di Agnese Maugeri

Ha preso ufficialmente il via dalla Sicilia il nuovo tour di Antonello Venditti; due le tappe, Taormina e Palermo dove il cantautore romano ha presentato “Tortuga” il suo ultimo album ricco di inediti, di Antonello-Venditti_Tortugasound e di emozioni. Durante i concerti i tanti fan hanno potuto ascoltare anche i vecchi successi di Venditti, grandi classici della musica italiana.

Vi proponiamo un’interessante chiacchierata con Antonella Venditti, tra i ricordi dei mitici anni 70 e del Folkstudio, passando per il cinema con “La grande bellezza” della sua amata Roma, parlando di poesia e di Pasolini, fino ad arrivare ai giorni nostri con lo sguardo onniscente del nuovo “grande fratello” Google. Buona lettura.

Sappiamo tutti oggi chi è Antonello Venditti, le sue sono canzoni intramontabili, testi emozionanti, condivisi da persone di ogni età e i suoi concerti sono sempre un grande evento. Ma come ha iniziato Antonello, da dove è nata la voglia di esprimersi in musica?

Ognuno ha una sua storia anzi diffidate un pò dalle scuole, devono essere un secondo step necessarie solo per affilare la tecnica, prima di arrivare a un maestro che ti insegnerà come canta lui, che generalmente non ha avuto neanche un grande successo perché se non insegnava, devi nutrire una passione forte. Io per esempio non sapevo delle scuole, mi ritrovavo un pianoforte nella mia stanza e c’era una suonatrice di piano a casa mia che era mia madre. Lei, oltre a essere una professoressa di latino e greco, aveva suonato per nove anni questo strumento ma il tutto si concretizzava in un motivetto “lo studente passa”, il mio incubo perché ogni volta che mi voleva svegliare suonava questa filastrocchetta musicale che mi faceva pensare “grazie mamma io non suonerò mai il pianoforte”.bio-foto-01 Effettivamente io ho rifiutato di impararlo fino a quando i miei mi dissero di suonare, quei tempi io ero un ammasso di ciccia il famoso “Ciccia Bomba” non ero integratissimo già all’asilo e pensai che la musica poteva aiutarmi. A otto anni mia madre decise di presentarmi la professoressa di piano che si chiamava Corpaci, penso sia morta anche perché ha sentito come suonavo. Ero molto contento di imparare qualcosa, invece arriva sta maestra e mi dice “adesso solfeggio”. Cosi sto povero bambino paccioccone, che ero io, si è fatto due anni di solfeggio, tre volte la settimana, senza suonare. La mia fortuna però era mio zio Adalberto Sicardi che era un jazzomane sfegatato e mi presentò un suo amico Annibale, un fantastico pianista del tutto autodidatta, io stavo ammaliato ore ad ascoltarlo. In conclusione ero sempre un disadattato perché avevo da un lato quella con il solfeggio, dall’altro Annibale con lo swing e quindi, a un certo punto, ho finito di ascoltare tutti e ho iniziato da solo a suonare e un giorno, senza nessun preavviso, a tredici anni ho composto “Sora Rosa” che credo sia la più bella canzone che ho mai scritto.

Ha iniziato a suonare alla fine degli anni 60 inizio 70, un’epoca straordinaria per la musica dove si viveva e respirava un’atmosfera di vero fermento culturale. Cosa ricorda di quel periodo e del “Folkstudio”?

