Disco di Dario Brunori. Storia di una signora “bene” che decide di coniugare, a suo modo, ricerca spirituale e massimo comfort. Ma non di lei si parla in questo disco. Tanto meno del cammino di Santiago di Compostela. Il tema dell’album è, a grandi linee, la tensione (in me irrisolta) tra profondità e superficie, tra cuore e cervello, o meglio tra cervello emotivo e cervello razionale, ed in particolare l’attrito fra due concetti diametralmente opposti. E’ una storia vera.

Da un lato il convincimento romantico/ottocentesco che il “tesoro” della vita sia nascosto in profondità e che perciò necessiti di fatica, impegno e pazienza per poter essere scovato. Dall’altro, l’attitudine (imperante nella nostra epoca) di fuggire da quegli stessi valori per frazionare l’esperienza e il senso dell’esistenza in una miriade di piccoli gesti spettacolari, divertenti, medi(ocri?), veloci, superficiali, privi di sacralità.
Sono nato alla fine degli “impegnati” anni ‘70, e poi cresciuto nei “frivoli” ‘80, per cui in me, lo confesso, convivono (non sempre beatamente) entrambe le attitudini. Una contraddizione in termini tra anelito alla profondità e desiderio di arrivarci il più presto possibile per passare a fare altro. Come intraprendere il cammino di Santiago in taxi, appunto.
Non si tratta di un saggio sociologico in forma canzone e non parlo a nome di una generazione. Il disco è abbastanza autoriferito e non ha l’ambizione di allargarsi oltre le mura di casa mia.
Del resto quel che sto cercando di riassumere in queste righe non credo sia poi così evidente nei brani del disco. Le mie canzoni sono piuttosto fotografie di un’intuizione, lo schizzo rapido di uno stato d’animo, non possiedono quasi nulla del “pensiero pensato”, anzi il più delle volte sono in lotta con esso. Quel che se ne può percepire, credo, è proprio la natura sentimentale. Al contrario, quel che sto scrivendo qui è un tentativo cerebrale di dare una spiegazione a quei sentimenti.
A descrivere una canzone (non sono il primo a dirlo) spesso si rischia di banalizzarla. Quindi, fossi in voi, mi affiderei senza dubbio all’ascolto del disco, piuttosto che alla lettura di questa breve presentazione.

“Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi”

PRIMA DELLE CANZONI
Il disco è stato scritto quasi tutto tra aprile e agosto del 2013, a seguito di un periodo in cui, saturo di “balletti e concertini” ho avvertito la necessità di fermarmi, di guardarmi un po’ dentro e soprattutto di “comprendermi”.
A settembre dell’anno scorso, alla fine di questa sorta di “never ending tour”, sono quindi passato dal clamore dei live, alla solitudine di casa mia a San Fili (un piccolo borgo in provincia di Cosenza). Sentivo la necessità di un po’ di silenzio. Perciò ho approfittato di questo stop per rimettere insieme i pezzi e buttarmi a capofitto in una specie di ricerca spirituale “fai da te” in cui ho mescolato Pascal, Gurdjieff, Osho, Krishnamurti, Lao Tsu, i Vangeli, le pratiche Yoga di Satyananda, le danze Sufi, la meditazione dinamica, le nuove scoperte in campo neurologico, Rizzolatti, Oliver Sacks, Goleman e persino il mago Dynamo.
Libri letti e riletti, altri invece aperti e subito chiusi, un po’ di quei film che “non puoi non averlo visto!”, e poi incensi e mantra e candele. Poi le immancabili scorrerie sui social, le nottate youtube, dieci righe su Wikipedia, i blog, le foto vintage, i video da 5 secondi, spotify e zzz…zzz…zzz.

