Tutta la vita delle società
nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione
si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.
Tutto ciò che era direttamente vissuto
si è allontanato in una rappresentazione.
(Guy Debord, La società dello spettacolo)

 

Siamo in attesa dell’ennesima edizione del Natale. Il campionato del mondo di calcio e le olimpiadi, eventi sfasati di due anni, accadono ogni quattro anni; il Natale accade ogni anno. Grosso modo, fra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio. Probabilmente qui potremmo chiudere.

Ciò che forse intendeva Guy Debord quando, con ieratica precisione, esordiva nel suo libro più famoso nel modo citato in esergo, era che la distanza che separava, con grande beneficio, il mito dalla realtà, si è talmente ridotta da aver costretto il mito ad accontentarsi delle frattaglie della realtà per continuare il suo lavoro di riempitore di senso (che certo non può essere affidato alla scienza) e la realtà a spacciarsi per l’immagine di se stessa.

Provare per credere: il giorno in cui la madre di Loris Stival è stata trasferita dal tribunale di Ragusa alle carceri di Catania, ad attenderla nel dietro le quinte del palazzo di giustizia ibleo non c’erano solo giornalisti infoiati o studiosi fulminati in festa per l’occasione di stringere un’alleanza temporanea col male; ad attendere quella che il circo mediatico ha già triturato nel budello della verità come “il mostro” erano frotte di genitori con bimbetti al traino, accalcati gli uni sugli altri, coi loro esigenti smartphone alla ricerca dell’inquadratura definitiva da riguardare in salotto, la sera, una delle sere fra qui e Natale, a imperitura memoria e a celebrazione di una sorta di iperrealismo pedagogico che sembra rinunciare alla mediazione di ogni strumento e abbracciare la logica dell’ostensione diretta del segno tragico, quello che una volta abitava il mito, cui veniva chiesto di dare senso al mondo.

Del Natale prossimo venturo, di cui Marco Iacona ha cantato l’unica nenia possibile qualche giorno fa, attendiamo il solito prevedibile (e previsto) bagno nella totale smobilitazione del dispositivo che dovrebbe funzionare per pacificarci col vuoto dell’esistenza: il racconto del mito del sacrificio, visto dalla parte della vittima e non più da quella del carnefice (René Girard). Qualcuno ricorda cosa racconta il Natale? Qualcuno – credente o meno – ricorda cosa racconta la Pasqua? C’è ancora chi si lascia disturbare da un soffio di verità, non quella logica del valore di confronto con la realtà ma quella mitica del valore di fondazione della realtà? La sostanza dell’attesa è più estesa di quella della celebrazione, e ciò in quanto il gioco dei preliminari (l’immagine) è ben più gradito dell’orgasmo stesso (l’irruenza della cosa, il fuoco che avvampa nei simboli dell’amore).

Il Natale cui noi riconosciamo la nostra familiarità è quello un po’ blasè, politically correct, iperluccicante, ripiegato di Jesus Christ Superstar, di certo non quello sporco, obliquo, carnoso di Scorsese e della sua Tentazione, dove fra l’altro c’ infinitamente più cattolicesimo che in qualunque altra oleografia stracciata.

Il vero mito forse non abita più questo mondo. In sua vece agisce una surroga che si alimenta di qualunque cosa possa servire a rendere innocua la festa: i Beatles, la croce, Che Guevara, il cheesburger, Dolce e Gabbana, Marx (meglio Karl che Groucho), la west-coast, Natale. Quello dei Vanzina. Non quello dei Cupiello.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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