Palermo, Palazzo Sant’Elia (via Maqueda 81, Palermo) da domenica 11 gennaio (inaugurazione ore 17.30) a domenica 25 gennaio nell’ambito della 2a Biennale internazionale d’arte di Palermo.  Mostra, curata da Estemio Serri. “Mario Sironi: pittura, illustrazione, grande decorazione”, l’evento, ideato da Sandro Serradifalco, promosso da Edizioni Cinquantasei Bologna e EA Editore Palermo, con la collaborazione di Fondazione Sant’Elia, ospiterà 80 opere dell’artista provenienti dalla collezione di Andrea Sironi- Straußwald, dalla collezione della Galleria Cinquantasei e da collezionisti privati. La mostra, con ingresso gratuito, sarà suddivisa in tre sezioni: Pittura, opere dagli anni Venti al 1961; Illustrazione, opere dal 1915 al 1925, la Grande Decorazione, opere dal 1934 al 1938.

Pittore, illustratore, scenografo teatrale, scultore, mosaicista, affreschista, architetto ed anche scrittore e pubblicitario, Mario Sironi rappresenta indubbiamente uno dei più grandi e allo stesso tempo controversi artisti del secolo scorso. Era nato a Sassari il 12 maggio 1885. La sua formazione era avvenuta a Roma, dove la famiglia si era trasferita l’anno dopo la sua nascita (ampia biografia in basso assieme ad altre notizie su pittura, illustrazione e grande decorazione).

La mostra e il catalogo proporranno al pubblico un’appassionante lettura del lavoro di questo straordinario artista italiano che è stato, insieme con Picasso, il grande protagonista della storia dell’arte europea del ‘900. Hanno scritto di lui i maggiori studiosi italiani ed esteri.

All’inaugurazione parteciperanno: il professore Vittorio Sgarbi, Andrea Sironi-Straußwald, Estemio Serri, Sandro Serradifalco, Antonio Ticali, sovrintendente della Fondazione Sant’Elia, Manlio Munafò presidente della Fondazione Sant’Elia, Paolo Calabrese, presidente del Movimento Internazionale della Giustizia e tutela dei Diritti Umani, il senatore Giuseppe Lumia.

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Per informazioni: segreteria EA Editore 091 6190928
Orari d’apertura: da lunedì a domenica, dalle 10 alle 13 e dalle ore 15 alle 19.
Chiusura: lunedì, 19 gennaio. Ingresso: gratuito.
Biografia Sironi. Pittore, illustratore, scenografo teatrale, scultore, mosaicista, affreschista, architetto ed anche scrittore e pubblicitario, Mario Sironi rappresenta indubbiamente uno dei più grandi e allo stesso tempo controversi artisti del secolo scorso. Era nato a Sassari il 12 maggio 1885. La sua formazione era avvenuta a Roma, dove la famiglia si era trasferita l’anno dopo la sua nascita. Nella capitale Sironi compie gli studi tecnici e nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, ma l’anno dopo è colpito da una crisi depressiva, primo sintomo di un disagio esistenziale che lo accompagnerà tutta la vita. Abbandona quindi l’università e, incoraggiato dal giudizio positivo del vecchio scultore Ximenes e del divisionista Discovolo, si dedica alla pittura, frequentando la Scuola Libera del Nudo in via Ripetta e lo studio di Balla. Qui incontra Boccioni, Severini e altri artisti. Inizia intanto (1905) a eseguire illustrazioni, disegnando tre copertine per “L’Avanti della Domenica”. Sempre in questo periodo compie i primi viaggi: nel 1906 a Parigi, dove in quel periodo si trova anche Boccioni; nel 1908 a Erfurt, in Germania, dove ritorna anche nel 1910-1911, ospite dello scultore Tannenbaum. Solo a partire dal 1913, ispirato dall’opera di Boccioni, si avvicina al futurismo, che comunque interpreta alla luce della sua incessante ricerca volumetrica. Nel 1915, allo scoppio della guerra, si arruola nel Battaglione
Volontari Ciclisti di cui fanno parte tutti i futuristi, da Boccioni a Marinetti, Sant’Elia, Funi, Russolo e altri. Nel 1916 firma il manifesto futurista L’orgoglio italiano e nel marzo-aprile 1919 partecipa a Milano alla Grande Esposizione Nazionale Futurista, esponendo quindici opere, prevalentemente sul tema della guerra.