Brunori SAS_2014 (1)Tutto questo con una fretta dannata, con una smania inspiegabile di arrivare al più presto ad un qualche traguardo. Come se in una gita in Sila contasse solo raggiungere la cima. Pensare che mi ero iscritto anche al gruppo facebook: “Non importa la meta, quel che conta è il viaggio”. Comunque. In sei mesi di “esoturismo” e introspezione all’acqua di rose, mi sono procurato uno scompenso ai turbinati nasali (per via degli esercizi zen sulla respirazione), una breve parentesi depressiva che mi ha reso triste persino il matrimonio di mio fratello, una serie ininterrotta di torcicolli e stiramenti causati dalle posizioni yoga, ma anche, devo dire, una buona dose di piacevole solitudine, di vita familiare e di tempo per riflettere. Non che il guardarmi dentro mi abbia reso propriamente felice. Anzi. Se dimentichi di aprire il frigo per un paio di anni, non è che puoi sperare di trovarci frutta fresca. Ma era necessario.
Poi, come sempre per caso, le canzoni. Senza premeditazione, senza tavolino, senza un tema preciso, almeno ai miei occhi. Tutte, o quasi, canzoni sentimentali. Da una parte la mia personale fuga dal cervello, dall’analisi pedante e circolare, dalla tendenza a complicare. Dall’altra lo sguardo rivolto all’esterno, ai fatti, al mondo intorno. Senza moralismi, spero, ma con l’intento di misurarne, certo, il peso morale. “Il cammino di Santiago in taxi” è anche, dunque, descrizione di una popolazione che mi appare morbosamente estroversa e affannosa di attenzioni e di conferme della propria esistenza. A volte, quando a vincere è la mia anima ottocentesca, quel che vedo intorno a me è solo un mondo di automi in cuffiette che accarezzano schermi luminosi. Una folla di fanatici della “comunicazione”. Persone al ristorante, attorno al tavolo, in un bar o in treno, impegnate a comunicare con un “altrove” impalpabile, e non con chi gli sta seduto accanto. Tanto più che la nostra epoca si vanta, paradossalmente, di essere la più “comunicativa”.
E se non questo, comunque la ripetizione di uno schema sempre uguale, un percorso già tracciato e già battuto generazione dopo generazione, senza dubbi, senza domande, senza interrogarsi sul senso, senza una reale messa in discussione.
Quando, insomma, a guardare le cose è il vecchio che mi porto dentro, l’umanità mi pare ad un livello tale di solitudine e inconsapevolezza, che ho difficoltà a starci dietro.
Poi, però, subito dopo aver pensato o scritto una cosa del genere, mi siedo tranquillamente a tavola, prendo l’IPhone e faccio una bella foto al mio piatto di spaghetti con pomodorini pachino e basilico, la rendo vintage con Instagram, poi la carico diligentemente su facebook o twitter e attendo ansioso commenti e piogge di “Like”.
Alla fine della fiera, gli spaghetti, me li mangio freddi. Tutto, pur di farlo sapere al mondo.
E buonanotte al vecchio.

IN SINTESI
Appartengo ad una generazione che ha ereditato dal passato la propensione all’impegno, all’approfondimento, alla “sacralità” dei gesti, dei luoghi, delle parole, dei concetti, ma che (suo malgrado?) è diventata “adulta” proprio negli anni in cui questa visione andava sgretolandosi.
Dovevano sentirsi più o meno così le stravaganti creature che abbandonarono il mare per fare i primi incerti passi sulla terra. “Né carne, né pesce”, avrebbe detto mio nonno.
In fin dei conti il mio “cammino di Santiago in taxi” è proprio questo: un tentativo sentimentale e poetico, e per questo non privo di qualche sbavatura ingenua, di riportare lo sguardo in profondità, dribblando le distrazioni e le tentazioni del mio tempo, del mio ego, del mio mestiere di buffone sul palco, della mia semplice natura di essere umano.

APPUNTI SU ARRANGIAMENTI E PRODUZIONE
Dal punto di vista sonoro ho avuto le idee abbastanza chiare sin dalla prima stesura dei provini. Il contributo della band (con cui lavoro da quattro anni) e di Taketo Gohara (co-produttore artistico) hanno fatto il resto.
Riporto di seguito quanto scritto sul quadernino dei miei appunti il 6 maggio 2013:
“Più band e meno cantautore. Suoniamo e registriamo tutto insieme. Buona la prima. Meno forma, meno cesello, più reale, più umana. Più musica e meno accompagnamento, piano e voce insieme, lavoro sui suoni, nessun compromesso, roba analogica, roba vecchia che suona senza troppe elaborazioni a posteriori, batteria elettronica anni ‘80, molti tamburi, attitudine batteristica anni ‘70, fill e rullate come piovesse. Attitudine electro e grezza tipo Beck, Lcd SoundSystem. Pazzia zappiana. Un po’ di funk alla Prince e ballatoni alla Elton John. Percussioni strane suonate in diretta con la batteria. Poche sovraincisioni successive. Synth analogici, giocattoli, basso elettrico grezzo. Violoncello e fiati come contraltare classico nelle ballate e/o più rumoristico nei pezzi tirati. Sufjan Stevens, Antony and the Johnsons, Vampire Weekend, Dalla, Giurato, Battiato, Bon Iver, Tom Waits…”

