di Marco Spampinato

CATANIA  – Assemblea Parlamentare della NATO ospitata giovedì 2 e venerdì 3 ottobre in una Catania dal pulsante cuore storico blindato attraverso il presidio delle forze dell’ordine. Vari i temi sul tappeto, tra gli altri: l’immigrazione transmediterranea e l’evoluzione della crisi nelle regioni Mediorientali sono i principali. Siria in guerra con la tragedia umanitaria in corso e consolidamento dello stato libico due tra gli argomenti scandagliati più a fondo in prospettiva di auspicabile soluzione futura.  Diego Lopez Garrido coordina la seconda giornata.Dalla Palestina il primo intervento di un relatore  – “Ringrazio tutti per gli importanti contributi ascoltati in questi due giorni di lavoro ma nessuno dei relatori principali ha parlato della occupazione israeliana della terra di Palestina. Li nascono gli estremismi, come abbiamo detto. L’invasione dell’Iraq del 2003 su false invenzioni di armi di distruzioni di massa che non esistevano…stessa evoluzione della crisi in Libia quando venne destituito Gheddafi con l’uso della forza; la NATO sta mettendo ora in discussione l’intervento militare di un paio di anni fa, giustamente. Ma quando si parla di Israele nessuno dice niente e questo crea una mancanza di fiducia nell’occidente. In Scozia non c’erano posti di blocco per il referendum, era tutto tranquillo, garantiti i diritti essenziali. Non avviene mai così da noi, per questo la diplomazia di Kerry ha fallito due volte il negoziato. Egli stesso ha detto, <…a causa della mancanza di sincerità del governo israeliano…>, questo è deleterio per il compimento del processo di Pace”. Al Kalihi del Bahrai “Ringrazio gli eccellenti relatori ognuno nel suo campo esperto, la mia domanda per il prof. Jurgess, grande analista e accademico, che ha avuto modo di seguire le ragioni che sottendono e i punti di partenza dei conflitti odierni. Il crollo di uno Stato, il periodo di transizione prima della edificazione del nuovo Stato…cercare di sapere come gestire questi strumenti per vederne i vantaggi… Esiste una situazione che lo consente ma oggi abbiamo degli attori che possono svolgere un determinato ruolo? Da ieri non ho mai sentito parlare dei collegamenti, evidenti, tra Iran e determinate frazioni terroristiche, come Al Qaeda, che esistono nella regione araba, così come per il Daish presente in Siria”.
Il Senatore Coppio, dalla Sardegna. “Armi potenti e mezzi militari prodotti quasi sempre nei Paesi più industrializzati. Non si pensa mai a bloccare l’esportazione e vendita di armi e non si pensa a sostituire le armi offrendo, in cambio, infrastrutture, aiuti umanitari, servizi per i ricostruenti Stati. Perché non si pensa mai a prevenire le crisi prima che esse precipitino? Lo dico anche nel rispetto dell’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi che è stato ieri”. Dal Lussemburgo una richiesta chiara e concisa “Si possono fare i nomi di chi da sostegno ai terroristi e vende armi alle nazioni in guerra? E si sa come impostano le loro motivazioni quegli Stati, aderenti alla NATO che reiterano, permettono, favoriscono o tollerano quest’attività?”.
