Giuseppina Talamo

Continua a crescere di giorno in giorno, di ora in ora, il numero delle vittime nei naufragi dei barconi della speranza e, ultimamente, anche nei tir. Cifre grosse e, purtroppo, mai definitive. Uomini, donne, bambini, partiti con un identico sogno, la fuga verso l’Europa, e dal sogno traditi. Perché l’Europa è  monca, non ha braccia entro cui accogliere i loro sogni e annaspa nelle sue paure.  Nel complesso mare della gestione di questa grande emergenza umanitaria del nostro tempo, che drammaticamente la interpella per intero, l’Europa galleggia maldestramente, insidiata com’è dai suoi tanti particolarismi… Non è un caso, allora, che l’Ungheria erga muri, che l’Italia sfidi, tra la riprovazione di tanti,  il mare, nel tentativo di salvare esseri umani da un altrimenti tragico destino. Eppure tutto potrebbe cambiare.  Se l’Europa si decidesse a recuperare il suo senso smarrito, se facesse memoria del suo passato, se riflettesse su un verità semplice, e cioè, che la somiglianza che dà l’essere uomini è ben più forte della diversità di nazione, sarebbe sicuramente in grado di dare una risposta  univoca e concorde al problema. Intanto, nell’attesa che ciò accada, continuano a sfilare le scene di barconi alla deriva, sovraccarichi  di disperati  con le braccia protese a chiedere aiuto,  scene ormai talmente familiari, da far correre il rischio dell’assuefazione. Sono,  però, i sempre più frequenti eventi tragici a scuotere le coscienze e a restituirci, in questo ultimo scorcio d’estate, l’altro senso del mare: non quello piacevole dello svago, ma quello rischioso delle traversate, in condizioni precarie, al limite della sopravvivenza, col pensiero fisso all’approdo. Mare amato e temuto, mare unica via per la fuga e speranza per una vita migliore, mare ventre pietoso che custodisce tante e tante vite spezzate mentre rincorrevano un sogno. Ma anche la terra è amata e temuta,  perché il suo attraversamento è insidiato e osteggiato. Per  bloccare la fuga di migliaia di esseri umani dai loro Paesi attraverso la terra ferma, infatti, sono stati innalzati in tutta fretta  muri, barriere  di rete metallica. A nulla valgono le ragioni della fuga, non c’è compassione per la disperazione e la sofferenza di quegli uomini. Quel che conta, per partiti xenofobi e anti-immigranti,  è recuperare consensi elettorali.

Ma in n un fine-agosto assolato, su un’ Europa vacanziera e distratta di fronte alle  raccapriccianti scene di naufragi, di tir carichi di morti, di barriere di filo spinato lunghe 175 chilometri e di altro,  ecco piombare all’improvviso, da parte degli StatiUniti, l’accusa  di fallimento nella  gestione dell’ emergenza umanitaria. L’Europa convoca, per il  prossimo 14 settembre, un vertice straordinario con il compito di individuare misure immediate per far fronte a questa emergenza. Che si sia all’inizio di una svolta? Forse l’Europa comincia finalmente a capire che  il problema con cui si trova suo malgrado a fare i conti, non può essere trattato semplicemente come una emergenza umanitaria, ma, piuttosto, come il risultato di una trasformazione sociale e di uno sviluppo a livello globale. I motivi e le cause determinanti le “migrazioni internazionali” sono molto complesse ed esiste un’ampia letteratura, empirica e teorica, che cerca di analizzare e spiegare questo fenomeno.

Lo studio dei flussi migratori, ed in particolare l’attenzione rivolta al fenomeno dell’immigrazione, si basa saldamente su alcuni dei seguenti fattori: la consistente richiesta di forza lavoro flessibile, le pressioni ed i vincoli delle economie dei paesi meno sviluppati da cui provengono gli immigrati, il differenziale reddito pro-capite tra paesi, le guerre civili, le carestie, gli eventi bellici, le reti sociali relazionali-familiari, le politiche migratorie e i sistemi di welfare nei paesi di destinazione. In un economico internazionale sempre più globalizzato è più facile aprire gli scambi a flussi di beni e capitali e non a  flussi di immigrati portatori di diversi valori e culture che, invece, sono visti come potenziali pericoli per la sovranità e l’identità nazionale. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel mondo vi sono 231,5 milioni di migranti internazionali, pari a circa il 3 per cento della popolazione mondiale, e 57 milioni in più rispetto al 2000. In generale, la decisione di migrare comporta un’attenta analisi costi-benefici da parte dell’individuo.

