Si può ancora passeggiare per le strade di Ragusa e continuare a pensare di essere diversi? Di far parte di un microcosmo alieno rispetto alla sicilianità come la immaginano (non senza ragione) da Roma in su?

Le strade di Ragusa. Segnate, fino a un po’ di tempo fa, da un’assenza più che da una presenza: mancanza di quella matericità, in qualche caso maleodorante, che impregna gli spazi di una Catania o di una Palermo; mancanza di quella festosa, ciarliera, disordinata gioia di vivere che nel capoluogo etneo sconfina così spesso nel caos; mancanza dei segni minimali dell’appartenenza al destino di una genìa attraversata da un senso profondo del tragicomico.

Ragusa è sempre stata da un’altra parte: quando la Sicilia era bianca come un sudario, Ragusa era rossa; quando in Sicilia si sparava e si uccideva con la stessa frequenza di una grandinata, Ragusa costruiva le sue piccole grandi fortune imprenditoriali alla faccia della marginalità geografica, viaria, infrastrutturale; quando nel resto dell’isola si arrancava, Ragusa festeggiava. Pulita, ordinata, composta, signorile ma non di quel signorile un poco tetro che discende dall’aristocrazia bensì di quello che viene da un animus contadino che ha consegnato il suo testimone a una borghesia cittadina consapevole del suo compito: far soldi, investirli, conservare, pensare al futuro, tramandare benessere.

Qual è stato, sempre, il vulnus di questa città? Il suo punto cieco?

Ma la cultura, che diamine! Il rapporto con tutto ciò che non è monetizzabile, ogni valore che non sia riconducibile a una “posizione”: e dunque la tensione e l’inquietudine delle frizioni sociali da cui spesso sgorga l’energia creativa, la pluralità dei linguaggi, la commistione, l’ibrido. Essendo Ragusa troppo compatta, fin troppo coesa, è stata a lungo – e perfino negli anni settanta, quando sembrava che il mondo stesse per esplodere – seduta a dar sfoggio di sé senza poi granché da sfoggiare: questa è la città col più alto numero di proprietari di prima casa nell’intero meridione, e forse anche quella col più alto numero di proprietari di seconda casa. Chiunque sia stato a Marina di Ragusa sa che nella frazione balneare, da anni trasformata in una piccola Rimini del sud, si celebra il rituale della ragusanità al massimo grado possibile: tutti insieme, magari non sopportandosi, ma tutti visibili, incontrabili, passeggianti, chiacchieranti, bonariamente convinti che i confini del mondo sia meglio restringerli più che esplorarli!

Oggi è una sequela di vendesi, case e seconde case offerte ma invendute perché le pretese continuano ad essere segnate dalla mancanza di urgenza, di necessità……

La crisi stringe il collo anche a Ragusa: che sia finalmente il momento, per questa città, di sentirsi urgere qualcosa dentro che non sia la memorizzazione del numero di conto corrente bancario?

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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