Risponde l’accademico Jurgess che tra importanti titoli, specializzazioni ed incarichi spicca con la sua laurea ad Harvard è la meritata fama di essere uno dei massimi esperti di storia contemporanea, e di economia, specificamente legata al Medio Oriente. “Se guardiamo la coalizione il ruolo della Turchia è quello più importante. Il 90% dei combattenti andati in Siria sono passati dalla Turchia. Gli USA hanno provato in tutti i modi di convincere il governo del presidente Erdogan, così come l’Europa che ha provato a chiedere alla Turchia di non vendere gas e petrolio o fornire basi logistiche a Isis…il governo Turco ha detto, semplicisticamente <Abbiamo di fronte un problema grosso è abbiamo impedito l’accesso alla Siria di 10.000 combattenti malgrado l’impossibilità pratica di ben controllare un confine così vasto>.Semplicistica la teoria della cospirazione che vedrebbe, al suo centro, la Turchia che ha solo l’obiettivo strategico: quello di far cadere il regime di Assad, reo di non aver ascoltato il proprio presidente Erdogan e le proposte da questi avanzate, negli ultimi tempi di una fragile pace, nei confronti di un altro Stato sovrano. Hanno sbagliato il proprio calcolo, i turchi, concedendo il passaggio facile ai combattenti. Al Nuhsra era radicato e riceveva gli emolumenti dagli Emirati Arabi e dagli USA ma Assad non cadde dopo pochi mesi, come si ipotizzava, e, anzi, ancora resiste col suo governo/regime. Ora la Turchia ha grosse preoccupazioni, il presidente Erdogan, ha detto in parlamento che non entrerà nella coalizione se l’obiettivo strategico non è il rovesciamento del governo di Assad. Gli USA vogliono combattere ISIS ma non si impegnano contro Assad. Tra Erdogan e Assad c’è ostilità personale. Per la Turchia è più importante rovesciare Assad che combattere ISIS. Ma ora questi ultimi hanno intenzioni, dichiarate,  di attaccare USA e Europa, il fronte Al Nuhsra dichiarava l’obiettivo di attaccare gli USA che hanno risposto alle minacce realizzando immediati e consequenziali attacchi mirati decimando la formazione terroristica. Il confine Giordano Iracheno vede i curdi con l’avanzata di Dahish che ha provocato il cambiamento attuale. Minaccia reale per i Paesi vicini con le decapitazioni che hanno modificato definitivamente il sentire della opinione pubblica mondiale”.”La Palestina non è nel tema della sessione, non possiamo parlare di tutto il resto anche se ho parlato della importanza della Palestina e qui l’argomento principale sono la Libia e la Siria – specifica Jurgess- L’invasione in Iraq degli USA si è rivelata decisamente controproducente anche per le strategie e non voglio entrare in una analisi per prendere posizione, io parlo da studioso. Ed è ovvio che il nesso del conflitto Israelo-palestinese sia centrale anche in questa scelta e nella maggior parte degli accadimenti di quest’area geopolitica. L’Iran, in passato ha utilizzato gruppi terroristici per fare i propri interessi, sicuramente. Ma ora non si hanno prove certe che il regime si sia avvantaggiato di un rapporto stretto con lo “stato” islamico di Dahish.  Dall’inizio anche il regime di Assad aveva interesse a rafforzare lo Stato islamico a difesa dei piccoli gruppi….ma lo stato islamico, Isis, odia gli sciiti con interessi maniacali, quasi, da genocidio e sono le loro dichiarazioni a parlare di sterminio di massa.
Dobbiamo capire nel medio è breve periodo quali sono stati i progressi di Dahish, bloccare questo movimento così barbaro, considerando pure che la maggior parte delle loro vittime sono stati, addirittura, gli stessi musulmani sunniti. Loro, come dire, si ritengono ultra-sunniti, o, almeno così dichiarano. Con le comunità locali dobbiamo lavorare per togliere il terreno ideologico sotto I piedi di Isis. Ci vuole una dinamica di costruzione. Ma è più facile a dirsi che a farsi quelle di convincere i governi siriani o iracheni a fare quello che non hanno mai voluto fare: le riforme”.
