Salvo Reitano

“C’è uno che guarda avanti
e come è duro stare in tanti sulla barca del futuro
viene via dal sud il vento contro
ma non c’è un viaggio se non c’è un miraggio che ti si fa incontro
se si va per mare non vuol dire
che la promessa di una terra sia davvero poi la terra promessa…”
E’ la prima strofa di “Isole del Sud”, una delle più belle canzoni, tra le tante, scritte da Claudio Baglioni. Si parla di migranti, di gente che parte in cerca di un futuro migliore per sfuggire alle guerre, alla fame, alla mancanza di lavoro. E non sono solo i viaggi di quanti arrivano sulle nostre coste, stipati come sardine su fatiscenti barconi, sono anche i viaggi della speranza di tanti nostri connazionali, soprattutto giovani che scappano da una terra che non riesce più a dare loro nessuna opportunità. Qualche giorno fa il direttore, Daniele Lo Porto, mi chiese di scrivere una nota sul Cara di Mineo dove l’accoglienza, come abbiamo riferito più volte in questi ultimi anni, è diventata un un business. Un business vergognoso sulla pelle dei migranti che vede coinvolti a vario titolo politici, amministratori, imprenditori.caradimineo3
Volevo scriverlo quel pezzo, ma le parole non venivano fuori. Non riuscivano a solidificarsi, a prendere forma sul bianco del monitor mentre la tastiera ticchettava flebile. Avrei dovuto raccontare ancora una volta di inchieste della magistratura, iscritti nel registro degli indagati, rinviati a giudizio, appalti truccati, turbative d’asta e corruzione elettorale. Fare i nomi di faccendieri, sottosegretari, sindaci, re di cooperative, amministratori pubblici. I soliti nomi, le solite facce. Non mi andava per niente.
Non so se accade anche a voi. Ma il continuo deteriorarsi delle notizie, il loro franare di senso, ci obbliga ad ascoltare il linguaggio delle cose anziché quello delle improbabili persone. Un tempo, nemmeno molto lontano, nella vita di ciascuno, avevano posto le lezioni della saggezza. Oggi non più. Oggi è il tempo dei furbetti del quartierino. Dei trafficanti d’ogni tipo e d’ogni risma. Poco importa se c’è da lucrare sulla pelle di un’umanità disperata. Voi non avete idea, cari lettori, quante volte, nutrito come sono di nobili ideali, io chieda perdono a Dio. Lo faccio quando cala la sera, intorno è buio oltre la finestra, e sto per avventurarmi sul binario dell’esame di coscienza. Gli dico: Dio, chissà a quante persone sarò passato accanto senza accorgermi che avrei potuto fare un gesto di solidarietà, pronunciare una parola più calda, mobilitarmi in maniera concreta e non l’ho fatto. Le cose più gravi non sono le mancanze, ma le colpe di omissione. Presi come siamo della nostra persona e dal nostro vivere non vediamo che come noi talvolta soffriamo, tanti altri soffrono anche di più. E la sofferenza è così dura a portarsi.
Sapere che c’è stato qualcuno che ha costruito la propria carriera sulla sofferenza degli altri mi mette nel cuore tanta di quella tristezza che a volerla raccontare risulta quasi impossibile.
Allora cosa faccio? Non scrivo la nota chiesta dal direttore? No. La scrivo. Anzi, per la prima volta con il vostro permesso, faccio un bel copia e incolla. La memoria mi riporta a un’udienza del Papa, in Vaticano, nei primi giorni dello scorso novembre. In quell’occasione Francesco definì quella dei migranti una situazione obbrobriosa, bancarotta dell’umanità.
schermata-2017-01-07-alle-17-55-08Ecco alcuni stralci delle Sue parole: “ Cari fratelli, voglio condividere con voi alcune riflessioni. Faccio mie le parole di mio fratello l’Arcivescovo Hieronymos di Grecia: «Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza, la “bancarotta” dell’umanità».
Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero, e non solo il Mediterraneo… molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati di sangue innocente.