Era il tempo delle grandi idee rivoluzionarie, dei cambi epocali, una generazione che abrogava il vecchio. A Roma c’era il Piper che sfornava la nuova musica, chiamiamola pop, io, pur frequentandolo, ho scelto Trastevere. Sono nato lì e forse per questo ho deciso di andare al Folkstudio, che era un’altra meta culturale, un’altra mentalità. La musica ha sempre avuto bisogno di un luogo, la mancanza di posti idonei fa si che la gente ripiega in siti virtuali come lo studio televisivo o una scuola finta, come quelle dei talent. Noi a quei tempi non avevamo talent ma forse avevamo il talento e a Roma c’era un posto dove potevamo esprimerci, il Folkstudio. Il Folk è nato negli anni 60 in modo molto bizzarro, in quel maxresdefaultperiodo arrivarono in Italia un gruppo chiamati Folk Studio Singers che facevano lo spirituals e lo suonavano nelle piazze. Nel nostro paese non c’era ancora nessuna tradizione di street singers, menestrelli o artisti di strada, era un’altra epoca, erano gli anni del twist che proponevano d’estate una musica allegra e d’inverno invece una più malinconica con i cantautori. I Folk Studio Singers fecero davvero furore, la gente era innamorata della loro musica e raccolsero molti soldi con le esibizioni in strada. Raggiunta una buona cifra, pensarono di creare un luogo per loro. Scelsero la casa in via Garibaldi a Roma e incaricarono una persona, Giancarlo Cesaroni, dello sviluppo artistico di questo posto che doveva diventare la casa delle musiche che non avevano casa. Così finalmente in Italia si poteva avere una vera varietà, c’era la musica cantautoriale, quella rock, il pop con i vari gruppi formatesi come gli Equipe84 o con Patty Pravo e infine c’era questo luogo, molto più cosmopolita, dove i viandanti musicisti del mondo potevano approdare. Per entrare si dovevano passare gli esami con il direttore artistico Cesaroni, lui era un visionario, qualche volte ci azzeccava altre sbagliava alla grande. Le storie che posso raccontare sono infinite e si accavallano tra realtà e leggenda, come quella sera in cui si narra arrivò Bob Dylan al Folkstudio e suonò, ma in vero la vicenda è un’altra. Dylan arrivato al Folk trovò Cesaroni che gli chiese chi fosse, lui rispose “Sono Bob Dylan”, ma a Giancarlo non gli fregò molto, pretendeva che anche Dylan facesse il suo provino. Ovviamente il grande Bob rimase amareggiato da quella richiesta e non suonò ma rimase in un angolo del Folkstudio. Questo trattamento Giancarlo lo riservava a tutti, per suonare lì bisognava passare l’esame Cesaroni. Al Folkvenditti_degregori Studio io arrivai nel 1967 e li incontrai per la prima volta un ragazzo che già frequentava il luogo che si chiamava Francesco De Gregori, poi successivamente conobbi gli altri due Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio e insieme creammo “i ragazzi del Folk”. Cominciò così questa avventura fatta di grande amicizia, musica e critica costruttiva. Per me era un po’ più difficile degli altri perché suonavo il pianoforte, uno strumento non facile da portare ne da trovare. Cioè al Folkstudio c’era, ma quando suonavamo in giro era complicato averlo, ecco perché nella mia canzone “Notte prima degli esami” dico “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” perché il piano era la mia croce. Quei tre disgraziati dei miei amici e colleghi, quando non c’era il piano, arrangiavano le mie canzoni e non vi dico cosa mi combinavano e come diventavano in mano loro.

Lei è un cantautore, i suoi testi raccontano le emozioni siano esse legate alla delicata sfera dell’amore o a quella più impegnata della politica. Proprio per la bellezza, le sue parole vengono spesso definite poesie, lei come si descriverebbe?

La mia non è poesia, io lo chiamo strano istinto. La poesia è un qualcosa di più complesso, magico, che compete alla perfezione e non ha bisogno di musica. Le dirò, c’è anche qualcuno che mi chiama maestro e mi fa ridere, io sono un bidello non un maestro. Oggi esistono tante discriminazioni, religiose, sessuali, culturali, oggi un bambino nasce e già deve combattere con mille definizioni di noi stessi e della nostra famiglia. Io sono stato forse fortunato ero solo il figlio della mia professoressa, andavo a messa e mi piaceva pure. Avevo un mito che era Don Giuliano era fighissimo gli piaceva bere e suonava l’organo in modo pazzesco, era un tipo rock ti faceva amare la musica e anche i preti, che non sono di certo uomini verticali ma hanno dei vizi. Lui portava Dio attraverso la vita, le cose vere, benediceva il pane e ce lo dava, l’ostia non la contemplava affatto. Fu lui a dirmi“canta Antonello”, anche se io avevo un vocione e nel coro non potevo stare. La musica è passione e tutti i sacrifici fatti li fai proprio per quella, l’importante è che ci sia la voglia di comunicare è questo che mi spinge a scrivere, a scoprire e analizzare ciò che vivo. Noi corriamo sempre su un filo e se perdiamo questa voglia di vivere, che si esprime con la fantasia, il cinema, l’arte e la musica, perdiamo anche la capacità di immaginare un futuro migliore ed è finito tutto. È solo quando il giovane perde il gusto del bello che diventa vecchio.