L’analisi dell’importanza dei differenziali salariali o di reddito, come sottolineato dall’approccio neoclassico, è dato per assodato dalla maggior parte delle teorie ed è considerato una condizione necessaria affinché gli individui decidano di migrare. Altri fattori più sociologici, come i network, le catene migratorie, il bisogno di sicurezza, il capitale sociale sono di notevole importanza per spiegare tale fenomeno. Anche il ruolo delle istituzioni, dei sistemi di welfare, della domanda e offerta di lavoro, della globalizzazione sono fattori strutturali che influenzano notevolmente il fenomeno dell’immigrazione internazionale. Non bisogna, infatti, dimenticare che una delle determinanti fondamentali del flusso migratorio è rappresentato dalla domanda di lavoro da parte dei paesi di destinazione. Così, l’immigrato viene a sostituire gli autoctoni in quelle mansioni che sono richieste e che questi ultimi sono restii a ricoprire. Inoltre, oltre che del cosiddetto grado di sostituzione tra autoctoni e immigrati, si può, anche, parlare di grado di complementarietà tra lavoratori stranieri e autoctoni. Infatti, i lavoratori immigrati con mansioni operaie potrebbero sostenere la domanda di lavoro per funzioni gestionali ed amministrative tra i nativi. A livello internazionale, il tema dei flussi di immigrazione è al centro dell’agenda politica del dibattito che coinvolge i policy maker della comunità internazionale.

La crescita e l’evoluzione delle migrazioni internazionali richiede che tale fenomeno sia accompagnato da obiettivi politici e sociali condivisi e non da azioni sporadiche e ad hoc dettate da eventi eclatanti senza una prospettiva a lungo termine. Ciò dovrebbe aiutare i governi a capire meglio le politiche da adottare, i sistemi di welfare da seguire, il mercato del lavoro per poter riorientare le politiche occupazionali e migratorie a beneficio di tutti i lavoratori, e non solo dei migranti. L’aumento delle immigrazioni irregolari e la tratta degli esseri umani rappresentano, infatti, importanti problemi che la comunità internazionale deve essere in grado di affrontare in termini di protezione dei diritti umani e del lavoro. Infine, anche l’agenda di sviluppo dell’ONU offre l’occasione di promuovere una maggiore integrazione dell’individuo immigrato nel paese di destinazione, promuovendo un lavoro dignitoso e una maggiore protezione sociale. In tale Dichiarazione, l’ONU si pone l’obiettivo di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015 promuovendo lo sviluppo globale. Si afferma, infatti che nessun Paese al mondo è tenuto a compensare il deficit demografico di un altro: ciò giustifica l’idea che la migrazione dovrebbe essere una scelta e non un obbligo per le parti interessate. In conclusione, oltre alla necessità di un accordo comune per contrastare questa emergenza umanitaria e la tratta di vite umane, sarebbe opportuno che si iniziasse a riflettere su due concetti: accoglienza ed integrazione.

Accogliere come mettere insieme e integrazione come stare insieme ed essere parte attiva della società. Si porrebbe così fine al continuo etichettare gli esseri umani come profughi, richiedenti asilo, clandestini, migranti ed immigrati: tutte etichette che alimentano una guerra tra poveri,  anzi tra esseri umani in fuga e che risvegliano in alcuni pensieri xenofobi. Si tratta di essere umani, di popoli, che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalle malattie, dalle persecuzioni, dalla mancanza di cibo e lavoro. Le misure immediate devono prevedere un contrasto serio e significativo alla tratta di esseri umani, levando il privilegio alle organizzazioni criminali di gestire la paura e i sogni di uomini, donne, bambini in fuga da guerre e non solo. Un recente rapporto OCSE (2015), sottolinea come il processo di integrazione degli immigrati è uno dei principali obiettivi nell’agenda dei policy makers di diversi paesi europei e dell’area OCSE. Dal rapporto emerge che quando gli immigrati si integrano con successo, essi contribuiscono positivamente al sistema economico-sociale del paese ospitante (host country). Inoltre, l’integrazione è una precondizione per l’accettazione di altri immigrati dalla società civile dell’ host country. I dati mostrano che è possibile notare delle variazioni sia nelle destinazioni che nei “modelli” di immigrazione internazionale: in Spagna, ad esempio, gli immigrati hanno bassi livelli di istruzione (education), mentre in Irlanda i livelli sono superiori. Inoltre, dal rapporto emerge che più immigrazione non significa minore integrazione: i dati dimostrano che in termini di occupazione, reddito e contributo fiscale gli immigrati partecipano a migliorare la situazione economica. Infine, il processo di integrazione non può essere immediato e ha bisogno di tempo, opportunità, solidarietà ed accoglienza verso tutti.

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