Pina Mazzaglia
CATANIA – La nozione di “patrimonio culturale” è considerata in Italia il fulcro della nostra identità nazionale e della nostra memoria storica. È una nozione che si è diffusa grazie alla cultura di conservazione e di tutela. In Italia la gestione del patrimonio culturale si distingue per alcune caratteristiche essenziali ed è concepita come un insieme organico di opere, monumenti, musei, case, paesaggi e città strettamente legato al territorio in cui è inserito, nonché come elemento basilare della società civile e della sua identità. La cultura italiana è vocata alla conservazione e si è sviluppata nei secoli con una presa di coscienza che ha visto prima di ogni altro il profondo legame tra conoscenza e futuro. La forza del “modello Italia”, sta quindi nella presenza diffusa e capillare di un patrimonio di cui una parte è conservata nei musei, l’altra si incontra nelle strade, nei palazzi nelle chiese delle nostre città e forma un unicum con la lingua, la musica, la letteratura e la cultura del nostro Paese. L’esempio più pertinente che può essere fornito per chiarire il legame esistente in Italia tra il patrimonio culturale e il contesto in cui questo si inserisce è quello dei musei. Essi nascono dalla storia della città e del territorio che li ospita, conservano ciò che è stato prodotto e collezionato nelle stesse città, raccontando così la storia e la cultura: per questa ragione, essi contengono insieme opere “alte”, cioè i capolavori dei grandi artisti, e opere minori (gioielli, vasi, oggetti della vita quotidiana) che però hanno ugualmente contribuito a formare la storia e la cultura del loro territorio.

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Ultimamente si assiste a un fenomeno di scadimento forse causato da una gestione non sempre a regola “d’arte”. Infatti, molte realtà deputate ad ospitare la storia e la cultura di un territorio restano chiuse o costrette ad aperture parziali. Un caso di questi giorni è la chiusura del Museo internazionale del Presepe “Collezione Luigi Colaleo” di Caltagirone, che rimarrà sbarrato fino al 31 agosto 2015”. La causa? L’imprevista carenza di personale di custodia! Non è la prima volta. A luglio le chiusure temporanee, o l’imminente chiusura prolungata si verifica quasi annualmente con conseguente danneggiamento del comparto turistico messo a dura prova da una serie di condizioni finanziarie e strutturali. Dando una lettura ai dati relativi al 2013, per quanto riguarda il Museo dello Sbarco, di competenza della Provincia Regionale di Catania, che ha deciso di limitare le visite solo la mattina proprio in coincidenza della stagione estiva, di cui domani cade il 72° anniversario dell’arrivo delle truppe Alleate Anglo-americane, venute per liberare l’Italia e l’Europa, nei mesi che vanno da aprile a giugno l’affluenza si attesta dal 20 al 24% circa con un calo fino al 2% nei mesi di luglio e agosto. Quali le ragioni di questo calo? Perché non rimodulare gli orari di apertura anche serali? Sicuramente la chiusura delle scuole incide, ma determinante resta il fatto che molte strutture sono sprovviste e mancano di una pianificazione e cioè di quei requisiti che solo una politica rigorosa e rispettosa dell’ambiente che la ospita può fare. Ragioni di sicurezza, ragioni economiche, nuove disposizioni a cui gli enti devono sottostare? Quale via stanno imboccando i musei siciliani? Da un’indagine statistica i giovani che si sono inseriti nell’ambito dei musei lo hanno fatto attraverso lavori precari gestiti da associazioni o da cooperative, o peggio lavorando per cordate vincitrici di appalti per i cosiddetti servizi aggiuntivi, in cui si mescolano la didattica, la sorveglianza, la gestione dei bookshop e dei bar, ove sono impiegati come guide didattiche, sottopagate, o come custodi o commessi. Come si stanno muovendo i nostri politici per la cultura siciliana? È vero che i soldi spesi per la cultura, in un momento storico segnato dalla crisi, stagnante e disilluso, provoca spesso malcontenti e la politica, anziché gestire la cultura come questa meriti, preferisce scavalcare questo settore per guadagnare consensi. E così è molto più popolare tagliare fondi, a discapito dei migliaia di lavoratori che lavorano in questo settore, vero motore economico di regioni come la Sicilia. Un turista che viene in Sicilia, attratto e affascinato dalla sua storia, dalle molte aree Patrimonio Universale Unesco, e il suo programma prevede, tappe in alcuni dei più famosi Musei regionali o provinciali, resterà deluso, quando, si troverà di fronte cartelli che riducono le visite o che rimandano l’apertura in autunno, perché penalizzati da un calo di personale che, come sta succedendo in questo periodo, non riesce a gestire l’affluenza. Sarebbe quindi sbagliato porsi in una posizione di semplice difesa, pur necessaria, del sistema culturale, rinunciando a quell’approccio riformista che dovrebbe essere nella natura della politica più moderna e avanzata o e che in ogni caso, volenti o nolenti, è richiesta dai cambiamenti epocali cui abbiamo assistito nel tempo e che alcuni politici hanno ampiamente sbandierato nei loro programmi elettorali. Verso quali obiettivi si stanno muovendo i nostri funzionari regionali, e quali sono i motori responsabili di queste modificazioni? Auspichiamo una risposta che dia luce e speranza per la nostra cultura. Intanto, per rimettere in funzione un sistema, pur con le sue criticità, serve un coordinamento che gestisca le varie risorse umane che ci sono per utilizzarle al meglio. Ricordiamo che tra i beni culturali gestiti dalle Regione rientrano tutte le aree archeologiche più famose la Valle dei Templi, il Parco Archeologico di Siracusa, l’Area archeologica di Selinunte e di Segesta, il Teatro antico di Taormina, la Villa del Casale, gli itinerari Barocchi, l’Etna, la Palermo araba, per non parlare dei maggiori musei dell’isola “Salinas” di Palermo e “Paolo Orsi” di Siracusa, la maggior parte chiusi la domenica e i festivi.

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