I giovani, e purtroppo non solo loro, sanno bene oggi cosa significa la parola “disoccupazione”. Essa significa – fuori dal gergo tecnico degli economisti – estrema difficoltà nel trovare lavoro, laddove il lavoro si presenta, per la maggior parte delle persone, come il pressoché unico modo di sostentarsi ed il principale modo di partecipare alla totalità sociale.

Occupandomi da circa vent’anni di filosofia antica, penso di poter tranquillamente affermare che Aristotele, colui che è stato forse il più grande filosofo dell’Occidente, avrebbe avuto difficoltà nel comprendere la diffusa accettazione della attuale disoccupazione di massa. La causa della disoccupazione, che è un fenomeno sociale, è infatti da ricercare nel sistema sociale che la produce, ovvero nel processo generale di funzionamento dell’intero di cui gli uomini sono parte. L’attuale sistema capitalistico, che ha come fine il profitto, pone per sua essenza l’uomo come strumento, ed una simile situazione sarebbe stata considerata da Aristotele inaccettabile, in quanto espressione di una condizione innaturale di vita.

Per lo Stagirita infatti l’economia, intesa nella sua “naturalità”, è costituita dalla produzione delle cose necessarie al fine del sostentamento di tutti, della realizzazione della buona vita di tutti. L’uomo è insomma il fine, le cose sono lo strumento. L’uomo è inoltre limitato, sicché non vi è bisogno di produrre beni in modo illimitato: vi è anzi bisogno di fare il contrario, per rispettare la giusta misura nei rapporti con il cosmo. Utilizzando questa idea aristotelica è possibile comprendere un contenuto molto importante, ossia che la produzione sociale, per essere realmente finalizzata alla buona vita di tutti, non deve essere rivolta al profitto, bensì deve essere organizzata in modo armonico, coordinato, comunitario. Nel sistema capitalistico, che Aristotele avrebbe definito “innaturale”, ossia non conforme a quelli che sono i reali bisogni della natura umana, si realizza invece il modello opposto. Una crematistica basata sul denaro, avente come fine l’incremento illimitato delle ricchezze, smarrisce infatti il vero scopo del vivere, trasformando l’uomo e la natura in strumenti, in merci da svalutare per poterle poi utilizzare nel modo più lucrativo possibile. In questo contesto non vi può essere alcun “diritto al lavoro”, né tanto meno alla buona vita in quanto, come Aristotele ha espressamente tematizzato, è il fine di un processo che ne determina l’essenza, ed il fine dell’attuale sistema capitalistico non è affatto la realizzazione della umanità di ogni persona.

Occorre, dunque, prendere atto che nell’attuale processo generale con cui si produce e riproduce la vita, il lavoro è merce, e la merce, per sua natura, non ha diritti. Non ha nemmeno il diritto di esistere, a meno che appunto ciò non rientri nell’interesse generale del sistema. Se il sistema produce il massimo profitto – il suo fine – occupando, ad esempio, solo il 50% delle persone, il restante 50% delle persone rimarrà disoccupato. Se il sistema, ossia il mercato che privatisticamente si autoregola, ritiene, per la propria massima valorizzazione, che si debbano produrre solo beni di lusso che i ricchi possono comprare, ma non cibo e medicine per i poveri che non le possono comprare, così sarà. E così, infatti, è: circa la metà della popolazione mondiale vive oggi nel mondo in condizioni di estrema difficoltà.

Fino a che la totalità sociale non sarà strutturata in modo comunitario, in modo tale cioè da pianificare il buon utilizzo delle risorse al fine della realizzazione del bene comune, i tanti bisogni sociali insoddisfatti non potranno mettere in azione le tante persone disoccupate che pure vorrebbero soddisfarli. Il modo di produzione capitalistico non è infatti interessato a realizzare questa unione. Esso è strutturalmente anticomunitario in quanto basato sul mercato, ed il mercato è l’opposto della comunità: nel mercato, infatti, si dà solo per ricevere, mentre nella comunità si dà per il semplice piacere di dare. Per questo, indubbiamente, un redivivo Aristotele farebbe fatica a comprendere perché gli uomini continuino oggi ad accettare una situazione così innaturale e lesiva della loro umanità.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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