Quando nel luglio 1919, rientrato dopo il congedo a Roma, tiene la sua prima personale alla Casa d’Arte Bragaglia, presenta, insieme a dipinti futuristi, esiti di ascendenza ormai metafisica. Sempre a luglio Sironi sposa Matilde Fabbrini ed in settembre, parte per Milano dove di lì a poco si trasferirà.
Nascono in questo periodo, anche dalle suggestioni della realtà cittadina, i suoi classici paesaggi urbani. Si avvicina intanto al fascismo e Marinetti lo ricorda già nell’ottobre 1919 fra coloro che partecipano alle riunioni del Fascio milanese. Nel gennaio 1920 con Funi, Dudreville e Russolo, Sironi firma il Manifesto futurista. Contro tutti i ritorni in pittura. Accanto alla pittura, peraltro, Sironi continua a dedicarsi al disegno illustrativo, soprattutto per la rivista “Le Industrie Italiane Illustrate”. Dall’agosto 1921, inoltre, inizia col “Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato da Mussolini, una collaborazione che continuerà ininterrotta fino all’ottobre 1942. Frequentissime nei primi anni Venti le sue tavole, che costituiscono una riflessione drammatica e sarcastica sulle vicende politiche del momento. Nel dicembre 1922 Sironi fonda, con Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi e la coordinazione della Sarfatti, il “Novecento Italiano”, sostenitore di una “moderna classicità” priva di pittoricismi ottocenteschi, filtrata attraverso una sintesi purista. Dal 1927 inizia a scrivere come critico d’arte sul “Popolo d’Italia”. Diventa inoltre membro del Comitato Artistico della Biennale di Arti Decorative di Monza (poi, dal 1933, Triennale di Milano) e collabora frequentemente con Muzio: nel 1928 alla realizzazione del Padiglione del Popolo d’Italia per la Fiera di Milano e del Padiglione italiano per la Mostra Internazionale della Stampa di Colonia; nel 1929 all’allestimento del Padiglione della Stampa all’Esposizione Internazionale di Barcellona; nel 1930 all’allestimento della Galleria delle Arti Grafiche alla IV Triennale di Monza. Nel 1931 è incaricato di eseguire la vetrata La Carta del Lavoro, per il Ministero delle Corporazioni a Roma, che termina nel 1932; e due grandi tele per il Palazzo delle Poste a Bergamo. Da questo momento si dedica soprattutto alla grande decorazione, trascurando il quadro da cavalletto, che considera ormai una forma insufficiente. Tutto il decennio lo vede affannato in una lunga serie di lavori monumentali, in cui, adotta una composizione multicentrica, spesso a riquadri, governata da una spazialità e una prospettiva prerinascimentali. Alla disperata amarezza per il crollo delle sue illusioni civili e politiche legate alla guerra, si aggiunge lo strazio per il suicidio della figlia Rossana, che si toglie la vita a diciannove anni, nel 1948. Nella sua pittura alla potente energia costruttiva si sostituisce spesso una frammentarietà delle forme e un allentarsi della sintassi compositiva. Non è un caso che uno dei suoi ultimi cicli pittorici sia dedicato all’Apocalissi.