LA “BELMONTE EXPERIENCE”
Il disco è stato interamente registrato in una chiesa seicentesca, un ex Convento dei Cappuccini a Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza. La motivazione va anzitutto ricercata nel desiderio di fuggire dalla routine e dalla meccanicità che spesso caratterizza il lavoro in studio. Desideravo che la fase di registrazione fosse un’esperienza da ricordare, non solo come tappa, seppur fondamentale, nel processo di produzione dell’album ma anche come concreta esperienza di vita. E così è stato: abbiamo suonato, cucinato, mangiato, bevuto, fumato e dormito tutti insieme, in questo posto meraviglioso, in mezzo a giardini, orti, laghetti, silenzi e suoni di campagna. Un clima un po’ da comune anni ‘70. Quando ci prendeva bene andavamo in chiesa, si premeva “rec” e via. Niente stress, nessun orario prestabilito. Può sembrare una scelta un po’ da radical chic, e forse lo è. Di certo ha avuto un suo peso sul risultato finale, sulle nostre esecuzioni, sull’atmosfera che si respira nel disco.

NOTE SUI BRANI

ARRIVEDERCI TRISTEZZA
È la canzone madre che ha generato quasi tutte le altre. L’ho scritta in dieci minuti in preda ad una sorta di ribellione ironica verso il mio cervello razionale e la mia tendenza ad analizzare, a calcolare, a ridurre tutto a materia e numeri. La marcia finale è quasi un trionfo, seppur parziale, del sentimento sulla ragione.

MAMBO REAZIONARIO
È uno dei miei pezzi “sfottenti”, una critica leggera (ai miei occhi più efficace) per descrivere l’uomo odierno in balia degli eventi. Quel che prendo in giro è un personaggio somma di tanti soggetti, me compreso. Alla fine me la rido un po’ di quest’epoca che riesce a frullare tutto in un unico pastone: ideologie, simboli, religioni, Fidel Castro, Che Guevara e Beyoncè. Tutto e il contrario di tutto, senza alcuna titubanza.

KURT COBAIN
Brano stimolato dalla visione di un documentario sugli ultimi giorni di vita del leader dei Nirvana. Una storia, la sua, che mi ha sempre colpito, al di là dell’ovvio aspetto tragico, soprattutto perché trovo sia emblematica, così come la vicenda di Marylin, di quanto Pasolini diceva circa il successo:
“Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo.”
Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?

LE QUATTRO VOLTE
Il titolo è lo stesso di uno splendido film di Michelangelo Frammartino, regista di origine calabrese, che ha impresso in pellicola uno dei più bei racconti sulla ciclicità della vita.
Una specie di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera”, ambientato nella provincia calabra. La canzone ha lo stesso tema portante. Nelle strofe gli obiettivi di una determinata stagione della vita, nel bridge il ciclo delle stagioni, la routine, gli eventi che si ripetono uguali e nel ritornello un semplice invito a considerare una possibilità altra.
È un brano davvero molto semplice, ma lo sento molto mio.

IL SANTO MORTO
Qui mii sono divertito a mettere insieme immagini differenti, come fosse una sorta di zapping, o meglio, come il saltellare su web da un link all’ altro senza un’apparente logica di fondo. Il neo-paganesimo, l’idolatria della “gioventù”, gli accostamenti improbabili, il crollo delle istituzioni. Voli pindarici uniti dall’ironia di fondo in ciascuno dei ritratti sociali rappresentati. Devo a Teleradio Padre Pio la scintilla dell’ispirazione iniziale e alle tv commerciali quasi tutto il resto.