Parliamo di Cinema, un mondo che lei apprezza molto, ricorrente anche in alcune sue canzoni. Che rapporto ha con la settima arte?

Io Sono un Kubrickiano, lo considero come il grande genio ma non solo del cinema, come ha trattato lui alcuni argomenti non potrà mai farlo nessuno, il migliore nella descrizione di ogni sentimento ed emozione umana. Amo i visionari, ho scritto una canzone “Fellini”, nata perché in quegli anni il regista ha rischiato di non fare più film, non riusciva a trovava un produttore ed era una cosa assurda per me, pensando al genio di Fellini. Inoltre in quel periodo lo stesso problema lo stavo vivendo io con i contratti discografici. L’arte andrebbe rispettata a prescindere da tutto e invece, l’arte ha un costo e bisogna scendere a compromessi con i produttori, bisogna essere intelligenti. Amo visceralmente il cinema, trovo per esempio la prima parte del film Novecento di Bernardo Bertolucci qualcosa di unico e incomparabile, la seconda parte non mi è piaciuta, per me non doveva esserci. Un aneddoto simpatico Antonello-Venditti-e-Carlo-Verdonedella mia vita è legato a Verdone, mio fraterno amico e a Sergio Leone. Quando Carlo con la sua bravura entro dirompente nel mondo del cinema con il film “Un sacco bello” che distrusse e reinventò la commedia all’italiana, le musiche del film le curò Morricone. Per me era assurdo che il maestro Morricone facesse le musiche di quella pellicola e lo feci presente a Carlo. Nel film successivo “Bianco, rosso e Verdone”, infatti, lui mi chiese di occuparmi delle musiche, ma io non sapevo come musicare una semplice commedia all’italiana, cosi decisi di andare dal produttore che era Sergio Leone e gli dissi “il film non deve uscire, è un netto passo indietro rispetto a “Un sacco bello” e mi spiace che Carlo al secondo film sia già caduto nella vostra morsa”. Lui mi guardò senza dire nulla, nel frattempo a casa sua arrivava gente di qualsiasi tipo a parlare con Sergio e io girovagavo, ad un tratto entrai nella stanza segreta e li al centro trovai una cosa meravigliosa. Nel bel mezzo di quella sala enorme c’era il plastico di “C’era una volta in America”. Passai così la seconda parte della mia giornata a casa di Sergio Leone, dopo averlo abbondantemente infastidito con la storia di Carlo, a rompergli le scatole perché volevo assolutamente musicare quel film, di cui poi invece si occupò Morricone.

Le sue canzoni hanno fatto da colonna sonora a diversi film e alcune ne hanno anche ispirato la trama come nel caso di “Notte prima degli esami”. Rifarebbe un’esperienza analoga?

No, non credo. Di solito arriva prima la canzone e poi l’opera cinematografica, oggi se vai su Google e cerchi “Notte prima degli esami” esce prima il film poi la mia canzone, anche se questa dovrebbe esserelocandina la fonte originaria. Non è un problema di soldi ma di paternità dell’idea, la canzone in molti casi dice tutto quindi trovare la sovrapposizione di un film a una canzone porta a generare un qualcosa simile a ciò che accade quando un film prende un romanzo e lo riscrive, il tutto viene stravolto. Il cinema ha più diritti della musica, perché l’industria cinematografica è molto più forte e quindi la difesa dei diritti non equivale quella delle canzoni. In Italia per esempio la Siae non può impedire che qualcuno intitoli un’altra canzone come la tua. Io mi sono difeso con il produttore del film perché si è utilizzato una canzone di successo per avere un pregio ulteriore, nel primo film la canzone faceva parte della colonna sonora, nel secondo invece non c’era neanche un brano mio, questo fatto mi ha molto seccato perché non esisteva più nessun legame ne traccia di me in quel film che portava un mio titolo.

Prima accennava a Google e al mondo di internet, cosa pensa di questi innovativi mezzi di comunicazione, nuovi canali per socializzare e anche per ascoltare e condividere musica?

