanto per scherzare, posso dire che è l’unica zona del nostro universo dove non ci sono raccomandazioni. Il sacro non si può comprare. Se non lasci la zavorra, in queste zone non entri».

Con la meditazione lei è riuscito a lasciare la sua zavorra?

«Io ci provo. Più in alto vai più la materia si fa leggera, più hai la percezione di mondi delicati e sottili. Devi lasciare fuori le grossolanità e un certo genere di pensieri. Alcune sensazioni, un litigio, una guerra contaminano e i tuoi sentimenti sono tirati giù, verso il basso».

Però il basso esiste.

«Il sociale come luogo comune non mi interessa, invidie e gelosie sono mondi che se non si riesce a eliminare almeno si deve cercare di controllare. Paul Valéry ha scritto una pagina di indimenticabile bellezza sulla competizione tra gli uomini. Il competitivo ha bisogno dell’altro, da solo non è nessuno».

D’accordo, lei ha la necessità di estraniarsi, ma esistono gli uomini, le guerre, i computer, i telefonini, la televisione che ci mostra le guerre…

«Guardi che io uso internet per cercare quel che mi serve, ho trovato interessanti compositori sconosciuti del Cinque, Sei e Settecento per il mio prossimo film. Uso correntemente il telefonino. Prendo gli aerei. Sono un teledipendente. Guardo i telegiornali di Cnn e Bbc e li paragono agli italiani. Le critiche che fanno a Bush gli americani noi ce le sognamo. La sera, dopo una giornata di lavoro, cerco film e programmi scientifici sul satellite; guardavo anche un programma di musica classica, ora devastato. Mi vanto di non aver mai visto il Grande Fratello: l’ho incrociato per tre secondi e sono scappato alla grande».

Oriente e Occidente: lei da che parte sta?

«In mezzo».

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