Marco Iacona –
Nino Galloni, allievo di Federico Caffè, non è a Catania soltanto per presentare il suo libro “Chi ha tradito l’economia italiana?”, Editori Riuniti, prima ed. 2012 – compito che svolge peraltro in modo egregio – ma per tenere una vera e propria lezione di storia dell’economia, lavorando di bulino sul pensiero alternativo.
Catania, palazzo della cultura, venerdì 10 aprile. Primo vero giorno di primavera, un pubblico sufficientemente numeroso affolla la sala al piano terra. Il circolo “Communitas” animato da Mario Forgione ha organizzato quest’incontro come anticipazione del “Maggio dei libri”. Al di là del tavolo per parlare di macroeconomie Galloni, Luigi Savoca e l’assessore Angelo Villari. Il libro di Galloni può essere facilmente riassunto dal motto: pensare globalmente e agire localmente.
Il problema più importante oggi è il divorzio tra economia finanziaria ed economia reale, ricorda Savoca. La seconda riguarda le nostre tasche e il nostro benessere. “Filosoficamente” si può dire che c’è dissociazione tra valore d’uso (intrinseco) e valore di scambio (promessa di qualcosa). In ultima analisi ciò che apparentemente non serve a niente, oggi ha più valore di ciò che è utile per vivere. Su grande scala si manifestano squilibri macroscopici. Alcuni soggetti economici hanno oscurato la forza degli stati. A governare oramai sono le banche e la politica non ha alcuna autonomia. A questo punto, tema caro a Galloni, si cominciano a progettare forme alternative di convivenza, con monete complementari e nuovi progetti di comunità. Il “sistema” reagisce da sé.
Per Villari le teorie di Galloni e quelle del maestro Caffè, sono importanti perché hanno ispirato l’impegno sindacale (Villari viene dalla Cgil). Ma le teorie keynesiane sono state abbandonate. Oggi l’economia è ferma e le possibilità di sviluppo appaiono remote. Eccessive rigidità frenano le politiche del “debito”, che non sono affatto disdicevoli purché, dicono, sostenibili. La questione è ovvio riguarda le scelte locali ma in primo luogo quelle a livello europeo.
La relazione dell’autore del libro è lunga e complessa. Il professore elenca, articola e classifica le varie fasi dell’economia mondiale: fasi di crescita o di crisi. Galloni formatosi anche a Berkeley è navigato conferenziere e in passato ha ricoperto incarichi presso i nostri ministeri del bilancio e del lavoro. Suo padre è stato un noto politico democristiano – della sinistra Dc – originario del catanese.
Quella economica è una dottrina che avanza per modelli, il suo è quello del capitalismo “ultrafinanziario”. Naturalmente ve ne sono altri di modelli. E il punto è proprio questo. Grossomodo la storia dell’economia dal dopoguerra ad oggi e andata così: trentacinque anni dal 1944 al 1979 sono stati di sviluppo basato sulla semplice massimizzazione delle vendite. In questa lunga fase il proprietario dell’impresa (il capitalista) viene messo da parte e a “comandare” è chi sceglie le strategie di vendita, cioè il manager. Gli utili vengono sostanzialmente divisi tra tre soggetti: i lavoratori, lo stato – mediante la tassazione – e la proprietà. Era un sistema che aveva equilibrio: perfino il capitalista seppur emarginato valorizzava il proprio patrimonio.
Poi? Dopo questo balzo in avanti, dice Galloni, si comincia a diversificare la domanda di lavoro, cambia il modo di produrre. Crescendo il reddito medio si è pure squilibrata la bilancia dei pagamenti perché è cresciuta la domanda di beni esteri. Adesso per mantenere alti gli investimenti bisogna far crescere i tassi d’interesse. Le banche inglesi rompono l’equilibrio, durante il G7 di Tokyo del 1979 viene inabissato il concetto di solidarietà: il paese debole non può più svalutare e quello forte rivalutare la moneta. Il debole deve alzare il tasso di interesse, indebolendosi sempre di più. Per far aumentare i tassi, conclude Galloni, serve pure il «divorzio» tra banche centrali e governi (ministero del tesoro).
La lezione che se ne trae, dice il professore, è che fino al 1979 il mercato era visto come una possibilità, dopo «è diventato onnipotente». Il mercato fa vincere il più forte, crea equilibrio solo in apparenza, in realtà è portatore di grandi squilibri. La cultura degli anni Ottanta nega la solidarietà. La proprietà industriale torna ago della bilancia. Il sistema degli Ottanta dura però solo dodici anni: nel 1992 crolla tutto. Al crollo però non fa seguito la rivalutazione del lavoro perché, essendo venuti a galla nuovi soggetti economici, i capitalisti si buttano sul gioco di borsa. L’economia si sconquassa, le imprese per far quadrare i conti devono anche votarsi all’importazione di merci di pessima qualità. La società paga con la disoccupazione.
Il «giochino» dura fino al 2001 e da allora non si è più aggiustato, dice Galloni. Si emettono “derivati” su “derivati” ma non si arriva a nulla. Nel 2008 il sistema sembra lì lì per crollare. Per la prima volta nella storia la massa di liquidità è inferiore alla liquidità che le banche utilizzano per le speculazioni. Ma a questo punto intervengono le banche centrali e il sistema si chiude.
Soluzioni? Galloni ne elenca quattro. La prima: esplosione della bolla finanziaria e progettazione di una nuova Bretton Woods. Seconda: vengano avanti i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) con nuovi programmi. Terza: i singoli paesi reintroducono la spartizione tra finanza e credito. Quarta: emissione di moneta fiduciaria. Chissà.
Per chiudere il cerchio: alla grande finanza non interessa nulla di tutto questo, conclude Galloni. Alla finanza semmai può interessare la terza guerra mondiale. A noi invece, leader politici in grado di capire ciò che accade per poter azionare un freno. Finale amarissimo, per la serie “chi vivrà vedrà”. Dato che il pessimismo non è mai troppo, chiedo a Galloni di parlare anche dell’euro. Alla ricerca del lieto fine.

