Mo’ viene Natale. Festa della luce, dell’albero della vita. Della rinascita, della nascita di Gesù, della Coca Cola. Eccetera. Con riti, simboli e credenze. Tutto un augurio a destra e un augurio a sinistra, sarà. A Natale siamo buoni (si sa): cos’altro se non recitare una frettolosa formuletta in faccia a chicchessia. “Auguri a te e famiglia”, “Auguri a tutti: buon Natale!” Perché negarci il piacere di un tuffetto nel calderone del buonismo nazionale?

Che strano paese questo. Affonda nella palude della corruzione e dell’ipocrisia. Le mafie non si contano. A ognuno i propri distinguo: le mafie “fasciste” e quelle “siciliane”, quelle che sparano, quelle corrompono e che sparano e corrompono. Dall’8 dicembre in poi, un susseguirsi di baci e strette di mano. Fedi speranze e carità. Tre paroline per auspicare giorni felici, serenità e, perché no?, ricchezza. Crisi o non crisi la corsa al regalo è obbligo costituzionale, altro che diritto al lavoro. Il 90% degli italiani andrà a caccia di doni, quest’anno. Sulla nostra costituzione dovrebbero scrivere “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul regalo”, ché poi a esser sinceri mica i regali si fanno solo a Natale.

Lascio ai valenti sociologi l’approfondimento. La fascia di mercato riservata ai ragazzini non va in vacanza, ed è tutta una serie di filmacci, pupazzi, giochi, bambolotti, peluche, razzi, treni, pistole, fucili, bombe a mano e giochi elettronici. Barbie (mi sa che è passata di moda però: arretrato sono, in perfetto stile siculo) e Ken. Se c’è un periodo inutile, a parte quello estivo fatto di fumo più che di sabbia, è quello natalizio. Qualcuno – sempre quel qualcuno che è difficile da rappresentare: non aspettatevi il grande vecchio – ha pensato anche alla gola: panettoni, pandori, torrone, castagne, noccioline, dolci, dolcetti e caramelle. Sacchi di roba aggiunti alle calorie abituali con un totale che fa a pugni col salutismo. A Natale uno strappo alla regola è sempre permesso.

Che poi a pensarci bene Natale dura un mese. Da Sant’Ambrogio – il 7 dicembre – o dall’Immacolata – l’8 dicembre – fino alla Befana. Un mese di gengive al lavoro e pazze spese coperte dalle tredicesime (per chi le percepisce). Siccome il mercato è quella cosa che ha spazio virtuale con le sostanze del pensiero, prima realtà incorporea della nostra parte di mondo, che avanza come il deserto di Nietzsche evocato dai ribelli, da una manciata di stagioni il Natale ha fatto passi da gigante. Non che non si festeggi il 25 dicembre, nei supermercati e nei grandi magazzini (così si chiamavano), i luoghi ove spendi, la robaccia per festaioli va esposta dopo la commemorazione dei defunti. Negli ipermercati anche a Ferragosto. Oggi Natale dura due mesi. Due mesi di consumazioni a ufo, con gran circolazione di danaro, manco fossimo a Indianapolis. Tutto nel bel mezzo di uno stallo che, dicono, non dia scampo.

Aggiungerei la penultima frontiera nell’allegria del compro-tutto. Il consumo di viaggi abbinato alle parole che indirizza verso mete impensabili. Una volta, quelli del sud andavano a Roma ed era già festa, Milano occupava un’altra parte di mondo. Oggi se non vai in Thailandia o nei luoghi dove Salgari non affacciò il naso, non puoi sederti a tavola. Non hai diritto di parola (di che parli?), non ti saluta manco il portiere di casa. Prossimo capitolo il consumo – folle – di film in dvd, a favore del quale anche il mercato nero si è organizzato.

Consumiamo oggetti, cibo, viaggi, immagini, sogni, parole. Ai seguaci di D’Holbach delle preghiere non interessa granché. Formulette che rimpiccioliscono il cervello, roba da diventar matti. Ho l’impressione che qualcosa sfugga alle “riflessioni”, ché le preghiere non sono fantasie di parole recitate da prigionieri. Che anche in quel caso sono state più che sprecate. Evviva la bontà.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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