Marco Iacona –

Nanni Moretti spernacchia i detrattori e smette di fare il Moretti per due ore almeno. “Mia madre” nuovo film del regista di “Caro diario”, scritto con Francesco Piccolo e Valia Santella, atteso come un provvedimento governativo, non delude.

Moretti con la macchina da presa ci sa fare, fatevene una ragione. Passaggi autobiografici a fondo perduto e come sempre lavoro studiato a tavolino. Che è sempre la cosa migliore. Primo: dosare come un dolce della nonna, noia (poca), sorprese e commozione. Secondo: condurre la storia nei luoghi prescelti. Guai a chi non ci sta, chi si ribella è perduto.

Film di regia, gustoso (sic) nelle sue “macchinazioni” apparentemente sfilacciate, dai colori volutamente tenui, con musiche complici e interpreti interessanti. Moretti porta i sogni nel regno del sogno. Margherita Buy gioca in casa, in Italia tra le poche meritanti “titolo”. Ansie e nevrosi sapientemente passate al microscopio da chi le vuol bene. Vien solo da dire che i ruoli, quasi tutti di un certo tipo stilizzano i contorni di donne insoddisfatte di un’Italia insoddisfatta. Poveri noi. Mai gocce di felicità.

La mamma – Giulia Lazzarini – è bravissima e di vecchia scuola. Delicata secondo schema: i nonni sono dolci e gentili e la morte li coglie sereni. Luoghi comuni ai quali se ne aggiunge un altro: la presenza di John Turturro la cui funzione di rottura si manifesta fin dall’inizio in visibilissima paradossalità. Moretti è il primo ad essere convinto che Turturro non sa recitare. E il ruolo di americano come i filorussi se lo sognano, gli si attacca addosso alla perfezione.

I colori tenui preludono ad un bianco-nero dell’anima, più francese che italiano, ed è cifra ideologica “assoluta” della pellicola. Mai sostantivo fu più apprezzato. Al centro un regista impegnato (Margherita) che deve fare i conti con la realtà. Moretti rivela al pubblico la contraddizione di un costruttore di finzioni – seppur con la presunzione di raccontare la verità – che affronta la vita con armi spuntate. Una donna/uomo che sceglie di mettere il dito nelle grandi questioni ma si trova spiazzata dinanzi ad ogni fase dell’arco vitale.

Margherita: marito, compagno, figlia e fratello (impersonato da Moretti), tutti possiedono una sostanza caratteriale marcata. Loro si trascinano dietro un modello di verità abilmente celata – l’uomo in rotta, le paturnie adolescenziali – che affievolisce il tono ansiogeno del film. Ma che dona alla pellicola il giusto contrasto. Il problema è Margherita, sentenzia Moretti.

Ennesimo film per donne (quando la smetteranno?). Moretti finge di raccontare la sua storia e ci vuol fare intendere l’assoluta inadeguatezza – che è cifra rappresentativa – della donna oggi. Il film coglie nel segno sfornando “miracoli” in tono artificiale del sesso femminile. In questo ruolo la Buy è a dir poco strepitosa. Vale oro il trucco di passare la patata bollente nelle mani di un nuovo personaggio. Temo che questo significato, il cui significante esce raramente di scena, non verrà sottolineato a dovere.

Moretti regista delle dolci sconfitte, con “Habemus papam” si trasforma in sismografo di un’apocalissi prossima ventura. E in questi termini “Mia madre” significa altro. La scomparsa della vecchia non è la fine di un mondo, come penserebbero i “tradizionalisti”: quello di chi traduce dal latino a memoria (la tentazione in Moretti il conservatore c’è), e che dà inevitabilmente spazio ai costumi dell’americano vuoto e sbruffone. D’accordo: queste cose lasciamole dire ai politicuzzi finto-colti.

La morte della madre, come la nascita di un figlio, è il reagente attraverso il quale la finzione si manifesta in tutta la sua paradossalità. Margherita rappresenta oniricamente la realtà, cioè la morte, in quanto non ha strumenti adeguati. Il film è una clamorosa bocciatura di chi per mestiere “registra” i fatti del mondo, di chi non si emancipa dalla coscienza del falso (non proprio una falsa coscienza) dinanzi agli stadi essenziali del mestiere di vivere. Il taglio definitivo del cordone ombelicale che ci tiene legati all’infanzia e ai meccanismi protettivi e di sprone .

Artisti engagé, donne “moderne” – per Moretti questi o quelle pari sono – collezionanti verità salvifiche, identificano una dimensione scolpita tra le pagine di un giornalino. Di questa testimoniano le tessiture essenziali: la verità esiste ma non fa per loro. Fuggiti chissà dove, il mondo reale lo hanno abbandonato da tempo.

Tutti morti. Peggio questo che la rinuncia di una papa teatrante al proprio ruolo di guida “spirituale”. L’attacco di Moretti a creato e creatore continua. Ci saranno prossime vittime?

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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