2sironi-LItaliaconperiferiaepoliticoIn questi anni rifiuta polemicamente di partecipare alle Biennali di Venezia, ma continua a esporre in Italia e all’estero. Nell’agosto 1961 è ricoverato per una broncopolmonite in una clinica di Milano. Muore pochi giorni, il 13 agosto. Sironi: La Pittura. I primi lavori pittorici in Sironi sono caratterizzati da una pennellata filamentosa, memore del divisionismo, ma esprimono già una vocazione plastica e architettonica. Sironi non dipinge un’immagine “divisa” in linee, ma un mondo di volumi che attraggono a sé le linee. I disegni del periodo iniziale rivelano inoltre il suo profondo amore per i classici, proprio mentre i manifesti futuristi incitano a distruggere i musei. Nel 1919 presenta la sua prima personale alla Casa d’Arte Bragaglia in cui insieme agli elementi di ascendenza futurista si individuano alcuni caratteri metafisici. Nello stesso anno si trasferisce a Milano ed è dalle suggestioni con la realtà cittadina che nascono i suoi classici paesaggi urbani. Due sono gli elementi fondamentali che la Sarfatti individua nel ciclo di questi dipinti: la tragicità e quella che chiama, con espressione nietzscheana e dannunziana, la “glorificazione”. Sulla prima non c’è bisogno di insistere. La tragicità di Sironi è evidente: le sue periferie non conoscono piacevolezze, graziosità, abbellimenti, ma solo un’implacabile volumetria. Sono una metafora dell’esistenza, perché non è la periferia a essere dura, ma la vita. Sironi, però, infonde negli elementi tragici forza e grandiosità. La potente struttura dei suoi palazzi, simili a cattedrali laiche, esprime un’energia costruttiva che contrasta l’asprezza dell’immagine, e che è il segno da un lato della persistenza della materia, dall’altro della ritrovata capacità di costruire la forma. È, anzi, l’emblema stesso del costruire, nel senso più ampio del termine: un costruire sentito come un imperativo categorico, come un compito etico. Il primo sintomo della sua insoddisfazione verso il sistema dell’arte e il circuito di mostre e mercato lo si può cogliere nella mancata presenza alla collettiva “Quindici artisti del Novecento” (Milano, Galleria Scopinich, 1927), a cui decide in extremis di non partecipare. Si va acuendo, in Sironi, il desiderio di tornare alla pittura murale: un desiderio che nutriva da tempo, ma che acquista una sempre più profonda consapevolezza teorica. La sua pittura, del resto, alla fine degli anni Venti abbandona il segno nitido della prima stagione novecentista e attraversa un periodo espressionista, caratterizzato da un nervosismo della figura e una violenza della pennellata che disorienta la maggior parte dei critici. L’arte di Sironi, come ribadito dallo stesso Ceronetti, esprime: “Una pittura quanto più lontana da piacevolezze, da concessioni all’estetismo dell’“art pour l’art”. Sironi si distaccherà così progressivamente dalla pittura da cavalletto per approdare, alla pittura muraria, all’affresco, al mosaico, all’arazzo. Nel tempo buio della guerra, cadute le illusioni di una funzione sociale dell’arte, Sironi sembra recuperare brani di memoria di manichini, strumenti di misurazione, simboli geometrici. Gli anni del dopoguerra, segnati da una quasi generale e indiscriminata rimozione dell’arte del ventennio vedono l’artista sempre più ripiegato nella sua angosciante condizione. E sempre più, le immagini depositate in fondali di materia come relitti geologici, o come sommariamente sbozzate, incrostate d’una materia fosca, o calcinate in biancori sepolcrali, sono come estranee alle vie artistiche più frequentate. Tornano vette montane ancor più incupite, alberi spogli, bianchi come fantasmi, foreste pietrificate come di una natura senza più vita, abitata soltanto da Pietà e dolore, come indica un’opera del ’57.