La paura indurisce il cuore e si trasforma in crudeltà cieca che si rifiuta di vedere il sangue, il dolore, il volto dell’altro. Lo ha detto il mio fratello il Patriarca Bartolomeo: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono la paura e trascendono la divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo»
E’, veramente, un problema del mondo. Nessuno dovrebbe vedersi costretto a fuggire dalla propria patria. Ma il male è doppio quando, davanti a quelle terribili circostanze, il migrante si vede gettato nelle grinfie dei trafficanti di persone per attraversare le frontiere, ed è triplo se arrivando nella terra in cui si pensava di trovare un futuro migliore, si viene disprezzati, sfruttati, addirittura schiavizzati. Questo si può vedere in qualunque angolo di centinaia di città. O semplicemente non si lasciano entrare.
Chiedo a voi di fare tutto il possibile; di non dimenticare mai che anche Gesù, Maria e Giuseppe sperimentarono la condizione drammatica dei rifugiati. Vi chiedo di esercitare quella solidarietà così speciale che esiste tra coloro che hanno sofferto.schermata-2017-01-07-alle-17-59-45
(…) Vorrei sottolineare due rischi che ruotano attorno al rapporto tra i movimenti popolari e politica: il rischio di lasciarsi incasellare e il rischio di lasciarsi corrompere.
Primo, non lasciarsi imbrigliare, perché alcuni dicono: la cooperativa, la mensa, l’orto agroecologico, le microimprese, il progetto dei piani assistenziali… fin qui tutto bene. Finché vi mantenete nella casella delle “politiche sociali”, finché non mettete in discussione la politica economica o la politica con la maiuscola, vi si tollera. Quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli, mi sembra a volte una specie di carro mascherato per contenere gli scarti del sistema (…) Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino.
(…) Il secondo rischio, vi dicevo, è lasciarsi corrompere. Come la politica non è una questione dei “politici”, la corruzione non è un vizio esclusivo della politica. C’è corruzione nella politica, c’è corruzione nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di comunicazione, c’è corruzione nelle chiese e c’è corruzione anche nelle organizzazioni sociali e nei movimenti popolari. E’ giusto dire che c’è una corruzione radicata in alcuni ambiti della vita economica, in particolare nell’attività finanziaria, e che fa meno notizia della corruzione direttamente legata all’ambito politico e sociale. E’ giusto dire che tante volte si utilizzano i casi corruzione con cattive intenzioni. Ma è anche giusto chiarire che quanti hanno scelto una vita di servizio hanno un obbligo ulteriore che si aggiunge all’onestà con cui qualunque persona deve agire nella vita. La misura è molto alta: bisogna vivere la vocazione di servire con un forte senso di austerità e di umiltà. Questo vale per i politici ma vale anche per i dirigenti sociali e per noi pastori. Ho detto “austerità” e vorrei chiarire a cosa mi riferisco con la parola austerità, perché può essere una parola equivoca. Intendo austerità morale, austerità nel modo di vivere, austerità nel modo in cui porto avanti la mia vita, la mia famiglia. Austerità morale e umana (…) Davanti alla tentazione della corruzione, non c’è miglior rimedio dell’austerità, questa austerità morale, personale; e praticare l’austerità è, in più, predicare con l’esempio. Vi chiedo di non sottovalutare il valore dell’esempio perché ha più forza di mille parole, di mille volantini, di mille “mi piace”, di mille retweets, di mille video su youtube. L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo è il modo migliore per promuovere il bene comune”.
Chissà come la pensano i furbetti del quartierino che ruotavano intorno al Cara di Mineo, smascherati dalla magistratura e dal loro stesso delirio di onnipotenza. Ci piacerebbe saperlo.

 

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

A proposito dell'autore

Post correlati

Scrivi