da Alba Siciliana riceviamo e pubblichiamo

La notizia c’è. È stata diffusa a poche ore dall’accaduto, in rete ne hanno parlato le testate giornalistiche. Ma sul giornale più diffuso dell’Isola, la mattina dopo, neanche una parola. Anche i giorni successivi non c’è traccia di riferimenti a uno dei più gravi fatti che hanno coinvolto una struttura pubblica, dove la protezione degli ospiti dovrebbe essere il primo comandamento. Per le visite tanto ignare quanto ignoranti di illustri personaggi che elargiscono lodi vuote di contenuto – ma subito riprese con famelica voracità da poveri gestori sommersi nel liquame fino al collo e per questo tanto bisognosi di salvagente a cui aggrapparsi – c’è sempre spazio, con tanto di foto ricordo del simpatico gruppetto di gitanti, invece per il morto niente, neanche il suo nome si sa.
Sono passati alcuni giorni, del Cara si è tornati a parlare anche su “La Sicilia” per gli aspetti riguardanti la gestione e la gara d’appalto multimilionaria. Ancora si poteva benissimo inserire un piccolo riquadro sulla morte del richiedente asilo, per dire se vi erano indagini in corso, su quali ipotesi si stava lavorando e quali invece si potevano già mettere di lato fin da ora. Invece continua il silenzio, neanche un rigo di testo.
È un silenzio che urla, per chi ha ancora orecchie e non le ha vendute insieme alla dignità. È una sirena d’allarme sulla deontologia professionale del giornalismo. È già di suo una nuova notizia, il silenzio, che si accompagna all’altra, con la sua propria dose di gravità. Perché si tace su questo argomento? Il diritto dei lettori di non essere presi in giro va rispettato. Non si metcara3te in dubbio la libertà e l’autonomia che ogni giornale ha di dedicare più o meno spazio ai fatti del giorno, di affiancarvi opinioni, dichiarazioni più o meno autorevoli, ecc. ma omettere una notizia è censura, nel caso migliore è mancare al proprio dovere quotidiano nel caso peggiore risponde a una obbedienza verso ordini illegittimi, a protezione di chissà quali interessi. Inoltre stavolta piove sul bagnato: il mondo del Cara è già fin troppo chiuso e opaco alla vista dell’opinione pubblica, si ricordi quando i giornalisti non potevano sperare di varcarne la soglia, per il tanto criticato editto del ministro dell’interno Maroni. Il silenzio della ragione genera mostri, incubi, spettri che nessuna verità arriva a disperdere. Di fronte alla morte di una persona si aprono mille ipotesi, mille sospetti, mille collegamenti con quel poco che si sa del contesto nel quale è avvenuta. Ha avuto cause naturali, problemi di salute improvvisi, incurabili e letali? Qualche malattia ignota che non è stata diagnosticata in tempo o trattata nel modo giusto? Cattive condizioni di salute prodotte da qualche fattore esterno, collegato alle condizioni di vita nel Cara? Alimentazione sbagliata? Freddo nelle abitazioni mal riscaldate nel breve ma anche rigido inverno siciliano? E ancora, si è trattato di morte autoprocurata, per disagi esistenziali o per una disperazione ascoltata da nessuno, pur con tanta presenza di personale nella struttura? Il Cara di Mineo dovrebbe essere preparato a far fronte anche a tali evenienze, visto il ben noto problema del prolungarsi dei tempi d’attesa per le richieste d’asilo che mettono a dura prova l’umana sopportazione e pazienza. E fin qui si sono immaginate cause indirette, responsabilità ambientali o di gestione, oppure siamo di fronte a una morte provocata direttamente, intenzionalmente, con volontà di uccidere? Già in passato erano trapelati casi di risse, regolamenti di conti, e punizioni nel quadro di un regime interno completamente fuori controllo da parte delle Autorità, che da tempo si accontentano di stare a guardare, cercano di contenere il tutto entro i confini del Cara, confermando la tesi della sua extraterritorialità sostanziale per quanto riguarda ogni aspetto della vita civile, dal rispetto dei diritti individuali, all’economia sommersa, al prosperare di ogni genere di reato, come già da tempo si è andati denunciando nei confronti del ribattezzato “Villaggio della Criminalità”. Tra bande ogni tanto ci scappa il morto. Ha visto troppo? Poteva parlare e rivelare certe cose?
Qualche abitante di Mineo e dintorni che ha trovato il modo di infilare la sua cannuccia nel flusso di soldi che alimenta il Cara proverà a farsi sentire con qualche alibi, argomentazioni difensive e di giustificazione nei toni già sentiti: «le notizie dei problemi nel Cara sono false, frutto di invidiosi e malevoli che si inventano tutto»; «non ci sono le sedie nelle case perché gli ospiti non le sanno usare»; «le case sono sporche ma anche tanti siciliani non è che siano poi così ordinati»; «la prostituzione è fenomeno normale, c’è pure fuori dal Cara nella società», …e così via. Tutte frasi che non devono lasciare la memoria di queste comunità finché la memoria avrà un futuro, a vergogna perenne di chi cerca di coinvolgere l’intero tessuto sociale nell’abisso di indegnità dove lui ha trovato riparo, per farsi compagnia degli altri con lo specchio deformante della formula assolutoria che vorrebbe tutti comportarsi allo stesso modo, al suo modo di avanzo di galera, mentre è bene che già da libero se ne stia a marcire nel proprio fetore, mentre l’intero Paese che ormai conosce il caso di Mineo guarda lui e quelli come lui con profondo schifo.
La vergogna del silenzio è il silenzio della vergogna? Se così fosse, da questo circolo vizioso bisogna uscire. Non fornisce attenuanti, è solo un malinteso senso del pudore e dell’imbarazzo e in argomenti tanto gravi si deve lasciare il campo all’insolenza delle domande, ripetute finché non arriveranno risposte. Il silenzio urla ma noi urliamo più forte: chi è morto dentro al Cara di Mineo? Perché è morto? Si poteva evitare la sua morte? Ci sono e chi sono i responsabili? Cosa va cambiato perché non succeda di nuovo? Si sappia che lasciarle senza risposta sarà scelta ardita, temeraria, incosciente. E allora si scelga la strada meno travagliata, si faccia il proprio lavoro di inchiesta e si dica quel che si deve dire. Poi vedremo e vivremo gli sviluppi del caso, ma almeno avremo messo di lato alcune inquietanti incertezze che si sono aggiunte circa la fiducia da avere nei confronti dell’informazione e verso i suoi meccanismi umani.

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