Intervista di Pina Mazzaglia

 

MODICA (RG) – Classe 1924. Di famiglia ebrea. La terza dopo due figli maschi. Due genitori attenti e severi. Lisetta Carmi si racconta ai nostri microfoni in occasione della cerimonia di consegna del premio Mediterraneum e della mostra a lei dedicata nell’8ª edizione del Med Photo Fest 2016.

P.M.: Ci parli della sua infanzia. Quanto hanno pesato le leggi razziali sulla sua vita?

L.C.: Ho avuto due genitori che mi hanno cresciuta con severità e intelligenza. Un infanzia allegra e felice. All’età di 14 anni però, quando ero al ginnasio, classe mista, dovetti abbandonare la scuola e tutti i miei compagni per via delle leggi razziali. Io amavo andare a scuola e non ho più potuto frequentare ragazzi della mia età. Un episodio doloroso che ha segnato la mia vita e che mi ha isolato per parecchi anni. Per via delle leggi razziali siamo scappati in Svizzera, a Zurigo, dove già vivevano i miei fratelli. Ero appassionata di musica: a quel tempo l’unica frequentazione che potevo avere era il mio pianoforte. In Svizzera frequentai il conservatorio: ricordo quegli anni di isolamento e tristezza: ore e ore passati a studiare musica dove l’unico conforto erano le note musicali.

 

 

Lisetta-Carmi-I-travestiti-Genova-1965-71P.M.: Oltre alla musica nella sua vita c’è un’altra grande passione: la fotografia. Cosa rappresenta per lei questo mezzo espressivo?

L.C.: La fotografia è un mezzo per capire gli altri e per capire me tessa. Non ho mai fotografato così tanto per fotografare persone importanti o altro. L’ho fatto solo per capire e questo mi ha portato sempre a dar voce a chi non può parlare, a chi è schiacciato dal potere, a chi vive da emarginato, o nelle situazioni più degradate. Ho fotografato per anni i travestiti di Genova: è stato un lavoro molto importante per la mia vita, che mi ha fatto maturare scelte decisive; un’attività che ha dato vita a un progetto editoriale, poiché divenne un libro pubblicato allora da Sergio Donnabella. Pensi che lo stesso lavoro doveva pubblicarlo l’editore Mazzotta. Questi, si rifiutò per problemi politici. Allora il mio amico e fotografo Luciano D’Alessandro mi presenta Donnabella, il quale si improvvisa editore per me, e pubblica a sue spese il mio lavoro.Quando gli chiesi hai speso tutti questi soldi per me? Lui mi rispose: per diventare tuo amico dieci milioni non sono nulla…!

 

P.M.: L’immagine fotografica di per sé informa o ha bisogno di una didascalia?

L. C.: Per me l’immagine fotografica basta a se stessa: serve solo inserire data e luogo. Ciò che importa è il significato, il rapporto profondo che si instaura tra chi fotografa e ciò che viene fotografato.

 

P.M.: La fotografia è un modo per capire se stessi o per capire il mondo?

L.C.: Tutte e due le cose. Io fotografavo per capire il mondo, per capire gli altri e per capire me stessa. È un’affermazione che ho scritto anche nella prefazione del mio libro sui travestiti di Genova. In quel tempo avevo un problema di identificazione maschile/femminile. Facendo questo lavoro ho capito che non esistono uomini e donne: esistono solo essere umani! Quel lavoro per me è stato un profondo e immenso mezzo di comprensione.

 

P.M.: La fotografia si può considerare oggettiva? O è solo soggettiva?

L.C.: Come le ho detto, ho cercato di capire il mondo attraverso la fotografia. Le faccio un esempio. Quando ho svolto il lavoro sul porto di Genova accaddero tanti avvenimenti importanti. Lei pensi che era proibito entrare. Uno dei portuali veniva a prendermi a casa alle ore cinque del mattino. QuaIl-porto-di-Genova-1964-590x384-590x384ndo entravamo al porto mi presentava come sua cugina: vuole vedere un po’ il porto… diceva. Sono stata in quei luoghi per parecchio tempo… Il tempo che bastava per vedere delle cose tremende: migliaia di operai che lavoravano senza nessuna protezione, né garanzia, né sicurezza. Era una situazione orrenda e io ho fotografato tutto. Passavo ore e ore sulle banchine per vedere quello che accadeva e fotografavo tutto. Questo lavoro ha dato vita a una mostra che si tenne a Genova lo stesso anno, seguita da altre in tutta Italia e all’estero. Ho sempre cercato di dare voce alle persone sfruttate e meno fortunate: è sempre stata una mia scelta di vita.

 

P.M.: Esiste già un percorso emotivo interiore o avviene tutto al momento dello scatto?

L.C.: Io cercavo degli argomenti che mi interessavano. Appena trovato ciò che volevo fotografavo e tiravo fuori tutti gli aspetti belli e meno belli. Come quando ho fotografato un parto: una cosa di grande emozione… All’ospedale i medici mi hanno lasciata entrare. Nella sala parto c’era una ragazza di 20 anni alla sua prima esperienza. Realizzai 12 foto che raccontano momento dopo momento tutte le fasi della nascita: una meraviglia, una nuova vita che veniva al mondo nel modo più naturale.

 

P.M.: Qual è il momento più poetico dell’attività fotografica?

L.C.: Io mi emozionavo molto quando fotografavo però mi dicevo anche che dovevo avere un atteggiamento distaccato e razionale: non si può sempre essere dentro le cose. Io guardavo e facevo. Poi la poesia, il messaggio poetico lo lascio al fruitore, sarà l’opera a parlare e dire cosa c’è dietro lo scatto.

 

P.M.: Uno dei momenti della sua attività che l’ha più commossa…

L.C.: Tutto mi ha commosso! Tutto nella mia vita di fotografa mi ha toccato il cuore: ho sempre fotografato con amore, specialmente le persone.

 

P.M.: Cosa cerca in un ritratto?

L.C.: Cerco l’anima delle persone.  Io quando fotografavo vedevo l’anima.  Guardavo con gli occhi, però vedevo con l’anima. È la mia anima si metteva in contatto con l’anima del soggetto che fotografo. Ed è per questo che i mie ritratti hanno un significato profondo: sono sempre stata convinta che è l’anima che parla non il viso.

 

ezra-pound-1966-2P.M.: Cosa c’è dietro la capacità di vedere?

L.C.: C’è un’anima che è collegata con l’anima del mondo! Anche adesso che non fotografo più cerco di fare arrivare questo messaggio: voglio dare agli altri ciò che io ho capito facendo questo lavoro.

 

P.M.: Lei da un po’ di tempo si è allontanata dall’obiettivo fotografico. Ma se volesse rappresentare la società attuale quali elementi sceglierebbe?

L.C.: Non la rappresenterei. C’è troppa disonestà oggi nel mondo. Viviamo in un momento molto triste della nostra vita che coinvolge non solo l’Italia ma intere Nazioni. Il mondo è troppo disastrato dalla poca onestà e dalla corruzione delle persone che ci governano.

 

P.M.: Qual è stata la gioia più grande della sua vita?

L.C.: Sono i bambini, io difendo sempre i bambini… Sono loro la vera ricchezza del mondo! E poi, ciò che mi dà gioia è la possibilità di trasmettere e dare agli altri quello che io ho capito…

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