di Anna Rita Fontana

Interessante chiusura della rassegna “Etna in giallo” a Nicolosi, giunta con successo alla quinta edizione e promossa dal giornalista Salvo Fallica col patrocinio del comune etneo. Oggetto dell’incontro, la presentazione del libro Ne ammazza più la penna. Storie d’Italia vissute nelle redazioni dei giornali, edito da Sellerio, di Pier Luigi Vercesi, direttore di Sette magazine, il settimanale del  Corriere della sera più venduto in Italia, come ci dice lo stesso giornalista, che ha voluto raccontare un pezzo di storia d’Italia attraverso due secoli, dal 1815, ovvero dalla caduta di Napoleone,nonchè dall’inizio del risorgimento italiano fino a Mussolini. Presenti, oltre a Fallica che ha moderato l’incontro, lo stesso autore del testo, il sindaco di Nicolosi Nino Borzì, l’assessora alla Cultura Stefania Laudani, il costituzionalista Nino Cariola e l’antropologo Mario Bolognari, nuovo direttore del Dipartimento di Civiltà antiche e moderne della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina.

L’autore, partendo dalla considerazione che tutto il mondo politico italiano si è formato nelle redazioni dei giornali nell’arco temporale in oggetto, sceglie di raccontare la storia italiana rileggendo un migliaio di memoriali e diari privati scritti da giornalisti e da personaggi importanti, attraverso le cui testimonianze si è costruita la storia. Una visione da “dietro le quinte” con i retroscena che recuperano i significati umani, a fronte di quelli istituzionali che si vedono dal di fuori, in una dimensione che vuole essere “ un atto d’amore”- come lo definisce Vercesi- con le manchevolezze della sua categoria, di cui recupera al tempo stesso il valore. Giornalista di pluridecennale esperienza su più testate, come La Stampa (dal versante esteri a capo servizio alla cultura) sino al Corriere della Sera, avendo vissuto dal di dentro fatti eclatanti dagli anni ’80 in poi, come la caduta del muro di Berlino, la prima guerra del golfo o Tangentopoli, l’autore ha colto che la storicizzazione di alcuni eventi sui giornali non era altro che la sommatoria di piccole emozioni e comportamenti umani nel bene e nel male,  differente dalla percezione comune dal di fuori.VERCESI  2

Uno dei fattori condizionanti è stata la censura di guerra, dato il coinvolgimento dei giornali nelle vicende belliche (motivo per cui si definivano unbedded)-sottolinea Vercesi- il quale definisce nel libro Mussolini “caporedattore d’Italia”. Dal suo curriculum di giornalista, infatti, il dittatore dava le sue direttive alle testate, come il diktat delle due colonne in prima pagina sulla partenza dei figli per la campagna d’Etiopia. Dallo scoop dell’incipit (dal Messaggero modenese tradotto da un giornale inglese) sulla partenza di Napoleone verso l’isola d’Elba  a cui si affianca un giornalista inglese che si imbarca con lui per intervistarlo, ai titoli in sequenza dal Moniteur, il quotidiano francese sul quale il condottiero scrisse e raccontò tutte le sue campagne passate alla storia in questa veste. Lo fece anche Churchill- aggiunge l’autore- quando scrisse gli otto volumi della seconda guerra mondiale specificando “La storia ci darà ragione anche perché la scriveremo noi”. Si passa così dall’etichetta di mostro che fugge dal luogo dell’esilio (Il mostro è realmente avanzato fino a Grenoble) nonchè orco di Corsica, a quella di tigre, sino a tiranno (Il tiranno è ora a Lione) e usurpatore, per giungere all’imperatore di Fontanebleau o delle Tuileries, con la gioia della popolazione francese.ne ammazza più la penna  di Vercesi

Altro racconto diretto, quello del curato di Pizzo Calabro, che Vercesi reputa più significativo di qualsiasi documento storico, sulla condizione di maltrattamento e condanna a morte di Murat, cognato di Napoleone. Gli addentellati con la letteratura, evidenziati da Fallica nella dimensione multidisciplinare dell’incontro, hanno posto in rilievo, in parte negativo, la figura di Ugo Foscolo, sul versante del giornalismo patriottico: pur essendone un grande estimatore fino a recitarne a memoria i versi de I Sepolcri all’esame di maturità, l’autore ne ha raccontato il reclutamento da parte degli austriaci (con la nomina di pubblico ufficiale) per la pubblicazione di un giornale, e la successiva fuga in Svizzera( dissuaso da due nobili milanesi) prima del giuramento, per poi emigrare a Londra. Tra le figure di esuli, Vercesi ama ricordare quella di Gabriele Rossetti che nella capitale londinese sposa la figlia di Gaetano Polidori ( segretario di Vittorio Alfieri), il quale stampa la prima opera gotica della letteratura italiana, Il castello di Otranto, che darà il via alle opere gotiche di genere horror. Il giornalista si è poi soffermato sulla nascita dei giornali in Italia negli anni ’70 dell’Ottocento in connessione alla battaglia risorgimentale, per incentivare il dialogo tra le diverse fasce sociali e in generale per unificare le nazioni ( prima dell’avvento di Internet); mentre in America, Francia e Inghilterra se ne registra la presenza già dagli anni ’30 e ’40 dello stesso secolo.

Dalle iniziali tematiche di guerra, economia, filosofia e letteratura si è passati, con l’unificazione nazionale, alla cronaca nera e bianca, per coinvolgere una popolazione più ampia e meno colta, ovvero la società di massa. E l’ampio passaggio alla guerra mondiale, con la forza della stampa, ovvero il potere ( nella sintesi del titolo Ne ammazza più la penna) che orienta l’opinione pubblica, nel momento più intenso della storia da questo punto di vista. Il professore Bolognari ha affermato che i tre mondi presenti nel testo di Vercesi, ovvero l’università ( da estendersi anche alla scienza e all’arte) il giornalismo e la politica, da un lato si controllano a vicenda, mentre dall’altro c’è una sorta di connivenza e osmosi ( giornalisti che diventano scrittori e viceversa), ma non più intercambiabili come oltre un secolo fa, a causa di una netta e fin troppo marcata professionalizzazione e competizione. forse per un mal funzionamento della nostra democrazia.

Tasto dolente anche nell’intervento del prof. Tino Cariola, che, pur tra l’amarezza lasciatagli dal validissimo testo, ne ha colto in positivo la dimensione del libro che cerca di fare la storia d’Italia, con la capacità affabulatoria dell’autore, la riflessione storica e quella antropologica; mentre si individua un fil rouge nei titoli dei capitoli, apposti da Vercesi con lo stesso criterio dei titoli dei giornali che attraggono il lettore sul relativo articolo. Cariola non si risparmia sugli aspetti meno positivi del giornalista, visto sì come soggetto culturale, come intellettuale engaged, ma anche divulgatore nel senso deteriore di colui che passa le notizie rielaborandole non sempre in modo opportuno. La costruzione di un modello di giornalismo critico che interpreta i fatti e dà un’opinione di commento, ha dovuto fare i conti e continua a farli con la passione per il potere, che di certo non è una buona consigliera.
A.R.F.

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