Nonostante sia l’autore di «Pietre», brano portato al successo nel ’67 da Antoine, il cantautore Gian Pieretti non è molto noto al grande pubblico. Eppure, Pieretti non è il classico autore da un solo brano (e da un solo successo), anzi. Nei primi anni Sessanta quando la lingua-madre della canzone è l’inglese, fa coppia con Ricky Gianco, poi conosce il cantautore scozzese Donovan, vero tipo alla Bob Dylan. Grazie a lui, arriva a sedersi perfino di fianco a Jack Kerouac, che nel 1966 è in Italia per un giro di conferenze tenute dal Nord al Sud del Paese. Pieretti e Gianco hanno appena scritto «Il vento dell’est», canzone d’ispirazione donovaniana che al papà del Beat e pietra miliare della protesta giovanile non dispiace affatto. «Quando il vento dell’est mi porterà il profumo dei capelli suoi, io guarderò verso il vento dell’est e mi ricorderò che lei è andata di là». Il tema è apparentemente leggero, nostalgico e delicatamente “on the road”; piccolo matrimonio tra folk e beat (in verità, a quel tempo abbastanza diffuso), che resta probabilmente – nella nostra memoria – una delle pagine più alte del periodo d’oro del beat italiano. Un periodo che, appunto, vive nel 1966 il suo momento magico.

Mezzo secolo per un movimento artistico-musicale che ha lasciato in eredità nostalgia e molta buona musica. Nato grossomodo nel 1964, al seguito del successo planetario dei Beatles e dei Rolling Stones, il beat in salsa italica è al tempo stesso un movimento d’immagine e filosofia un po’ improvvisata (tipica del beat è per esempio, la morale espressa un po’ ingenuamente sull’amore e la fratellanza). I gruppi che a esso si ispirano, i Rokes, i cosiddetti Beatles italiani, di Shel Shapiro e l’Equipe 84, strettamente legati a Francesco Guccini, possiedono più o meno la caratteristica comune di piacere poco agli adulti – come inizialmente i Beatles – e molto ai ragazzi, perché rappresentano in tutto e per tutto quel mondo giovanile che dagli inizi dei Sessanta si va affermando con regole e stili originali. Originali per il nostro Paese, naturalmente; perché si tratta di costumi assunti, con giovanile incoscienza, dai Paesi anglosassoni. Dall’Inghilterra patria del “nuovo”, attraverso il lancio commerciale e d’immagine degli States.

Il periodo migliore per i Rokes è proprio il biennio 1966-67, con quattro 45 giri. Prima con «Che colpa abbiamo noi» di Mogol, ed «È la pioggia che va», cantata pure da Caterina Caselli, poi con «Bisogna saper perdere», presentata al Festival di Sanremo in coppia con compianto Lucio Dalla e infine con «Eccola di nuovo» su traccia originale di Cat Stevens. La prima delle quattro canzoni è una sorta di manifesto di quello che a quel tempo si chiamava conflitto generazionale, mancanza di dialogo (e relativa incomprensione) tra “padri” e “figli”. «La notte cade su di noi, la pioggia cade su di noi, la gente non sorride più, vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai, Ma che colpa abbiamo noi. Sarà una bella società fondata sulla libertà, però spiegateci perché se non pensiamo come voi ci disprezzate… e se noi non siamo come voi una ragione forse c’è e se non la sapete voi oh ye e se non la sapete voi ma che colpa abbiamo noi».

L’Equipe 84, non ha il successo dei Rokes ma è un gruppo altrettanto noto. Proprio nel ‘66, il gruppo partecipa al festival di Sanremo con «Un giorno tu mi cercherai», che diventa subito un 45 giri. Il lato B è un brano di Guccini dal titolo emblematico: «L’antisociale». Le altre affermazioni per la formazione capitanata da Maurizio Vandelli sono ancora del ‘66: successo al Cantagiro con «Io ho in mente te» e «Bang Bang», successo universale, interpretato molti anni dopo persino da Carla Bruni, e scritto originariamente da Sonny Bono per Cher (nel retro del 45 c’è ancora una canzone gucciniana: «Auschwitz»). Nel ’67 arrivano, invece, i brani firmati dal grande Lucio Battisti: «29 settembre» e «Nel cuore, nell’anima».