Intervento di Al Kuliki. “Le armi italiane…non so come sono arrivate a altri combattenti sul terreno. Questo è successo per un errore nel lancio degli aiuti realizzato dai piloti americani. Fino ad ora questa opera della coalizione internazionale, col loro aiuto, sono rimaste abbastanza vaghe, poco chiare, e forse questo aiuto non raggiungerà quelli che vorrebbe raggiungere e noi come governo e parlamento iracheno dovremmo saperne di più, avere più dettagli. Ho anche parlato con il ministro del Kurdistan…Stato che ringraziamo, così come le forze aeree che si sono impegnate nel fornire gli aiuti. Ovviamente in Iraq quel che si sta patendo è una guerra vera e propria non solo uno scontro con gruppi terroristici, che hanno tra le mani la maggior parte dei territori. Dobbiamo trovare soluzioni e abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo componenti arabe, turcomanne, i curdi, i cristiani…e abbiamo bisogno di un appoggio internazionale forte. Se dovessimo restare in questa situazione senza un forte aiuto internazionale, meno vago e più costante di questo intervento degli ultimi mesi, rischiamo di prolungare la vita del terrorismo. Abbiamo bisogno di più dettagli anche sulle campagne americane per non ripetere gli errori del passato…ed evitare, così come la chiamate anche voi, una occupazione americana. Chi riceve appoggi si può rivoltare contro gli stessi che li hanno appoggiati. Avviene così che i terroristi, dopo avere apparentemente appoggiato la causa, cara a certo occidente, dell’attacco a un regime scomodo e da destabilizzare e rovesciare, si spostano da una regione all’altra ed è un rischio globale quello che loro rappresentano. Determinate istituzioni in Iraq non devono scomparire anche se sono deboli. Bisognerebbe avere comunque dei rapporti con il governo e con il parlamento iracheno. Dobbiamo avere una cultura di pace e sicurezza pur trovare soluzioni adeguate senza fanatismi e tendenze becere e settarie. Bisogna rafforzare lo Stato stesso per poter passare a una fase di pace”. Dopo una pausa il rappresentante iracheno incontra la stampa in aula consiliare.
Lo stesso Aaron Muhammed Ali ribadisce “I gruppi terroristici prima prendono e combattono per una “causa” poi cambiano, come Isil, dichiarando guerra contro tutti per differenti ragioni. Ritorno sulla centralità del sostegno internazionale è fondamentale”. Lo vediamo a meno di due metri di distanza, è un giovane determinato, preparato. Somiglia, neppure vagamente, ad Assad.
Alta autorità per i rifugiati dove ha sostenuto il coordinamento dei lavori per le Nazioni Unite dopo lo Tsunami. Tarik Jussef professore Associato di Economia sugli studi arabi contemporanei a Georgetown…e vari titoli anche come consulente per UN e Banca mondiale. Roland Shilling e Paolo Alli per gli altri interventi. “Ogni giorno circa 14.000, tre anni fa, 23.000 lo scorso anno, 32.000 quest’anno sono le incredibili masse di persone costrette a lasciare le loro case in Siria per non morire. – spiega Shilling – Questo è l’esodo più importante, si contano 3 milioni di rifugiati siriani nell’area e 6,5 milioni sono profughi interni. Loro stessi che ospitavano i palestinesi, il secondo gruppo di rifugiati più importanti al mondo sono costretti a essere rifugiati a loro volta. Stiamo sostenendo i governi attraverso questa coalizione fatta di 355 organizzazioni. C’è una grave insufficienza di fondi che ci ha costretto a ridurre le razioni alimentari all’interno della Siria del 40% che potrebbe, addirittura, arrivare al 60% di razionamenti rispetto al previsto, è necessario per il fabbisogno, e non riusciamo a raggiungere altri 7 milioni di persone che non possono essere raggiunte per motivi di sicurezza. Chi ospita i rifugiati, a prescindere dall’impatto del conflitto, rischia a più livelli. Essi rappresentano un danno grosso per l’economia nazionale di uno Stato, così, per esempio, il Libano ha preso più di un quarto di rifugiati siriani sulla percentuale della loro popolazione. E questa ondata non riguarda solo i governi ma ha un impatto sui prezzi che salgono anche in Giordania, e in Turchia (dove ci sono più risorse) e il governo Turco ha speso più di 3,5 miliardi di dollari per i rifugiati, e non bastano neppure. Il prezzo che si paga diviene è sempre  più caro, in ogni senso. Segni di pericolo e destabilizzazione in alcuni dei paesi vicini sono preoccupanti mentre la Siria si dissangua tra morti e popolazione in fuga. Impatto peggiore è stato sull’Iraq dove 1,8 milioni di iracheni sono diventati, a loro volta, profughi interni.  