MADDALENA E MADONNA
Brano abbozzato due anni fa e mai portato a compimento, perché dentro di me si agita un “Dario” che detesta l’attitudine nostalgica e passatista e un “Dario” che ci starebbe a mollo dalla mattina alla sera. Essendo l’unico episodio del genere, alla fine ho fatto la pace fra i vari me e l’ho chiusa. E poi è una storia romantica: a metà disco, è come il pop corn fra primo e secondo tempo. Mi piace sottolineare che l’arrangiamento nasce da un’idea di Taketo e dal genio giocoso dei musicisti della band. Io ho solo suonato il piano e quando sono tornato un paio d’ore dopo, ho trovato questo piccolo gioiellino di fiati, archi, giocattoli e rumori.

NESSUNO
E’ una confessione, un piccolo atto d’amore nei confronti della mia onestà intellettuale. Un modo per non prendermi in giro da solo. È un’analisi lucida dei miei comportamenti mondani e del mio dietro le quinte. Non che sia cambiato molto, ma la canzone è lì come un monito, come una sorta di promemoria.

PORNOROMANZO
Devo confessare di aver riscritto questo brano negli ultimissimi giorni di missaggio del disco. Avevo una bozza un po’ folle, piena di immagini sconnesse: una mezza canzone d’amore che faceva un po’ sorridere per il nonsense di fondo. Poi una sera leggo un articolo di cronaca, riguardo uno dei tanti e tristemente attuali “delitti passionali”. Nel rifletterci su, ho pensato a “Lolita” di Nabokov. Un libro di cui conosco la trama, ma che non ho neanche letto, tra l’altro. Ne è venuto fuori un testo un po’ pruriginoso e scuro, che cozza con il clima “love boat” della melodia.

LA VIGILIA DI NATALE
È nato un po’ come “il giovane Mario”, brano d’apertura del mio album precedente. Uno di quei brani che ho scritto con il meccanismo che gli inglesi definirono di “imaginary sympathy”. La normalità che t’ingoia, la famiglia, il lavoro, le rivoluzioni sedate a colpi di cenoni, pasquette e vacanze al mare. Il desiderio di fuga. Il sapore delle cose che non tornano mai. Penso sia il pezzo più amaro e disilluso del disco.

SOL COME SONO SOL
È la storia, non del tutto fantasiosa, di un uomo abbandonato sull’altare. Un valzerino malinconico e poetico su un matrimonio fallito e sul fallimento del matrimonio.
Volevo che fosse, seppur nel dramma di fondo, comunque una canzone d’amore.
La registrazione presente sul disco è una presa diretta pura, suona un po’ sbronza e zoppicante. L’abbiamo tenuta proprio per questo, superando la tentazione delle sovraincisioni. Da questo punto di vista, è il brano più rappresentativo del clima in cui si sono svolte le registrazioni in chiesa.

CREDITI
Testi e musiche di Dario Brunori
Arrangiamenti di Dario Brunori & Brunori Sas Band
Produzione artistica di Taketo Gohara & Dario Brunori
Registrato da Taketo Gohara nella chiesa dell’ex-convento dei Cappuccini a Belmonte Calabro (CS)
Allestimento e trattamento acustico della chiesa: Peppe De Angelis
Allestimento elettrico: Gaspare Prete
Assistente di studio e nell’allestimento della chiesa: Vladimir “Kayadub” Costabile
Mixato da Taketo Gohara a “La Cùpa” di Milano
Mastering di Giovanni Versari presso “La maestà mastering” di Tredozio (FC)
Supervisione di Matteo Zanobini

Brunori Sas band:
Stefano Amato: Violoncello, basso elettrico e semiacustico, Korg MS10, cori;
Dario Brunori: Voce, Chitarre acustiche ed elettriche, pianoforte, toy piano, vibrafono, solina, piano elettrico;
Dario Della Rossa: Fender Rhodes piano bass, Jen SX 2000 synthetone, Microkorg, solina, pianoforte, organo C.E.I. prestige, Toy piano, Wurlitzer 200.
Massimo Palermo: Batteria acustica, batteria elettronica, percussioni, timpano a soffio, lastra di metallo, cori
Mirko Onofrio: flauti, clarinetto, sax, percussioni, vibrafono, armonica a bocca, cori
Simona Marrazzo: Cori, percussioni, ocarina e batteria elettronica

Ospiti:
Matteo Zanobini: Korg MS10 in “Maddalena e madonna”
Mariastella Giacomantonio (aka Mammarella Sas): Vocalizzi e cori in “Santo morto”
Patty Spadafora e Daniela Cavalletti: cori circensi in “Mambo reazionario” e “Il santo morto”

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