“Roma, 22 aprile 2014.” – si legge sulla homepage di RAI News – “Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha firmato la direttiva che dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica”. Una decisione lodevole e presa rapidamente se si guarda al neo-premier in carica solo da pochi mesi; una decisione tristemente tardiva – e di quasi “mezza vita” – se si guarda ai familiari delle vittime. A ogni modo una decisone importante: “Uno dei punti qualificanti della nostra azione di governo è proprio quello della trasparenza e della apertura. In questa direzione va la decisione di oggi – ha detto Renzi – che considero un dovere nei confronti dei cittadini e dei familiari delle vittime di episodi che restano una macchia oscura nella nostra memoria comune”.

La difesa militare ha i suoi “effetti collaterali”. Il gergo giornalistico ci ha abituato a questo stato di fatto. Imbellettata dal linguaggio, una morte innocente (o qualche centinaio di vite spezzate, o qualche migliaio di vite rovinate, o qualche centinaio di migliaia di famiglie dalle gioie per sempre compromesse) diventa qualcosa di limitato, di circoscritto: una parola, una neologismo, una trasposizione semantica. Sotto l’anestetico calmiere dei numeri, la vita delle persone – o meglio, la morte – diventa una fatto statistico, una stanghetta, un pezzetto di torta. Vogliamo difenderci? Vogliamo evitare l’invasione? Vogliamo evitare l’attacco terroristico? Allora, questo piccolo residuo di vite “mutilate” o “spente” s’impone. Non è il singolo caso che importa. È il processo generale.

La guerra è guerra. Non voglio qui negarlo. Ma se di faccende belliche ambientate in Sicilia vogliamo parlare, va ricordato che mentre Renzi apre le scatole nere di Ustica, dall’altro lato dell’Isola si creano i presupposti per altri “effetti Ustica”: morti non provate, non chiarite, non certe, forse persino inesistenti per quanto registrate all’anagrafe. L’imponente costruzione del MUOS – la base militare statunitense per le “perlustrazioni radio” e la “guerra radiocomandata” – continua incessabile, del tutto sorda alle grida di allarme degli abitanti delle zone e del comitato delle mamma preoccupate per l’aumento di leucemie tra la popolazione locale. Così, mentre finalmente Renzi toglie i veti di una strage passata, la Sicilia ospita le nuove antenne americane: possibili cause di stragi future.

A rimarcare la scarsa risposta alle proteste contro la base militare, si aggiunge il fatto che si è da poco tenuta proprio sul MUOS la mostra dell’artista siciliana Maria D. Rapicavoli presso l’International Studio & Curatorial Program (ISCP) di New York. Insomma, mentre una parte importante di società civile statunitense sembra sensibile al problema, da noi costatiamo il fallimento di quel sogno che voleva un’Europa in grado di difendere una coabitazione più sociale che bellica nell’area mediterranea.

Dopo trentacinque anni, riparlare di Ustica con la base MUOS in bella posa all’orizzonte lascia interdetti. Non c’è modo di venirne a capo. Qualcosa di sarcasticamente tetro, qualcosa di cupamente ironico resta in aria. Sì, forse solo una battuta può mostrarci la situazione in tutta la sua paradossalità. Tra quelle possibili, vorrei citarne due. La prima l’ha pronunciata Gino Strada negli studi di Servizio Pubblico a proposito dell’acquisto dei F35: qualcuno sa dirci “da chi dobbiamo difenderci? Qual’è il nemico che dovrebbe attaccarci?”. Ma forse ancora più efficace è la battuta finale di un film dei fratelli Coen: in Burn After Reading (Elimina dopo aver letto), per via di un banale problema nell’organico del Pentagono e di un CD-ROM contenente informazioni militari, alcuni cittadini dalle vite normalissime finiscono accidentalmente uccisi. Tra questi anche un simpatico George Clooney. La vicenda sfugge di mano al capo dei servizi e assume toni paradossali. Poi tutto si ricompone. Le informazioni perse sono marginali, le morti limitate. Tirando un sospiro di sollievo per quel casino rientrato con “effetti collaterali” limitati, il capo dei servizi dà un ultimo sguardo al dossier sulla sua scrivania. “Diamine” – si dice – “è assolutamente pazzesco”. Poi, rivolgendosi, al suo assistente: “Cosa abbiamo imparato da tutto questo?”. “Non saprei, Signore”, risponde l’assistente.
“Neanche io.” – commenta il capo – “Forse abbiamo imparato che non dovremmo più farlo di nuovo”.
“Sì, signore”, replica l’assistente.
“Solo che non ho idea di cosa abbiamo fatto”.
“Neanche io, Signore”.

Va be’. Lasciamo perdere. Per oggi torniamocene a casa. Dossier chiuso.

A proposito dell'autore

Scrittore e filosofo della biologia

Emanuele Coco, scrittore e filosofo della biologia, è stato Marie Curie Fellow presso la École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi. Tra i suoi libri: Il circo elettrico delle Sirene, Codice 2013; Egoisti, malvagi e generosi. Storia naturale dell’altruismo, Bruno Mondadori 2009. È autore di readings e performance dedicati all’incontro tra filosofia, biologia e narrativa. Tra questi: Consigli pratici per evoluzionisti spaesati, spettacolo e doppio CD prodotto dal Festival della scienza di Genova con la partecipazione di Elio e le Storie Tese e Leo Gullotta.

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