I rifugiati siriani esprimono la speranza di tornare a casa il prima possibile. Se le prospettive del futuro diventano buie anche per i Paesi vicini potrebbero esserci grossi rischi in un’area, anche economica, sempre più vasta. È necessaria tanta solidarietà. 268 persone morte a Lampedusa sono state commemorate e, giustamente, anche qui in aula ricordate ieri, ma una settimana dopo una barca piena di rifugiati siriani è affondata procurando altrettante morti delle quali si è persa quasi la memoria.  Esempio esemplare quello della Marina Militare Italiana e dello Stato italiano che, con l’operazione denominata “Mare Nostrum” ha salvato 130.000 persone delle quali, 25.000 siriani. Non ci sono risposte facili e il disastro è enorme, multi regionale, con una sofferenza prolungata per milioni di persone….e il sostegno umanitario non può risolvere tare originarie che necessitano di soluzioni politiche”. Tariffe Jussef “Sugli effetti economici del conflitto in Siria, affronterò questo argomento ma avverto la necessità di affrontare anche altri aspetti…torniamo indietro nel tempo, tre anni, riunione Nato in Sardegna: c’era un’atmosfera di speranza ed emozione, un clima di ottimismo rispetto ai cambiamenti che si delineavano nel mondo arabo in Giordania, Siria, Yemen, Libia. Marocco…molti Paesi arabi sembravano orientarsi su un percorso promettente di transizione. Immaginavamo che nel breve periodo si sarebbe avvertita incertezza, oscillazioni anche per la crisi globale….pensavamo anche alla prospettiva incerta di più lungo periodo ma la nostra reazione era positiva e speranzosa. A tre anni di distanza il contrasto e la differenza sono enormi….il dibattito è dominato da negatività, preoccupazione e pessimismo e gli elementi fattuali, concreti, rafforzano questa percezione negativa con l’annullamento dei progressi politici la parola stessa <Primavera araba> è diventata  di accezione negativa. C’è stato uno spostamento verso la repressione, il ribaltamento e, quasi, la voglia di ricreare il mondo arabo come era prima del 2011. La Siria è degenerata nel fenomeno più pericoloso di questo momento di transizione, per i Paesi vicini e per l’economia globale. Cosa è successo? Cosa è cambiato nel processo di transizione? L’ascesa dell’Islam politico e l’entità delle sfide come povertà, diseguaglianze, infrastrutture, economia mondiale con austerità sono tutte concause che hanno modificato le priorità è allontanato la tensione e l’attenzione sui Paesi arabi. Ma la responsabilità principale, secondo me, spetta a noi, ai diversi soggetti, ai governi. Responsabilita anche alle delle élite istruite della regione, la loro assenza colpevole dalla politica, acconsentendo che questa diventasse più polarizzata. O le auto definite potenze regionali nell’area che si sono impegnate a fondo per fare fallire i processi di transizione in molti Paesi. E anche la comunità internazionale ha le sue responsabilità. Dopo l’inizio delle primavere arabe, nessun sostegno attivo è stato offerto alle dinamiche politiche nel momento di confusione. Tendenza al riflusso a tirarsi indietro, per primi gli USA che si allontanarono dal mondo arabo avvicinandosi al fulcro asiatico. Tutti fattori collegati. Abbiamo già visto le gravissime conseguenze economiche individuate anche da Rowland. Si è parlato della economia clandestina e illegale che ha preso il posto di quella legale. Le devastazioni in Siria che, anche con tutto l’ottimismo, necessiterà decenni per ritornare alla situazione di cui godeva nel 2010 prima dell’inizio della sua personale, sciagurata, primavera araba. Ci vuole uno schema intellettuale per capire la crisi siriana per il prossimo decennio dello sviluppo della regione…devo andare al di là anche del dolore per