La diffusa corruzione degli ultimi decenni, in Italia e non solo, ci ha abituato a pensare che chi si dedica alla politica, nella maggior parte dei casi, è una persona che desidera un vantaggio personale, da intendere principalmente in termini di denaro e di potere. Spesso, anziché ricercare la causa di questo fenomeno nel fine (che sempre determina l’essenza) della totalità sociale che lo produce – fine che, per il sistema capitalistico, è proprio quello del raggiungimento, con ogni mezzo, di denaro e potere –, la cultura del nostro tempo, sia di parte laica che di parte cattolica, si limita a richiedere, alla politica, di porsi maggiormente al servizio della comunità.

Da aristotelico, ritengo preferibile riflettere sulle cause dei fenomeni, poiché solo comprendendo le cause, se esse si possono modificare, è possibile poi intervenire su di esse per eliminarne gli effetti. Tuttavia, per riprendere il discorso di coloro che richiedono un ritorno della politica al servizio del bene comune, vorrei solo ricordare – sia ai laici che solitamente si rifanno alla modernità, sia ai cattolici che solitamente si rifanno al medioevo – che tale discorso fu svolto in maniera compiuta già nella antica Grecia, e proprio con Aristotele. Non avendo gli antichi Greci, oggi, molti difensori nelle università private (né, del resto, in quelle pubbliche) e nei centri del potere, vorrei semplicemente riconoscere i giusti meriti ai miei amati maestri, e favorire nei lettori, specie i più giovani, una maggiore consapevolezza delle radici di un messaggio politico differente rispetto a quello che vedono incarnato nella quotidianità.

Ancor prima che da Aristotele, può essere utile partire da Platone. Egli fu infatti tra i primi a comprendere che la politica non è affatto un privilegio, bensì innanzitutto un impegno gravoso cui sottoporsi. Nella Repubblica egli scrisse in merito che il filosofo, che è il più adatto a governare (dato che è colui che meglio sa riflettere con verità sull’intero, sul bene, e dunque anche sul fine delle azioni umane), pur volendo per natura occuparsi di filosofia, ha il dovere morale di occuparsi anche di politica, «non perché è una cosa bella, ma perché è necessario».

Sul perché la politica non sia di per sé “una cosa bella”, o meglio non sia la più desiderabile fra le attività umane, ha fatto chiarezza Aristotele. Egli ha infatti distinto, come noto, tre tipi di attività: teoretiche, pratiche e produttive. Le prime, come la fisica e la metafisica, sono le attività volte direttamente al conoscere, e come tali sono fini a se stesse. Le seconde, come l’etica e la politica, sono le attività volte alla migliore realizzazione di un certo fine, e dunque hanno il loro fine in altro. Le terze, come la tecnica e l’arte, sono le attività volte a produrre cose, per cui anche esse hanno il loro fine in altro. In generale, per Aristotele, le attività pratiche come la politica, non avendo il loro fine in se stesse ma in altro, non sono desiderabili per se stesse ma solo in vista di altro, per cui non sono le migliori. Questo “altro” è costituito, nel caso appunto della politica, dalla realizzazione delle condizioni affinché ciascuno possa godere di una buona vita. Tale buona vita si realizza, per Aristotele, potendosi dedicare alla attività più naturale. Tale attività, essendo la natura dell’uomo caratterizzata dal logos, è l’attività teoretica.

La politica, in Aristotele, ha dunque come fine il favorire la costituzione di una comunità di liberi ed uguali, ciascuno in grado di ben condurre la propria vita. Per la realizzazione di questo fine ognuno deve dare il proprio contributo, in funzione delle proprie capacità e dei bisogni complessivi. In particolare, chi è in grado di esercitare l’attività politica dovrebbe, per lo Stagirita, offrire la propria disponibilità a governare, in quanto tutti dovrebbero potenzialmente alternarsi nell’esercizio del potere.

Un lettore contemporaneo potrebbe pensare che l’antico filosofo sostenne questa tesi per far partecipare un po’ tutti ai vantaggi della vita politica, per come li percepiamo oggi. In realtà Aristotele lo disse, al contrario, in quanto pensava ad una attività politica di servizio, faticosa, non fine a se stessa, per esercitare la quale, insomma, si doveva svolgere un impegno gravoso. Per questo motivo, a suo avviso, un po’ tutti dovrebbero a turno, da “governanti”, sopportare l’onere della attività pubblica prestando un servizio alla comunità, mentre da “governati”, ossia per la maggior parte del tempo, ne dovrebbero ricevere i benefici, potendosi dedicare alla migliore attività possibile, ovvero appunto quella teoretica.

Tale attività, contrariamente a quanto si è soliti ritenere oggi, si presenta come la più necessaria alla realizzazione della natura umana, in quanto è l’unica attività che consente agli uomini – in ogni tempo, luogo e condizione – di assumere consapevolezza delle questioni più importanti, come quelle inerenti il vero ed il falso, il bene ed il male, il giusto e l’ingiusto. Senza consapevolezza di queste tematiche, per Aristotele, è possibile solo vivere, non vivere bene. Il “vivere bene”, tuttavia, è il fine proprio di ogni uomo, sicché, per ottenere una condizione di felicità, non può essere trascurato. Purtroppo, a queste cose essenziali, la politica non pensa più.

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