di Davide Di Bernardo.

Ho pensato per diversi giorni a come iniziare questo articolo, poi ho visto un episodio di “Così vicini, così lontani”, programma di Rai 1, programma che racconta le vicende di persone separate da anni, o che non sanno nemmeno della loro esistenza e consanguineità ricongiungersi, ed una delle storie dell’episodio parlava proprio di un episodio simile a quello che ispira questo pezzo.
Nel programma un ragazzo adottato cerca di scoprire il nome della madre, ma dopo che il Tribunale dei minori di Milano respinge la richiesta per non violare la privacy della madre che nel momento del concepimento non aveva voluto dichiarane la maternità, abbandona tali ricerche dovendo poi aspettare il fato e Albano Carrisi.
Per tutti coloro che hanno una storia simile, per loro scrivo quanto segue:
Ogni cosa all’interno della nostra vita, qualunque sia il nostro cammino, qualsiasi sia il background che ci portiamo alle spalle, avrà sempre un filo conduttore impercettibile che inizia prima di noi e che rimarrà ai nostri figli.
Questo filo ha molti nomi, puoi chiamarlo: sangue, radici, razza.
Ma una cosa è certa noi siamo parte della nostra storia, del nostro passato.
Non importa se quel passato sia da noi stato vissuto o solo raccontatoci, noi siamo le nostre radici.
Sono gesti, attimi, istinti che nulla può cancellare, neanche il non averli mai visti, ed è nostro diritto tentare in ogni modo di ritrovare l’origine più prossima.
Come nel caso di una figlia lo è ritrovare la madre biologica.

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Proprio da questo bisogno intrinseco nell’animo umano nasce il percorso di colei che chiameremo Renata, ragazza felicemente adottata da una famiglia catanese che sin da piccola ha saputo di non essere figlia biologica della coppia e che oggi, amando all’inverosimile i propri genitori adottivi, ha deciso di seguire “il richiamo del sangue” e scoprire la vera identità della madre.
Per far ciò, Renata ha intrapreso un percorso legale affidandosi all’avvocato Maria Rosa Petronio, una donna, oltre che un consulente, che ci ha raccontato la storia procedurale facendoci letteralmente immergere nel cammino da loro intrapreso.
“Renata venne data alla luce e subito data in adozione dalla madre che chiese di non essere nominata alla nascita, tuttavia come sancito dall’articolo 28 della legge sulle adozioni la L.184/1983, tale scelta era per la madre irreversibile, oggi dichiarata l’incostituzionalità del secondo comma dell’ art. 28,  dovrebbe cadere l’irreversibilità del segreto e qualora il figlio volesse che il proprio diritto alla conoscenza delle origini diventasse reale, oggi può validamente chiederne l’applicazione in Tribunale (Tribunale per i minorenni o nelle Corti d’Appello). 
<< La prima cosa da fare, in casi simili, è rivolgere con una semplice richiesta presso il Tribunale dei minori della città nella quale si è stati adottati. A Catania il Tribunale per i minorenni afferma, però, l’esistenza del “Diritto alle Origini” pur specificando di non aver trovato la maniera per renderlo effettivo >> – dichiara l’Avvocato Petronio che segue la Nostra nel ricorso effettuato presso la Corte d’Appello di Catania – << la mia assistita si è sempre affidata alla Giustizia intendendola come unica strada percorribile e rammentando che essa tutela in ogni momento il segreto della madre biologica, qualora la stessa decida di non incontrare la figlia >>.
Dopo lo sconforto dovuto al primo ostacolo, Renata vince in Corte d’Appello la sua battaglia, trovando dalla sua parte una Corte che, verificati i divieti e le mancanze applicative portate alla luce dal Tribunale dei minorenni, in seconda istanza addirittura si fa carico e gestore di tutta la procedura che serve a verificare ed avere un primo approccio con la madre biologica senza violare mai i suoi diritti, la sua privacy e la turbativa psicologica che la stessa potrebbe provare.
Sulla reversibilità del segreto, in caso di parto anonimo (che nel nostro Paese è, e resta, un diritto della madre!), si è espressa la Corte Costituzionale statuendo con la Sentenza 278/2013 l’illegittimità del secondo comma dell’art. 28 della legge sulle adozioni del 184/ 1983, riconoscendo la piena operatività nel nostro Paese dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e, implicitamente con esso, il corrispettivo diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini, prevedendo la possibilità da parte del giudice d’interpellare la madre biologica, dovendo comunque garantire tutti i diritti tra cui l’anonimato.
Questo grazie ad una storica battaglia portata avanti da Anita Godelli che per prima si è battuta anche innanzi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

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Maria Rosa racconta il cammino intrapreso come un percorso di vita e parla dell’evoluzione del diritto di famiglia, dall’accettazione delle coppie di fatto in questa giovane Repubblica alle trasformazioni della società che vanno più veloci del legislatore, e che segue spesso la via della prossimità, con avvocati e giudici a cui è più semplice rivolgersi per avere risoluzioni che diventino poi precedenti dai quali prendere spunto per simili vicissitudini.
Il nome utilizzato per la nostra protagonista mi è stato suggerito proprio da lei, che mi scrisse: << Il nome di fantasia potrebbe essere Renata, evocativo di rinascita, perché chi è stato adottato, in realtà, è come se nascesse due volte >>.
Sia qualora la madre scegliesse di conoscere la figlia, sia prendesse invece la scelta opposta, Renata potrà sempre essere certa di aver dato, grazie all’avvocato Petronio, all’apertura dei magistrati catanesi e ad un percosso di verifica stilato dalla Corte d’Appello di Catania, la possibilità a tante altre persone “nate due volte” di ritrovare le proprie essenziali radici.

di Davide Di Bernardo

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