Google è un vincitore che da una falsa libertà, tutti pensano sia gratis è invece è proprio questo il prezzo da pagare. Questo lo capiranno i ragazzi tra un pò di anni quando si saranno rotti di fare selfie, di postarli e finalmente si intuirà che quella non è democrazia ma è solo popolarità con se stessi e con gli amici, che non porta a nulla se non è legata a qualcosa di concreto. Proprio per questo il mondo è pieno di fake, parli con una che in realtà è uno ! Questa realtà virtuale, che tra l’altro io frequento, non porta a niente di buono; la democrazia è parlarsi e trovare punti comuni, no continui contrasti, su internet si stanno tutti ad ammazzà. Il rischio vero di Google è il monopolio, cioè il contrario di ciò che noi pensiamo, tutto ciò che si posta e si condivide in rete appartiene a loro, i nostri dati sensibili, le conversazioni sono di loro proprietà. La verità è che la vita di oggi non ci offre sogni più alti o democrazie più concrete e noi ci accontentiamo di quello che si può avere anche molte solitudini.

Potremmo dire che lei ha vinto un Oscar, partecipando al film di Sorrentino sia con le sue canzoni sia con un piccolo cammeo. In “La grande bellezza” l’unica e sola protagonista è Roma, la città eterna da lei tanto cantata e amata, ed è lì rappresentata in tutto il suo splendore ma anche nel suo irrefrenabile degrado. Nel video della sua canzone “Forever” appaiono le parole di Pasolini “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Da angoscia il vivere di un consumato amore”. Anche l’autore bolognese era un visionario quindi da lei apprezzato, inoltre proprio quest’anno ricorre i quarant’anni dalla sua scomparsa. Questi versi così intensi sono un altro omaggio alla sua Roma, in cosa la trova mutata in questo difficile momento storico?

Tutto iniziò così, Sorrentino venne a casa mia per un’intervista, lui è veramente un uomo dei nostri tempi. Nel frattempo io avevo girato il video di “Forever” che rappresenta una Roma d’oggi, una città marmorea, ferma, che non esiste più, per trovare un romano ormai devi andare a Ostia dove c’è la tomba tumblr_njptamoXko1rkqrwgo1_1280di Pasolini, ed infatti il “Forever” è proprio la città eterna che non morirà mai il cui spirito si trova da un’altra parte. Pasolini è l’inesplorato esploratore del tempo, univa cronaca e poesia, quindi faceva della poesia la sua vita con tutta la sua imperfezione, poiché è nella somma degli errori che si trovava la perfezione. Riscontro molta più romanità in lui, che in questa Roma ormai scomparsa, oggi non c’è più il fascino della borgata ma il degrado del territorio, che vuol dire anche il deterioramento delle persone che la abitano e la vivono. Pasolini è riuscito a spostare la sua poesia al cinema, ha trattato l’arte in modo completo, con il suo obbiettivo e la sua realtà è arrivato ovunque, al di là dei trucchi del cinema. Sorrentino, forse aveva visto il mio video perché pochi giorni dopo il nostro incontro è accaduto un fatto strano, mi sono ritrovato sotto casa un fotografo. Esco dal portone accompagnato da una signora e vedo un paparazzo difronte al palazzo, quindi mi dirigo verso lui tutto infastidito e mi accorgo che accanto al fotografo c’è Sorrentino che mi guarda e non mi diceLa-grande-bellezza-colonna-sonora-586x320 nulla, in realtà lui stava facendo i sopralluoghi del film. Infatti nella scena dove mi vedo, il ristorante era proprio quello sotto casa mia e io mi affaccio dal mio balcone. “La grande bellezza” emoziona, penso che molti non hanno colto questa sensazione, il film ha otto minuti di grande cinema all’inizio che lasciano estasiati e poi ha uno sviluppo che destabilizza e affascina contemporaneamente. Ed è così l’arte chiama arte, un canzone porta a un film e viceversa.

Agnese Maugeri

A proposito dell'autore

Divoratrice di libri con una brutta dipendenza adoro “sniffare” quelli nuovi. Logorroica, lunatica, testarda. Amante del teatro, ballerina mancata, l'altezza (esagerata) ha infranto il mio sogno. Appassionata di cinema, tutto ma non horror. Scrittrice per indole, il modo più istintivo per sentirmi bene, prendere carta e penna e scrivere Aspirante giornalista per vocazione e CakeDesigner per diletto. Non sto mai ferma puoi incontrarmi mentre recensisco un evento, una prima o un vernissage, con in borsa un libro e biscotti per ingannare l'attesa!

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