Marco Spampinato

Il signor Diaz è venuto a trovarmi in sogno la scorsa notte. Il sogno aveva il profumo del gelsomino. Cravattino nero di seta su camicia color crema con su una giacca di fresco di lana, il motivo a quadretti larghi su un fondo di colore grigio. Pochette.
L’eleganza del gentiluomo di campagna a denotare un viso scavato nella pelle olivastra abbronzata dal sole, non vantava più quelle guance rubiconde che ancora si notavano qualche decennio or sono. Nel sogno, il signor Diaz che in vita è stato uno dei più grandi, celebrati e virtuosi chitarristi del XX secolo, i suoi 93 anni li dimostrava tutti ma era il sorriso che ne determinava la presenza ancora gentile e decisamente affabile.
Venezuelano, nato nel 1923 Alirio Diaz è stato anche alunno di Andrés Segovia, di certo suo degno epigono e continuatore di una scuola che, per chi non la conosce, si può apprezzare, e godere, in centinaia di registrazioni musicali su vinile e su cd. La chitarra, ma non solo, gli strumenti a corda, sei o dodici, stanno lì nelle sue celebri esecuzioni di molti decenni arrivate anche a celebrare la qualità e riconoscibilità internazionale della canzone napoletana.
La sua presenza, durante la visita onirica, era accompagnata da quella del suo “doppio”. Una sorta di gemello perfetto col quale, durante il breve scambio, ha avuto il pregio di scambiarsi le brevi e suadenti battute che grazie a un buon italiano erano ben comprensibili nonostante l’accento marcatamente ispanico. Il contenuto del discorso tutto incentrato sulla natura che ci circonda e sulla gentilezza. Come se si volesse soffermare sugli argomenti che, prima di altri, dovrebbero rappresentare il centro dell’esistenza di un uomo.E sottolinearli al mondo attraverso il ricordo del sognatore.
Musica e sport formano l’individuo ancor prima della conoscenza attraverso la letteratura, la poesia e le opere teatrali o cinematografiche. E oggi, più che mai, c’è bisogno di persone “vere”, di un approccio concreto, del culto della memoria, della pratica dell’onestà, dell’andare al centro dell’esecuzione in crescendo senza arzigogoli e inutili orpelli.
Al mondo c’è un linguaggio unico e raro che non conosce barriere, né confini, né frontiere. Quelle note scritte su un pentagramma hanno il pregio, oltre a tanto altro, di poter essere interpretate in un linguaggio che – sia la chiave di violino o di basso a determinarne la lettura – diviene subito universale all’ascolto.
Dell’Arte della musica, Alirio Diaz è stato un interprete pregevole e geniale ma anche un raro maestro e formatore. Un compositore e un ambasciatore autentico. Come pochi altri ha saputo rappresentare questa meraviglia che è la musica girando il mondo tra un concerto e l’altro, frequentando teatri meravigliosi e piccoli auditori. I chitarristi che prediligono gli autori classici e quelli che, come lui, sono stati anche autori, hanno un rapporto biunivoco e un contatto con la gente che il “pop” si sogna.
Il concertista, così almeno è stato per Diaz, non è separato dal suo pubblico ma inglobato nella partitura avvolgente che diviene sogno. La stessa magia del suono delle corde amplificato dalla cassa armonica a cui il pizzicato delle corde accede tramite il rosone, va oltre la performance e, in casi non rari, è ancora presente nel genio degli interpreti del jazz e del blues. Per la cronaca Alirio Diaz è stato in concerto a Catania, e, non ultimo, anche all’Auditorium di Paternò, sempre nella provincia etnea. In quel caso non era un sogno ma fu come se lo fosse. Mi ricordo ancora in che modo il mio maestro Massimo Genovese caldeggiò la partecipazione mia, e di altri prescelti, a uno di quei concerti. Ne valse la pena. Assolutamente.
Tra una esecuzione di De Falla e l’altra di Sor, tra una rimando a Segovia e uno a se stesso io me lo ricordo ancora.
Erano anni difficili, gli anni ’80. Come agli inizi degli anni ’90 a Catania era forse più facile vedere ancora i morti ammazzati per le strade e sentire il peso della cappa mafiosa irrompere nelle notti di cultura e arte che pur dispensavano decine di concerti e spettacoli teatrali in più che in questi ultimi, disastrati e disgraziati tempi.
Senza l’Arte non si va da nessuna parte. È come vivere in mancanza di una o più funzioni essenziali. Bisognerebbe favorire l’ascolto della musica e la conoscenza del nostro stesso territorio anche attraverso dei buoni maestri capaci di insegnare e di far vivere un momento unico.
Ho apprezzato tanti altri chitarristi, negli anni, molti di questi sono passati da Catania e dalla sua provincia. Era ieri e oggi sembra un sogno lontano: Paco De Lucia, John Mclaughlin, Al Di Meola, John Scofield, B.B. King, lo stesso Senio Diaz figlio prodigio di Alirio. Quelle date, fantastiche, per buona parte furono il frutto del lavoro, certosino e qualitativo, del cartellone mai abbastanza osannato di “Catania Jazz” di Pompeo Benincasa, un palermitano a Catania, ma erano anche la dimostrazione dell’amore per la musica di altre associazioni e di altri uomini e donne di qualità. C’è ancora speranza che altri geni possano portare la loro bellezza ai piedi del vulcano.
Per farlo, forse, non ci sarà neppure bisogno di sognare un distinto gentiluomo boliviano di campagna che disquisisce sulle caratteristiche tecniche della cassa armonica di una Ibanez nata dal cedro e si accomiata lieve, lui e il suo doppio, con un misurato cenno del capo.
Ad Alirio Diaz. Carora (Venezuela) 12 novembre 1923 – Roma 5 luglio 2016
https://youtu.be/gUT7VDI7aYw
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