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Sironi illustratore. Le prime illustrazioni pubblicate da Sironi risalgono al 1905, quando appena ventenne disegna tre copertine per “L’Avanti della Domenica”: tre disegni a carboncino “divisionisti”, alla maniera di Balla, ma già fortemente segnati da un gusto personale. Nelle illustrazioni per la novella di Panzini del 1911: Il mantello di Socrate, si può visibilmente notare un’eco delle sue meditazioni sulla statuaria greco-romana, sono delle tavole eseguite con una tecnica mista (tempera, matita e carboncino) con peculiarità espressive che anticipano i temi di certe illustrazioni sironiane degli anni Venti e Trenta per la “Rivista illustrata del Popolo d’Italia”. Ma l’elemento più caratteristico della grafica sironiana di questi anni è certamente l’adozione e l’adattamento di stilemi futuristi, e in particolar modo l’ispirazione ai modelli russi. Nel 1915, quando si trasferisce per breve tempo a Milano, collabora con illustrazioni alla rivista “Gli Avvenimenti”, vicina al futurismo, ed entra nel nucleo dirigente del gruppo. Per “Gli Avvenimenti” Sironi disegnò soprattutto vignette satiriche e di soggetto bellico, in linea con il carattere della rivista. Dal 1916 Sironi inizia a sviluppare uno stile diverso, sciolto da futurismi geometrizzanti e invece caratterizzato da un tratto fortemente espressivo, a volte espressionista nelle deformazioni fisionomiche, altre naturalista e contrastato, nel quale l’azione occupa tutto il campo dell’illustrazione, con esiti di visionarietà talvolta monumentale. Terminata la guerra, Sironi si allontana sempre più dal movimento futurista “ortodosso”, ricercando nuove vie espressive che rielaborano elementi metafisici.
Nel 1916 (l’anno in cui escono i primi interventi critici sul suo lavoro: il primo di Boccioni, che definisce i suoi disegni una “manifestazione artistica illustrativa eccezionalmente originale e potente”; il secondo di Margherita Sarfatti, che sottolinea in lui “un’arte di sintesi e di semplificazione estrema; una stilizzazione dal vero a grandi e robuste masse squadrate d’ombra e di luce, di bianco e di nero, che raggiunge talvolta effetti potentissimi”).
Agli inizi degli anni ‘20 continua con fervore a dedicarsi al disegno illustrativo. Su “Le Industrie Italiane Illustrate”, nel 1920-21 pubblica in media una tavola alla settimana. La tecnica è caratterizzata dall’uso di una tempera densa e uniforme, che esce dai riferimenti futuristi per allinearsi invece a quella produzione satirica iniziata ne “Il Mondo” e ne “Gli avvenimenti” Dall’agosto 1921, inoltre, inizia col “Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato da Mussolini, una collaborazione che continuerà ininterrotta fino all’ottobre 1942.
Frequentissime, in certi periodi addirittura quotidiane, sono nei primi anni venti le sue tavole, che costituiscono una riflessione drammatica e sarcastica sulle vicende politiche del momento. Un deciso e più articolato “ritorno” futurista avviene nel corso del 1924 e del 1925 con opere di grande bellezza formale di cui è possibile rintracciare gli sviluppi nella “Rivista illustrata del Popolo d’Italia”. Bisogna sottolineare infine che nell’arte sironiana assume un ruolo fondamentale l’idea dell’architettura dell’opera d’arte, del valore costruttivo non solo della composizione, ma del disegno e della plastica pittorica, dei valori ritmici di equilibrio. Anche nelle illustrazioni troviamo ampiamente operanti questi principi tesi a costruire le immagini infondendovi un senso di monumentalità intrinseca, determinante. Il sintetismo talvolta spigoloso e massivo col quale sono costruiti i personaggi che popolano le illustrazioni, alludendo a una loro natura scultorea, quindi monumentale per antonomasia, è un altro elemento che Sironi adotta nelle tessiture delle sue visioni.

Sironi: la Grande Decorazione. Dagli anni Trenta in poi Sironi si dedica soprattutto alla grande decorazione, trascurando il quadro da cavalletto che considera ormai una forma insufficiente. La pittura murale, per lui, non è solo una tecnica, ma un modo radicalmente diverso (antico e classico, ma anche nuovo e fascista, perché, come afferma lui stesso, “sociale per eccellenza”) di pensare l’arte.
