Mentre sono immerso nella lettura di Haruki Murakami, in una spiaggia dello splendido litorale messinese, sopraggiunge un giovane dall’apparente età di 18 anni, in pantaloncini verdi, T-shirt bianca griffata e zaino sulla schiena, che con garbo si avvicina e quasi sussurrando richiama l’attenzione mia e dei miei familiari.  Destatici dall’indolente torpore inflittoci dalla canicola estiva, gli prestiamo attenzione.

“Io e i miei compagni stiamo facendo una gara di selfie sulla spiaggia – ci dice il ragazzo -, mi potreste aiutare a vincerla?”. Il giovane vedendo nei nostri occhi sgranati un’espressione di forte perplessità accompagnata da un imbarazzante silenzio, soggiunge: “Vi assicuro che le foto non verranno usate in alcun modo se non ai fini della gara”.

Con altrettanto garbo rifiuto la proposta lasciando liberi i miei familiari di decidere, forse mettendoli, non tanto inconsapevolmente, alla prova (soprattutto i miei figli). Tiro un sospiro di sollievo quando mi assicuro che seguono il mio esempio, mi resta il dubbio se lo abbiano fatto per autonoma determinazione o solo per deferenza nei miei confronti. Il giovane, con la delusione stampata in viso, ci saluta. Ricambiamo.

Mi guardo attorno e noto una decina di ragazzi, vestiti alla stessa maniera del mio giovane interlocutore – quasi in uniforme come una squadra di boy scout ma boy scout non sono -, che approcciano altrettanti bagnanti quasi sempre con successo. Alcuni addirittura estraggono dallo zaino dei selfie-stick (il bastone-selfie con correlato smartphone e telecomando), e mettendosi in posa con la preda di turno, scattano a ripetizione degli appaganti autoritratti fotografici che ritraggono, perlopiù, dei beoti sorrisi.

Assorto da questo spettacolo di ebetudine tecnologica, giunge, inaspettatamente, sotto il mio ombrellone, Matteo Renzi, che con la sua faccia incline a smorfie che fanno seriamente dubitare delle sue capacità intellettive, mi ripete a memoria la stessa richiesta di selfie del ragazzo precedente. Stesse parole, stesse pause. Anche lui un clone in mezzo a cloni. Ma Renzi si distingue: al mio rifiuto con una faccia inequivocabilmente piccata, in preda agli spasmi più multiformi, se ne va ospite insalutato, ma mentre si allontana all’improvviso si gira e con una perfetta coordinazione di movimenti esegue al mio indirizzo il gesto dell’ombrello. Adesso la sua faccia è più rilassata e lui più soddisfatto.

Eccetto l’episodio di Renzi, evidentemente frutto della mia fantasia, ma probabilmente emerso dal mio subconscio in virtù della passione (insana?) del premier a prodursi ripetutamente in selfie, tutto il resto è realtà.

Riprendo la mia lettura, sperando che il gioco dei giovani “selfisti” ( già selfisti e non surfisti…) sia un esperimento sociale per vedere quanti emeriti idioti ci sarebbero cascati.  È un tentativo di dare una ratio, un minimo di logica alla gara di selfie dei giovani concorrenti.

Poi dubito che mi sono fatto vecchio e in me comincino ad allignarsi i germi dell’arretratezza e della bigotteria. Ma quanto avrei preferito che la mia lettura, sotto l’ombrellone, fosse stata interrotta da una brusca ma sana pallonata sulla faccia, sferrata da giovani in costume che rincorrono un pallone.

Vincenzo Adalberto

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