La storia del beat in Italia è la storia dei complessi musicali italiani e stranieri (inglesi), che hanno animato il pop, soprattutto grazie alle “cover”. Alcuni nomi suonano oggi quasi privi di familiarità: i Primitives (quelli di Mal) che ebbero grande successo al Piper Club di Roma che pochi giorni fa ha festeggiato il mezzo secolo tondo tondo; così come i Motowns, i Renegades che a Sanremo cantarono con L’Equipe 84, i Cyan Three che si esibirono con la Pravo, I Sorrows, i New Dada e i Bad Boys anch’essi legati a Guccini. Molto più noti i Dik Dik (con «Sognando la California», nota cover del ‘66), i Giganti (con la celeberrima «Tema»), i Camaleonti («Sha la la la la», «I capelloni» e «Portami tante rose», rifacimento di un brano degli anni Trenta di C. A. Bixio), i Nomadi, con «Come potete giudicar», anch’essi legati a Guccini e gli eterni Pooh, nati proprio in piena era Beat, ancora nel ‘66.

Gruppi musicali che diventano noti grazie alle organizzazioni dei Festival, a cominciare da Sanremo (nel ’66 vinto da Modugno e Cinquetti con «Dio, come ti amo», ma passato alla storia come il Festival del secondo posto della Caselli con «Nessuno mi può giudicare», come la gara dei gruppi Beat e delle esclusioni di Celentano con l’ormai mitica «Il ragazzo della via Gluck» e ancora di Lucio Dalla e dei Yardbirds con «Pafff… bum»). Per continuare col Disco per l’estate, il Festival delle rose, il Festivalbar e il Cantagiro. Gare che a quel tempo, valevano più di un “talent” dei nostri giorni, perché in quelle occasioni oltre a farsi conoscere i cantanti imparavano anche il “mestiere” di artista. Il Beat aveva infine perfino un suo specifico festival: Il torneo nazionale Rapallo – Davoli, nato proprio 1966. Non mancava proprio nulla, in apparenza. Tra gli artisti più in luce in quel periodo Francesco Guccini, non ci sarebbe bisogno di dirlo, che nel 66 scriveva «Dio è morto», bellissimo brano per i Nomadi, che non era la classica canzone di protesta beat, o quanto meno non solo quello. Ma qualcosa di più: l’ingresso dei grandi temi – di chiara derivazione nietzscheana – nella musica leggera, il tentativo di dare un contenuto “spirituale” a generiche affermazioni di pacifismo. Il messaggio a quei tempi non venne compreso dalla Rai che censurò il brano. Peccato. «Ho visto la gente della mia età andare via, lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano». Il testo si ispirava anche all’Urlo di Allen Ginsberg, altro papà insieme a Kerouac della “Beat generation”.

Tanti auguri a te! Il Beat ebbe un proprio locale: il Piper di Roma, fondato nel 1965 da Alberigo Crocetta ex aderente alla X Mas di J. Valerio Borghese. Altro luogo oramai mitico cui sono state dedicate decine e decine di memorie filmiche. Il locale ospitò il meglio dei gruppi e cantanti della generazione dei Sessanta, immersi in un mondo che era l’esatto punto d’incontro tra la pura trasgressione e il capriccio dei nuovi “vip”. Al suo interno, brillarono innanzitutto le stelle femminili: Mita Medici, Caterina Caselli e Patty Pravo, oggi icona assoluta non solo della canzone italiana ma anche di uno stile di vita da lei stessa definito “anarchico”.

In quei Sessanta, la veneziana Nicoletta Strambelli era l’esempio forse più noto del non-conformismo e della voglia di andare oltre l’ordinario stile di vita (e di pensiero): lo “stile” del tranquillo borghese che aspirava a una vita affatto comoda. A ricordare quello che gli artisti del tempo andavano promettendo ai giovani “accecati” dall’italico-Beat era perfino lo stesso nome d’arte della Strambelli: “Pravo”; nome derivato dal terzo canto dell’Inferno di Dante e dalla frase di Caronte: «Guai a voi anime prave! Non isperate mai veder lo cielo». Nulla di sacrilego, ovviamente; al contrario: era semmai il bisogno di esorcizzare l’emarginazione. «Ragazzo triste», primo successo di Patty su testo di Gianni Boncompagni, venne addirittura trasmessa come primo brano pop della storia, dalla Radio Vaticana.

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