le morti, della crisi per gli sfollati, lo devo considerare da economista, da studioso. Non abbiamo bisogno di analisi sofisticate o di modelli economici particolari…andiamo a vedere quello che è successo negli ultimi 10 anni, dopo l’11 settembre. Dal punto di vista economico è accaduto  che quel decennio è stato etichettato come <perduto>, senza riforme politiche, senza investimenti, con sperequazioni ampliate nella regione, corruzione, malgoverno, mancanza di trasparenza moltiplicate da fattori determinanti destabilizzazione come la povertà. Il contesto è simile a quello dell’invasione dell’Irak che ebbe priorità di distruggere le reti di protezioni e finanziamenti che portarono alle primavere arabe con condizioni socio economiche che innescarono dinamiche che non avevamo visto per un secolo. Il prossimo decennio non sarà solo perso ma devastante, catastrofico, perché la situazione di partenza di questa guerra contro il terrorismo è, adesso! molto più difficile. Anche se, adesso! anche le potenze regionali sembrano allinearsi con la politica internazionale, in effetti loro reprimono, escludono, la società civile, annullano la crescita, gli scambi e favoriscono la resa dei conti, le rivalità tribali sono acuite! è trattiamo tutti dati di contesto, nella guerra contro reti terroristiche internazionali che ha trasformato la Siria da un polo di speranza a un teatro che, per un altro decennio, per me è quasi sicuro, potrebbe far fallire tutti questi sforzi e riportare l’area indietro. Si rischiano tante rivoluzioni, vere e proprie, dal basso. La disperazione dilaga con la mancanza di speranza nella totale assenza di programmazione. Non si può ridurre l’intervento della coalizione internazionale che, oggi, arriva priva di un progetto politico su un mondo arabo da costruire, senza un dibattito interno sul passo successivo, domande che sono mancate anche qualche anno fa. Se non ci sarà un ripensamento temo che il prossimo decennio, non solo in Siria ma in gran parte del mondo arabo, sarà un decennio di fenomeni socio economici molto più pericolosi….riduzione scambi, frantumazioni cooperazione economica regionale….tutte attività che stanno plasmando l’aspetto economico non solo per gli Stati arabi ma anche per l’Europa e forse anche oltre. La storia, e i dati di contesto, le priorità ci insegnano che, a meno che non si torni a riflettere e studiare, oltre i bombardamenti, andando sulla speranza, sulla prospettiva di ricrescita, con l’applicazione delle trasformazioni politiche ed economiche delineate in Sardegna tre anni fa, allora, se non si farà questo, non potremo vedere futuro…”. Paolo Valli sui rifugiati siriani e rapporto sulla regione presenta l’approfondito studio di analisi conclusosi poco prima delle decapitazioni dei giornalisti americani e inglesi in Irak. Si descrivono limiti e risultati della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, in un rapporto, purtroppo, superato dalle recrudescenze e dall’inasprimento della crisi, anche se, lo stesso studio, si concentra sulle differenze umanitarie della crisi siriana, volano di destabilizzazione. “Ritmo spaventoso, il peggiore dal genocidio in Rwanda. Un esodo nel terrore – rapporta Alli – Le Nazioni Unite hanno chiesto 1,7 miliardi di euro di fondi per il solo Libano che, al momento in cui fu scritta questa relazione aveva ricevuto meno di 200 milioni. Sovraffollamento e tensioni tra le comunità, concorrenza per i posti del lavoro, calo qualità di vita. Questo avviene in quegli Stati che, per far fronte a esigenze umanitarie, aprono le porte ai rifugiati. La Giordania si è presa un grave onere e, ad oggi, circa 1 persona su 11 è un rifugiato siriano e questi ospitano già un numero altissimo di rifugiati palestinesi. I giordani, pur sensibili e accoglienti, competono coi rifugiati anche per le limitate riserve idriche…ci sono estremisti nei campi e anche nella politica nazionale. L’alto commissariato dice che c’erano circa 740.000 rifugiati siriani che vivono e risiedono in Turchia, uno dei paesi che, dopo Stati Uniti e Europa, ha dato di più, circa 2 miliardi di euro lo scorso anno. Molti profughi siriani vivono