Professore, a chi e a cosa serve l’euro?
«L’euro è una moneta unica che impedisce ai singoli paesi di avere sovranità monetaria e quindi di utilizzare la leva del cambio, ovvero di gestire i propri debiti pubblici in funzione di una spesa che deve servire per assorbire la disoccupazione e rilanciare lo sviluppo».

Una moneta di egemonia?
«Assolutamente sì!»

Come si è entrati nell’euro, vuol ricordarlo?
«Le radici dell’euro sono: il G7 di Tokyo del 1979 dove si è deciso che ciascun paese deve essere responsabile della propria bilancia dei pagamenti senza aiuti per i paesi deboli. Quindi si è rotto il principio di solidarietà. Poi c’è stata la netta separazione tra le banche centrali e i governi per cui si privavano questi ultimi della possibilità di avere una spesa pubblica per investimenti, adeguata alle esigenze. Terzo: il momento in cui alla fine degli anni Ottanta i paesi europei accettano la riunificazione della Germania. In cambio della sostituzione della moneta si dovrà creare una moneta comune al livello del marco. Dietro tutto questo c’era la necessità di deindustrializzare l’Italia, perché né Francia né Germania erano in grado di sostenere una competitività derivante dalle nostre capacità. Una sovranità monetaria e una leva del cambio insieme avrebbero creato difficoltà a tutti questi paesi».

Invece come se ne può uscire?
«Secondo me stiamo già uscendo dall’euro! Questo capitalismo che io chiamo ultrafinanziario che massimizza le emissioni dei titoli – oggi nel mondo i titoli tossici sono cinquantaquattro volte il Pil – e che concentra la liquidità dove non deve stare, cioè nelle attività finanziarie e la rende scarsa dove deve stare, cioè per consumi e investimenti; questo tipo di economia finisce per essere talmente lontana dalla realtà, che la “realtà” stessa reagisce e reagirà ancora di più emettendo una propria moneta. Moneta fiduciaria dunque, sistemi di compensazione, di soluzione alternativa delle dispute economiche, eccetera. Tutto questo ci porterà fuori dall’euro».

Secondo lei c’è chi potrebbe prendere l’iniziativa?
«Può essere che ci si metta d’accordo in qualche modo e questa sarebbe la cosa ottimale o potrebbe anche essere un processo conflittuale con qualcuno che salta. Adesso c’è la situazione della Grecia che fa da pilota. La Grecia già si sta rivolgendo alla Russia per essere aiutata ma le oligarchie europee non vogliono far vedere che sia possibile uscire dall’euro ed essere aiutati. Con molta miopia secondo me. Comunque, niente di male che la Russia abbia un ruolo nel Mediterraneo se poi l’Iran avrà un ruolo diverso nel Medio Oriente, con l’accordo della parte migliore degli americani che, diciamo così, si disimpegnano dall’area dopo aver fatto danni. Ripeto: il problema non è tanto come si esce dall’euro, ma il fatto che stiamo già uscendo con monete alternative, con iniziative che hanno a che vedere con lo sviluppo dell’economia reale a partire dalle realtà locali e che poi daranno dei risultati nel giro dei prossimi anni».

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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