SIRACUSA – La Trinaura, attraverso un testo che trae spunto dalle testimonianze degli ebrei sopravvissuti alla deportazione del ghetto romano del 1943, vuole rendere omaggio alla memoria, alla Shoah, ai suoi caduti, ai loro familiari.

Si narra nello specifico di sette donne di età compresa tra gli 8 ed i 45 anni, volutamente di età, nazionalità (una di loro è francese), estrazione sociale e culturale diversa, al fine di offrire un più completo panorama delle svariate reazioni che la deportazione, in tutta la sua drammaticità, ha inevitabilmente generato.

All’aprirsi della scena, le protagoniste interpretano l’inconsapevole serenità degli ultimi scorci di vita libera, seppur sacrificata nel ghetto, non potendo in alcun modo presagire l’orrore di cui a breve saranno vittime. Parlano in particolar modo della richiesta/tranello di 50 kilogrammi di oro da parte dei nazisti in cambio dell’incolumità di 200 ebrei: “Tanto poco vale la vita di noi ebrei?”, esclamerà Diletta, l’unica donna che riuscirà a far rientro dai campi di concentramento. Le rimanenti troveranno la morte in maniera diversa l’una dall’altra: chi lottando comunque fino alla fine, chi vittima di un inganno, chi colpita da malattia, chi di stenti … chi semplicemente scegliendo di farla finita. La fame, ancor peggio la sete, i lavori forzati durissimi, le pessime condizioni igieniche, il freddo … verranno affrontati con sopportazione, coraggio ed encomiabile dignità. Per sopravvivere il trucco è alienarsi, viaggiare con la mente in quei pochi momenti della giornata che restano liberi, per non impazzire nel ricordo, nella nostalgia, nel chiedersi incessantemente: “dove saranno finiti i miei cari? li rivedrò?”

Donne costrette a mostrarsi nude davanti a uomini sconosciuti che le scherniscono, mortificate nella loro dignità, rapate, rasate nelle parti intime, marchiate a fuoco, indelebilmente, private del nome e del carattere, spersonalizzate, per essere miseramente ridotte ad un numero, “quel” numero col quale si confonderanno e nel quale si perderanno, non solo in quei campi di morte, ma anche, e forse spiace dirlo “soprattutto” al loro rientro, quando si scontreranno con l’incolmabile assenza di quei cari, la perdita delle loro radici, l’indifferenza di chi è rimasto e non potendo/volendo capire, si limiterà semplicemente ad additare quell’essere oramai irrimediabilmente abbrutito… quel numero!

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