di Salvatore Daniele

Possiamo provare a definire il termine ‘meritocrazia’, con riferimento all’ordinamento sociale, come la richiesta che le posizioni più alte delle gerarchie che soprintendono ai diversi ambiti di cui la società è composta, devono essere assegnate ai suoi migliori elementi; in altre parole, se nella piramide sociale ciascuno deve avere il posto che gli compete, i migliori devono occupare le posizioni di vertice, ricevendo una corrispondente ricompensa, in termini di rimunerazione e prestigio, per i servizi forniti grazie alla loro capacità, preparazione, competenze: in breve, per il loro merito.

Ciò risponde insieme ai principi di giustizia e di utilità: chi eccelle deve ricevere un premio adeguato ai suoi meriti; le funzioni che comportano responsabilità rilevanti e le cariche direttive conviene che siano ricoperte da chi offre le migliori garanzie che saprà ben eseguire il compito che gli è stato assegnato.

La validità del principio meritocratico e le buone ragioni di chi ne chiede una piena attuazione sembra, pertanto, che non possano essere messe in discussione. Tuttavia è lecito fare alcune considerazioni, avendo lo sguardo rivolto in modo speciale al nostro Paese, nel quale è ormai un luogo comune l’affermazione che c’è un difetto, o addirittura una mancanza, di meritocrazia, dunque di giustizia individuale e di utilità sociale.

Il principio meritocratico è una proposizione normativa, universale e astratta: in altre parole, richiede che la società sia strutturata in un certo ordine, ma non indica come realizzarlo, con quali mezzi, con quale estensione, entro quali limiti. La validità di un principio è ‘a priori’ in un ‘modello’ del reale, che si ottiene per astrazione considerando sempre presenti certe circostanze e sempre assenti altre: la sua universalità consiste nella soppressione di circostanze particolari.

L’applicazione di un principio alla realtà per renderlo operativo, la sua ‘concretizzazione’, è un processo complesso, soprattutto se si tratta della realtà sociale, perché bisogna prendere in considerazione almeno alcune condizioni, si dà il caso talvolta che si tratti di fatti rilevanti, che nel modello sono state trascurate. Ciò che funziona bene nel modello ‘ideale’, universale e astratto, può non funzionare altrettanto bene nella realtà concreta e particolare.

Naturalmente di questa difficoltà, che è ben nota nell’ambito scientifico, non bisogna fare un’impossibilità. Tuttavia è opportuno sottolinearla in un Paese dove spesso si parla di ‘svolta culturale’, di ‘riforma epocale’, come se l’adozione di provvedimenti ispirati da certi principi ritenuti, anche a ragione, validi, possa produrre immediatamente e infallibilmente gli effetti voluti. Tale determinismo ingenuo tralascia di considerare quanto lavoro sia necessario per tradurre la buona teoria in buona pratica. Ciò vale ovviamente anche nel nostro caso.

Alcuni ritengono che il principio meritocratico sia non solo tale da non fornire i risultati sperati, ma anche che la sua attuazione possa essere svantaggiosa. Essendo il merito definito secondo certi criteri, per natura selettivi, ciò condurrebbe alla genesi di ‘élites’ che tenderebbero ad autoriprodursi, marginalizzando e trascurando gli individui e i gruppi che fossero privi di certi requisiti e tali sarebbero destinati a restare. Si avrebbe così un’esclusione di fatto e di principio ai danni della gran parte della popolazione.Un’applicazione di questo principio fin dai primi anni di scuola potrebbe originare una situazione di competizione generalizzata che nuocerebbe sia agli individui che alla coesione sociale, anche questa una condizione desiderabile.

È tendenza comune ad identificare l’attuazione della meritocrazia con l’adozione di procedure di selezione di ‘eccellenze’, come sembra indicare la definizione in positivo che abbiamo dato all’inizio. L’uso del suffissoide ‘-crazia’, ‘potere’, aggiunge l’idea che il merito, l’eccellenza, conferisca un particolare diritto ad esercitare funzioni direzionali. Tuttavia la meritocrazia può anche essere definita in negativo: nella valutazione di un individuo, a qualsiasi scopo effettuata, deve contare solo il merito personale acquisito e nessun altro fattore. Chiameremo questa seconda formulazione: ‘principio del merito’, che, in tal senso, è coevo alla fondazione della democrazia. Leggiamo infatti in Tucidide, che riferisce un discorso pronunciato da Pericle, leader della democrazia ateniese: “Di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale ma più che per quello che vale.

E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.” (II; 37; trad.it. Milano 1993) Se accettiamo questa sottile ma concreta distinzione di significato fra ‘meritocrazia’ e ‘principio del merito’ troveremo che in Italia c’è urgente bisogno dell’applicazione piena del principio del merito, più che di sofisticati meccanismi di valutazione e selezione.

In Italia si parla tanto di ‘meritocrazia’, perché spesso il merito personale è il fattore meno determinante, i ‘migliori’ non ottengono quanto loro spetta, perché non vengono riconosciuti come tali, non per un difetto di valutazione ma per l’interferenza di altri fattori.

Se fosse solo il merito, come esso è comunemente inteso e valutato, ad essere determinante nella scelta di un individuo per un certo incarico, allora i migliori, nella maggior parte dei casi, emergerebbero per ‘selezione naturale’, senza bisogno di andarli a cercare escogitando complicate procedure ‘ad hoc’, la cui efficacia è, d’altra parte, oggetto di dure critiche. L’”eccellenza” non è oggetto di selezione, né tanto meno si può coltivare o programmare, secondo l’antico sogno di Platone. Essa, come aveva intuito il sofista Protagora, emerge spontaneamente, nei limiti connaturati alle vicende umane.

Possiamo concludere con un’ultima osservazione. Dal punto di vista soggettivo, il principio del merito si traduce nel dovere di ciascuno di conseguire i propri obiettivi esclusivamente in virtù dei propri meriti e, in generale, di impegnarsi a svolgere al meglio il proprio ufficio, ad eseguire correttamente il compito che gli è stato assegnato. In tal senso la ‘cultura del merito’, ossia dell’’essere degno di..’, può essere introdotta precocemente senza alcun danno: un buon voto in un compito, la promozione annuale, il superamento di un esame, devono essere il risultato in primo luogo dell’impegno a meritarli, del lavoro che è necessario ad ottenerli.

Diffondere questa ‘cultura’ è forse l’’innovazione’ metodologica più urgente nella nostra scuola. Il principio del merito può essere inteso anche come il sollecitare ad una sfida con se stessi prima che con gli altri: esso non serve a promuovere l’eccellenza, in vista di un premio sociale adeguato, ma può essere funzionale alla valorizzazione della ‘normalità’ e alla crescita generale della società, spronando ognuno a dare il meglio, a rifiutare un livellamento verso il basso. Se è vero che la ‘meritocrazia’ genera le ‘èlite’, la cui formazione è, d’altra parte, inevitabile e non necessariamente dannosa,  il principio del merito può comunque produrre una comunità capace di controllarne l’operato, che è condizione necessaria per la democrazia.

Salvatore Daniele

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