delle loro sostanze e molti altri lavorano in nero. Stress dall’Irak al resto del mondo. Sfida morale gravissima. Passaggi illegali di frontiera e nel Mediterraneo legata anche alle crisi del Sahara, dell’Africa centrale e sub sahariana….nulla fa prevedere che questa crisi umanitaria possa ridursi. Dobbiamo solo stabilire come meglio aprire le porte ai rifugiati e tenere in considerazione le idee sulla sicurezza inerente il movimento non regolamentato dei migranti attraverso le frontiere che sta rendendo sempre più difficile, per i Paesi europei, l’impegno a garantire l’ospitalità. Nei campi profughi, è anche nelle regioni che accolgono i rifugiati, ci sono matrimoni precoci e forzati, sesso cosiddetto di sopravvivenza, violenza sessuale….abusi di ogni tipo quasi impossibili da controllare, contrastare, reprimere, che si allargano al luogo di lavoro ospitante peggiorando i rischi di abusi sessuali contro le donne e anche contro i minori. Manca uno status giuridico dei matrimoni, si porta a tollerare, o tacere, l’abuso domestico e la costrizione, successiva e consequenziale in tanti casi, di avviamento alla prostituzione. Almeno un milione di rifugiati siriani sono bambini…almeno 11.500 bambini uccisi sotto la guerra e almeno 1.500 di questi uccisi deliberatamente dopo sfruttamento lavorativo o sessuale. In Giordania almeno due terzi di bambini siriani non vanno a scuola. Le bambine spinte o costrette al matrimonio. La tattica della terra bruciata del governo siriano ha portato all’aumento delle malattie, inclusa la poliomielite quasi scomparsa precedentemente o, in massima parte, debellata. I bambini non possono essere vaccinati. Il rapporto dice che dobbiamo fare arrivare gli aiuti proprio in Siria. Al momento sono abbastanza scettico sulla possibilità di raggiungere molti siriani bisognosi di aiuto. E il conflitto si sta allargando. La comunità internazionale pensa di dovere intervenire ma la cooperazione è fondamentale dobbiamo aiutare l’alto commissariato per gli aiuti umanitari per proteggere meglio i civili con particolare attenzione alle donne e ai bambini. Chi viola queste leggi deve essere portato a risponderne. Anche nei campi profughi non si può essere distanti, e certi, che non si perpetrino continui casi di violenza”. Ultima fase dei lavori da noi seguiti ha, ora, inizio. Ali Riza Alabuyn, presiede il dibattito che registra subito, e in conseguenza ai temi prima dibattuti, l’intervento del relatore turco. “Rispettiamo, senza discriminazione alcuna, la protezione temporanea che effettuiamo tramite il non respingimento di profughi e rifugiati stranieri. Lo facciamo attraverso alimentazione, assistenza sanitaria, formazione professionale, attività sociale, scolarizzazione. Oltre 150.000 rifugiati della Siria, dopo gli attacchi di Isis contro la popolazione a maggioranza curda, sono stati accolti in Turchia in 4 giorni….come potremmo fare di più visto che già ospitiamo anche 10 volte in più rifugiati rispetto a quello che fanno altri Paesi d’Europa?” Dalla Francia la critica “Troppo tempo la comunità internazionale ha tergiversato per capire la gravità della crisi siriana. Problemi anche del Sudan meridionale. E non ci sono più soldi e risorse”.
“Rischio feudalesimo e regressione oltre ogni peggiore previsione. Cecità assoluta. La guerra in corso contro l’estremismo è stata formulata in termini militari troppo ristretti. Non dobbiamo tornare all’Impero Ottomano per trovare le risposte. Abbiamo bisogno di un dibattito onesto”. Risponde Jussef alle preoccupazioni espresse in tutti gli interventi. Il futuro resta pieno di incognite e incertezze, paure e speranze. L’augurio è che anche questi due giorni di convegno catanese possano essere serviti a offrire spunti per iniziative politiche e umanitarie veloci e concrete. La NATO può e deve offrire il suo sforzo più ampio e nobile per il ripristino della pace in medio oriente impegnandosi, senza sosta e a fondo, per evitare che le già accentuate crisi della regione africana e di quelle asiatiche possano degenerare in più aspri, e amplificati, conflitti.

Marco Spampinato

 

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