Perché un affresco dovrebbe avere più valore di un quadro? Sironi adduce sostanzialmente tre ragioni. In primo luogo la grande decorazione racchiude un’utopia egualitaria, perché è un’arte indipendente dal possesso individuale: un’arte che si incontra per le strade, nei luoghi di lavoro, all’ufficio postale. Inoltre ridimensiona l’importanza del mercato e delle mostre (un muro non si può vendere, né esporre se non in forma effimera) e stimola invece la committenza dello Stato. Infine sollecita gli artisti a misurarsi con temi alti e solenni e con una nuova concezione dello spazio, favorendo il superamento dell’intimismo, di un’arte ripiegata sulla psicologia dell’artista e sui sentimenti del suo io.
Tuttavia – questo è il punto fondamentale – la pittura murale non deve cadere nel contenutismo né tanto meno nella propaganda. Sironi sogna un’arte consona allo spirito della rivoluzione fascista, ma sa che quella consonanza deve dipendere dallo stile, non dai soggetti: contrariamente, sottolinea lui stesso, a quanto accade nel realismo socialista.
Anche nei pochi quadri composti dagli anni Trenta in poi (spesso ispirati ai temi del lavoro, della famiglia, del paesaggio, intesi come realtà primordiali e senza tempo) le figure assumono una fisionomia titanica, memore della statuaria antica, che evoca una grandiosità potenzialmente parietale. Un elenco delle sue principali imprese decorative dà la misura dei ritmi di lavoro cui si sottopone. Nel 1932 scolpisce due rilievi per la Casa dei Sindacati Fascisti a Milano. Nel 1933 alla V Triennale coordina gli interventi di pittura murale, chiamando i migliori artisti italiani ad eseguire decorazioni monumentali. Lui stesso esegue il grande Il Lavoro, oltre a numerose opere plastiche.
Nel 1934 partecipa con Terragni al concorso per il Palazzo del Littorio di Roma, progettando rilievi e pitture murali. Nella seconda metà del decennio esegue l’affresco L’Italia tra le Arti e le Scienze nell’Aula Magna dell’Università di Roma (1935); il mosaico L’Italia corporativa (1936-1937, oggi a Palazzo dei Giornali, Milano); gli affreschi L’Italia, Venezia e gli Studi per Ca’ Foscari a Venezia (1936-1937) e Rex imperator e Dux per la Casa Madre dei Mutilati a Roma (1936-1938); il mosaico La Giustizia fiancheggiata dalla Legge per il Palazzo di Giustizia
di Milano (1936-1939); due grandi bassorilievi per l’Esposizione Internazionale di Parigi (1937); la vetrata L’Annunciazione per la chiesa dell’Ospedale di Niguarda a Milano (1938- 1939). Nel 1939 progetta interventi scultorei per il concorso per il Danteum, nel gruppo di lavoro diretto da Terragni. Fra il 1939 e il 1942 collabora con Muzio al Palazzo del “Popolo d’Italia”, realizzando le decorazioni della facciata e di alcuni interni, e intervenendo anche nel progetto architettonico.
Accanto alle grandi imprese decorative non bisogna dimenticare i complessi allestimenti architettonici, tra cui nel 1932 quello di varie sale della Mostra della Rivoluzione Fascista; nel 1933 dei molti interventi per la Triennale di Milano; nel 1934 della Sala della Grande Guerra alla Mostra dell’Aeronautica italiana; nel 1935 del Salone d’Onore alla Mostra Nazionale dello Sport; nel 1936 del Padiglione Fiat alla Fiera Campionaria di Milano; nel 1937 della sala dell’Italia d’Oltremare all’Expo Internazionale di Parigi; nel 1939 di una parte della Mostra Nazionale del Dopolavoro a Roma.

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