Circa 15 giorni fa avevo commentato gli scandali per corruzione scoppiati (Expo sopra tutti), sostenendo il loro carattere sistemico e affermando che «per un caso che si scopre ce ne sono tanti altri che – per una semplice considerazione statistica – rimangono ignoti, sottotraccia, senza riuscire a raggiungere il livello della procedura giudiziaria». Ebbene, un altro caso è recentemente emerso dalla palude fangosa veneziana: il Mose cammina sulle acque e raggiunge le aule giudiziarie, rivelando agli occhi anche dei ciechi di quale impasto e intreccio malavitoso è percorsa la politica italiana.

Forse bisogna prendere atto del fatto che la corruzione non è più quello “ungere le ruote”, quel necessario lubrificante che rende più fluidi i meccanismi di opere pubbliche, appalti, commesse, transazioni finanziarie e burocratiche che però trovano il loro motore, la decisione che ne ha motivato l’avvio, in esigenze necessarie della società e nel bisogno di soddisfare i bisogni dei cittadini. Ormai, con il Mose, pare che il rapporto sia stato capovolto: la realizzazione di quest’opera faraonica – effettuata sulla base di una decisione che andava contro ben fondati pareri e studi di scienziati e tecnici che ne mostravano l’inutilità o che proponevano alternative meno costose, come ad es. l’ex sindaco Massimo Cacciari – non ha avuto il suo impulso nell’oggettiva necessità della sua realizzazione; piuttosto, la sua necessità è stata sostenuta e subordinata al bisogno di mobilitare enormi risorse finanziarie al servizio di un sistema corruttivo che si rivela così il suo vero motore “che tutto move”.

È questo un nuovo livello del sistema della corruzione. Ogni società ha conosciuto la corruzione, sin dall’epoca della Repubblica romana. E tuttavia la malversazione pubblica e lo scarso livello di moralità del suo ceto dirigente senatoriale non hanno impedito a Roma di diventare grande, perché sempre e comunque, nel momento della crisi e della necessità, quando c’era da combattere contro il nemico esterno o interno, il ceto dirigente si compattava, sapeva superare i propri contrasti e interessi egoistici e trovare in sé le energie morali per portare avanti l’interesse pubblico. Ma anche in tempi di pace, la realizzazione del bene dello Stato veniva scelto di per sé e la corruzione era qualcosa che patologicamente si accompagnava, semmai, a quest’ultimo, come l’inevitabile offa che si paga alla debolezza e all’egoismo umano.

Ma oggi, per fare una dotta metafora, la corruzione ha per gli investimenti e le opere pubbliche la stessa funzione che ha l’aria per la colomba kantiana: questa crede di poter volare più libera senza la sua resistenza, non avvedendosi che è necessaria al suo sostentamento; e così oggi pare proprio che la corruzione sia l’aria senza la quale nulla può più essere intrapreso in Italia, senza la quale nulla può decollare, prendere il voloE quanto più l’opera è “grande”, tanto più cospicua la fetta, tanto più essa è facilmente gestibile da poche persone, dal solito sistema di potere. Il capovolgimento dialettico è compiuto: non è che il Mose (e tante altre opere: a quando la TAV?) si faccia perché utile alla società, ma lo si dichiara utile perché deve alimentare il sistema corruttivo. È quest’ultimo ad aver ormai la priorità nell’allocazione delle risorse e di fatto costituisce un network che lega insieme esponenti di schieramenti politici diversi e che incarna una sorta di duplice livello di rappresentazione ed esercizio del potere politico:  quello pubblico e mass-mediale, fatto di programmi, dichiarazioni, insulti e parole di fuoco, a beneficio dei gonzi che li stanno a guardare; e quello degli affari, in cui vige una solidarietà di fondo, cementata da interessi comuni e di casta, che non vengono scalfiti da nessuna petizione, da nessun referendum, da nessuna elezione e cambio di compagine governativa. Un potere “occulto” e sotterraneo che ormai minaccia la stessa sostanza del sistema democratico e lede i diritti fondamentali di ogni cittadino.

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